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Gli Anni ‘70

La caratteristica di questa decade fu l’abbondanza di incontri memorabili: quando nel 1988 un comitato eletto dalla Hall of Fame scelse le migliori 40 partite della storia, ben 14 di esse furono giocate negli anni ’70. Tante le squadre leggendarie che calcarono i campi in quel periodo, alcune delle vere e proprie dinastie. La AFC East aveva i Miami Dolphins, la AFC Central i Pittsburgh Steelers, la AFC West gli Oakland Raiders. Nella NFC, i Dallas Cowboys dominavano la East Division, i Minnesota Vikings la Central e i Los Angeles Rams la West. Per sottolineare l’incredibile livello qualitativo, fissiamo l’attenzione sui Pittsburgh Steelers, vincitori di ben 4 Super Bowl tra il 1974 e il 1979. Essi chiusero quel decennio con un record di 99 vittorie, 44 sconfitte ed 1 pareggio. La loro percentuale di vittorie, .691, fu inferiore a quella di tutte le altre 5 squadre menzionate prima ! Miami vinse 5 titoli divisionali su 10, Minnesota ben 8 su 10.

Ragionando su queste cifre e, ancor di più, su quello che si vide in campo, si può affermare che gli anni ’70 furono la vera decade d’oro per il football professionistico.

Ecco la schedule comune

Dopo il Super Bowl IV, giocato nel Gennaio 1970, tutti gli sforzi della lega si concentrarono nel mettere a punto l’atto finale della fusione tra NFL ed AFL: il riallineamento delle franchigie e la schedule comune.
Alla fine della stagione 1969, la NFL aveva 16 squadre, mentre la AFL soltanto 10. Così fu stabilito che 3 franchigie della NFL avrebbero formato con quelle della AFL la American Football Conference, mentre le altre avrebbero composto la National Football Conference. Dopo un estenuante meeting durato 35 ore e 45 minuti, tenutosi nel Maggio 1969, si decise che i Baltimore Colts, i Pittsburgh Steelers e i Cleveland Browns sarebbero passati nella AFC, dietro un compenso di 3 milioni di dollari. Dopodichè la NFL fu divisa in 6 divisions, 3 della NFC e 3 della AFC.
Tante polemiche nacquero dal passaggio dell’head coach Don Shula dai Baltimore Colts ai Miami Dolphins. Il proprietario dei Colts, Carroll Rosenbloom, si trovava all’estero quando Shula chiese il permesso di trattare con i Dolphins. Permesso che gli fu accordato da Steve Rosenbloom, membro del consiglio di amministrazione nonché figlio di Carroll. Quest’ultimo andò su tutte le furie quando rientrò in patria, ottenendo come compensazione la prima scelta dei Dolphins del draft 1971, che avrebbe usato per prendere il running back Don McCauley. Col senno di poi, i Dolphins sarebbero usciti vincitori indiscussi dall’intera vicenda. “Il nostro rapporto si incrinò quando perdemmo contro i Jets nel Super Bowl III, ammise Shula. “Rosenbloom viveva a New York e accusò tantissimo il colpo, scaricando su di me tutte le responsabilità della sconfitta”.

Il 1970 fu un anno rattristato dalle morti di Brian Piccolo, running back dei Bears sconfitto dal cancro, di Jimmy Cozelman, uno dei pionieri del gioco, e di Vince Lombardi , scomparso anch’egli per un tumore a soli 57 anni.
Dal punto di vista mediatico, il 21 Settembre 1970 nacque il “Monday Night Football”, quando i Cleveland Browns sconfissero per 31-21 i New York Jets al Municipal Stadium.
A volte un singolo episodio può cambiare la storia di un incontro fino ad allora per nulla memorabile, consegnandolo alla storia. Fu quello che successe nella partita tra i Detroit Lions e i New Orleans Saints, decisa da un incredibile field goal da 63 yards di Tom Dempsey, record che sarebbe stato eguagliato solo nel 1998 da Jason Elam. Impresa che acquistò un valore ancora più grande dato che Dempsey indossava una scarpa speciale a causa di una gravissima malformazione congenita.

I miracoli di George Blanda

Il 1970 salutò anche le imprese del super veterano George Blanda, allora 43enne kicker e quarterback di riserva degli Oakland Raiders. I miracoli iniziarono alla sesta giornata,quando rilevò l’infortunato Daryle Lamonica per condurre i suoi alla vittoria contro i Pittsburgh Steelers con 2 passaggi in TD. Nelle successive 4 partite Blanda continuò ad essere decisivo: con un field goal da 48 yards a 3 secondi dal termine pareggiò l’incontro contro i Chiefs, realizzò un field goal da 52 yards (ancora a 3 secondi dalla fine) battendo i Browns, orchestrò il drive vincente contro i Denver Broncos e infine sconfisse i San Diego Chargers con un field goal con soli 4 secondi rimasti sul cronometro. Blanda divenne l’eroe degli uomini in preda alla crisi di mezza età, e soprattutto aiutò i Raiders a vincere il titolo della AFC West.

Nella AFC, il quadro dei playoff era davvero interessante: oltre ai Raiders c’erano i Cincinnati Bengals (soltanto alla loro terza stagione), i Baltimore Colts e i Miami Dolphins, ovvero le due contendenti nella guerra per Don Shula. Alla fine furono i Colts di Don McCafferty, ex assistente di Shula, a prevalere, avanzando al Super Bowl V dove avrebbero affrontato i Dallas Cowboys. I texani fecero leva sulla forza della propria difesa, che in pratica da sola assicurò la vittoria per 5-0 contro i Lions nel Divisional Playoff Game, e sul gioco di corsa del combo formato dal rookie Duane Thomas e da Walt Garrison (che guadagnarono 224 yards nel Championship Game vinto contro i 49ers). Il Super Bowl V fu dominato dagli errori da ambo le parti: ben 11 turnovers e 14 penalità marchiarono a fuoco quello che fu subito rinominato “The Blooper Bowl”. Perfino Richard Nixon dichiarò: “Spero proprio di non fare tutti quegli errori”.
L’incontro fu deciso a soli 9 secondi dal termine da un field goal del rookie kicker dei Colts, Jim O’Brien. “Quando ci riunimmo nell’huddle, Jim cercò di strappare dei ciuffi d’erba per vedere in che direzione stesse spirando il vento”, ricordò Earl Morrall, veterano dei Colts. “Allora gli ricordai che stavamo giocando sul turf artificiale. Gli dissi di scordarsi del vento e di calciare per bene”.
O’Brien eseguì alla lettera, consegnando ai suoi il successo per 16-13. Se l’onta subita nel Super Bowl III era impossibile da lavare, quel successo fu in ogni caso un dolce palliativo.

Il cowboy impaziente

Nella stagione 1971, ben 5 squadre cambiarono terreno di gioco. I Cowboys abbandonarono il Cotton Bowl per trasferirsi al Texas Stadium di Irving, i Philadelphia Eagles si stabilirono al Veterans Stadium, i San Francisco 49ers si spostarono nei venti del Candlestick Park, i Chicago Bears nel Soldier Field, mentre i Boston Patriots lasciarono lo Schaefer Stadium in favore del Foxboro Stadium, cambiando il loro nome in New England Patriots.
In effetti tutta la decade fu interessata da numerosi “cambi di residenza”: nel 1970 i Cincinnati Bengals e i Pittsburgh Steelers si trasferirono rispettivamente al Riverfront Stadium e al Three Rivers Stadium. Nel 1972 i Chiefs si spostarono nell’Arrowhead Stadium, nel 1973 i Bills nel Rich Stadium, nel 1975 i Saints nel Louisiana Superdome e i Lions nel Pontiac Silverdome, nel 1976 i New York Giants nel Giants Stadium di East Rutherford, New Jersey.
Il draft 1971 vide ben 3 quarterbacks venire scelti alle prime 3 chiamate: i Patriots scelsero con la prima assoluta il vincitore dell’Heisman Trophy 1970, Jim Plunkett da Stanford. Con la seconda, i Saints scelsero Archie Manning da Mississippi, mentre con la terza gli Houston Oilers scelsero Dan Pastorini da Santa Clara. Tutti e 3 furono titolari da subito, con alterne fortune.

George Allen fu nominato head coach dei Washington Redskins, e da subito iniziò ad acquisire veterani in cambio di scelte del draft: nella Capitale arrivarono il quarterback Billy Kilmer, il defensive tackle Diron Talbert e i linebackers Myron Pottios e Jack Pardee. Questa filosofia del “tutto e subito” fu inizialmente un successo, dato che i Redskins finirono la stagione con un record di 9-4-1, conquistando i playoff per la prima volta dal 1945.
Nella NFC East, solo i Dallas Cowboys fecero meglio dei Redskins. I Cowboys rinforzarono le secondarie, sia con il draft (con gli arrivi della safety Charlie Waters e del cornerback Mark Washington) che con la free agency (con l’ingaggio dell’undrafted rookie Cliff Harris), per poi completare l’opera prendendo dai Packers il cornerback Herb Adderley. Ma la questione più spinosa restava quella del quarterback titolare, dato che il 29enne Roger Staubach scalpitava dietro Craig Morton. “La pazienza non è tra i miei pregi” disse Staubach. “Tom Landry era un grande coach, ma non capiva l’importanza delle doti di leadership di un quarterback. Non riuscivamo a trovare continuità e i giocatori cominciarono a schierarsi in fazioni. Ero frustrato. Dovevamo avere un solo leader, o me o Morton”.
Alla fine Landry scelse Staubach e non se ne pentì.

Il giorno più lungo

Il giorno di Natale, nei playoffs della AFC, Miami e Kansas City si resero protagoniste dell’incontro più lungo di sempre: 82 minuti e 40 secondi. Ed Podolak, running back dei Chiefs, conquistò in totale 350 yards, ma ciò non fu sufficiente. Un field goal di Garo Yepremian decise le sorti in favore dei Dolphins, 27-24, a metà del secondo overtime. Hank Stram, head coach dei Chiefs, era particolarmente frustrato per un trick play fallito nel primo quarto. Kansas City si apprestava a calciare un field goal in prossimità di una hashmark. Consapevole dell’abilità dei Dolphins nel bloccare i field goals, Stram decise di provare il colpo grosso ordinando lo snap direttamente per il kicker Jan Stenerud. Come protezione piazzò le guardie Ed Budde e Mo Moorman, sperando che il tentativo funzionasse. “Len Dawson, che faceva anche l’holder, urlò ‘two-two’, che significava che lo snap era direttamente per il kicker. Nessuno sapeva quanto fosse veloce Jan, specialmente se c’era qualcuno a inseguirlo”. Sembrò che Stenerud si stesse apprestando a calciare normalmente, e ciò trasse in inganno il long snapper Bobby Bell. “Jan finse così bene che Bobby credette che non avesse inteso la chiamata. Così diresse lo snap a Dawson, che era completamente impreparato. Entrambe le guardie furono spiazzate, cercando di capire dove fosse Stenerud. Jan si sarebbe involato direttamente in touchdown, e le sorti dell’incontro sarebbero cambiate”.
Alla fine furono i Dolphins ad approdare a New Orleans per il Super Bowl VI, dove ad attenderli c’erano i Dallas Cowboys. Dallas giocò una partita quasi impeccabile e portò a casa la vittoria per 24-3.

Running backs sugli scudi

Nell’estate 1972 andarono in porto degli scambi importanti. Fran Tarkenton tornò ai Minnesota Vikings, gli Houston Oilers spedirono il quarterback Charley Johnson ai Denver Broncos, mentre i Dallas Cowboys si liberarono del lunatico runner Duane Thomas, cedendolo ai San Diego Chargers.
Nelle prime giornate della regular season, Johnny Unitas e Joe Namath furono protagonisti di un grande shootout: il qb dei Colts passò per 376 yards, mentre Broadway Joe lanciò per 496 yards e 6 touchdowns con soli 15 passaggi completati, consegnando ai Jets la vittoria per 44-34.
Caddero anche due record: Don Maynard dei Jets divenne il giocatore col maggior numero di ricezioni in carriera superando il record di Raymond Berry, mentre la safety Jack Tatum degli Oakland Raiders raccolse nella propria end zone un fumble di MacArthur Lane dei Packers, per poi riportarlo per 104 yards in touchdown eclissando il primato stabilito nel 1923 da George Halas contro gli Oorang Indians.
Ma il 1972 fu decisamente l’anno dei running backs: ben 10 giocatori superarono le 1000 yards stagionali. Tra loro, Larry Csonka e Eugene “Mercury” Morris dei Miami Dolphins, che divennero il primo duo a riuscire nell’impresa. La barriera delle 1000 yards su corsa fu quasi raggiunta anche da un quarterback, Bobby Douglass dei Chicago Bears, le cui 968 yards guadagnate sul terreno fecero comunque clamore.
Le prestazioni di Csonka e Morris erano “solo” una parte dell’incredibile stagione dei Miami Dolphins. Con il 38enne Earl Morrall, che rimpiazzò l’infortunato Bob Griese nel ruolo di quarterback titolare, a condurre diligentemente un attacco disciplinato e il middle linebacker Nick Buoniconti a guidare una difesa priva di nomi eclatanti (la celebre “No Name Defense”), i Dolphins chiusero la regular season imbattuti: 14 vittorie e 0 sconfitte. Oltre a questo, Don Shula divenne anche il primo coach nella NFL a vincere 100 partite nei primi 10 anni di carriera. Se i Dolphins furono la squadra di maggior successo, gli Steelers furono la rivelazione. Costruiti pezzo dopo pezzo dall’head coach Chuck Noll a partire dal 1969, le stelle di quella squadra erano il quarterback Terry Bradshaw, il rookie running back Franco Harris e il defensive tackle “Mean” Joe Greene. Gli Steelers spazzarono via la fama di eterni perdenti finendo la stagione 1972 con 11 vittorie e 3 sole sconfitte, vincendo il loro primo titolo divisionale che aprì loro le porte dei playoffs per la prima volta dal 1947. “La città di Pittsburgh impazzì, e cominciarono a fiorire i soprannomi. ‘Franco’s Italian Army’, i ‘Gerela’s Gorillas’, la ‘Steel Curtain’. Diedero alla squadra una propria identità”, osservò Terry Bradshaw.

Incubi nella Baia

L’avventura dei playoffs fu per gli Steelers un’esperienza fuori dal comune. Sotto per 7-6 contro gli Oakland Raiders, in una situazione di 4&10 con soli 22 secondi da giocare, Bradshaw tentò il lancio della disperazione per il running back John “Frenchy” Fuqua. “Cercai di posizionarmi tra Tatum e la palla”, disse Fuqua. “Se avessi ricevuto il passaggio, avremmo potuto tentare il field goal. Oppure avrei potuto liberarmi della copertura e segnare il touchdown, vincere la partita e andare ospite da Johnny Carson come primo re di colore della Pennsylvania”.
L’impatto di Jack Tatum su Fuqua fu violentissimo e la palla schizzò in aria. Mentre Tatum già stava pregustando il trionfo nel silenzio del Three Rivers Stadium, Franco Harris agguantò la palla a pochi centimetri da terra e si involò per 60 yards in touchdown. Incompleto ? Fumble ? La domanda torna periodicamente in voga, ma l’unica certezza è che la “Immaculate Reception” resta l’azione più celebre della storia della NFL. “La cosa peggiore dell’essere un quarterback è che non vedi bene quello che succede”, commentò Bradshaw a proposito di quell’episodio. “Senti il boato della folla, ti rialzi e cerchi di capire quello che è successo. Ma i quarterbacks non vedono gli sviluppi delle grandi azioni perché spesso e volentieri vengono stesi al suolo subito dopo il lancio”.

Lo stesso giorno della Immaculate Reception, il 23 Dicembre 1972, i San Francisco 49ers subirono una clamorosa rimonta dai Dallas Cowboys. Con i 49ers in vantaggio 28-13 nell’ultimo quarto, Roger Staubach condusse i suoi alla vittoria realizzando una rimonta che sembrava impossibile. Il touchdown decisivo, quello che fissò il punteggio sul 30-28 per Dallas, fu proprio un passaggio di Staubach per Ron Sellers.
La settimana seguente, si sarebbe fermato sia il cammino degli Steelers che quello dei Cowboys. Le squadre che avanzarono al Super Bowl VII, di scena al Los Angeles Memorial Coliseum, furono i Miami Dolphins, ancora imbattuti, e i Washington Redskins. Don Shula si trovò di fronte ad una decisione difficile: rimettere in campo il ristabilito Bob Griese o continuare con Earl Morrall ? Alla fine scelse Griese, che lo ripagò con una prova quasi ineccepibile (8 passaggi completati su 11). I Dolphins vinsero 14-7 scrivendo il capitolo finale all’incredibile “Perfect Season” .

La stagione 1972 si chiuse con il ritiro di 2 futuri hall of famers: la safety dei St. Louis Cardinals, Larry Wilson, e il running back dei Chicago Bears, Gale Sayers, fermato da un infortunio a un ginocchio ad appena 30 anni.

Finalmente “The Juice”

Nel 1973, il running back dei Green Bay Packers, John Brockington, divenne il primo giocatore a correre per almeno 1000 yards in ciascuna delle prime 3 stagioni da professionista. Ma questo record fu pressoché oscurato dalle prestazioni del runner dei Buffalo Bills, un uomo di nome Orenthal James Simpson, per tutti OJ. Reduce da un ottimo 1972 (1251 yards), OJ fu protagonista di una stagione sensazionale, inaugurata con una prova da record contro i New England Patriots: ben 250 yards su corsa. Alla fine del 1973, Simpson avrebbe accumulato 2003 yards (primo giocatore a superare il muro delle 2000 yards in una singola stagione), stabilendo anche il record stagionale di portate (332), partite da oltre le 100 yards (11) e oltre le 200 yards (3). La linea offensiva dei Bills, guidata dalle guardie Joe DeLamielleure e Reggie McKenzie, divenne nota come “The Electric Company”.

I Chargers, altra storica franchigia della vecchia AFL, conobbero una pessima stagione (2-11-1) nonostante avessero a roster i quarterbacks Johnny Unitas e Dan Fouts. Se Unitas era ormai in piena parabola discendente, Fouts era ancora troppo acerbo per poter contribuire alla causa.

Ancora Miami

I Los Angeles Rams furono tra le squadre più attive nella offseason: prima ingaggiarono Chuck Knox come head coach, poi acquisirono dai Chargers il quarterback John Hadl, infine mandarono Roman Gabriel agli Eagles in cambio del wide receiver Harold Jackson e di alcune scelte. Gli effetti di queste mosse si fecero subito sentire: i Rams segnarono 388 punti, primato di lega, e grazie ad un record di 12-2 vinsero la NFC West.
Miami continuò a dettare legge nel 1973, battendo i 49ers nella partita inaugurale stabilendo una striscia di 18 vittorie consecutive. Ma la settimana seguente furono sconfitti dai Raiders per 12-7, in una partita giocata a Berkeley per sfruttare la maggiore capienza dello stadio rispetto all’Oakland Coliseum e accontentare tutti coloro che volevano ammirare i campioni del mondo. I Dolphins rappresentavano ancora il top della AFC, grazie anche alla solidità della “No Name Defense”, i cui punti cardine erano il linebacker Nick Buoniconti, il defensive tackle Manny Fernandez, il defensive end Bill Stanfill e le safeties Jake Scott e Dick Anderson. I loro avversari nel Super Bowl VIII furono i Minnesota Vikings condotti dall’head coach Bud Grant, vincitori della NFC Central grazie al rigenerato Fran Tarkenton, al rookie running back Chuck Foreman e ai “Purple People Eaters”, ovvero i defensive ends Carl Eller e Jim Marshall, e i defensive tackles Alan Page e Gary Larsen. L’incontro, giocatosi al Rice Stadium di Houston, fu senza storia. I Dolphins andarono in touchdown nei primi 2 possessi, e i Vikings non seppero risollevarsi, venendo sconfitti 24-7. Bob Griese lanciò solamente 7 volte (completando 6 passaggi), mentre il fullback Larry Csonka ebbe vita facile, guadagnando 145 yards su 33 portate e segnando 2 touchdowns. Quando gli fu consegnato il trofeo di MVP, esclamò: “Vorrei ringraziare Bud Grant per aver schierato sempre la stessa difesa 4-3 per tutta la partita”.

Aria di tempesta

Nel 1974 fu introdotto l’overtime, fino ad allora previsto solo nelle partite di playoff, anche per le partite di regular season finite in parità dopo i 60 minuti. Si decise di assegnare il pareggio soltanto qualora un incontro fosse stato ancora in parità dopo un supplementare. Curiosamente, la prima partita giocata dopo l’introduzione di questa regola finì in parità: 35-35 tra Pittsburgh e Denver.
Inoltre, per aumentare il numero di touchdowns a discapito dei field goals, le porte furono spostate dalle goal lines alle end lines. La penalità in caso di trattenuta fu ridotta da 15 a 10 yards, e i blocchi portati al di sotto della cintura furono proibiti.
Fu decisa anche un’ulteriore espansione della lega, con l’ingresso delle nuove franchigie di Seattle e Tampa a partire dal 1976.
Nel Marzo 1974, la fondazione di una nuova lega, la World Football League, rappresentò un nuovo elemento di disturbo, specialmente quando i Toronto Northmen annunciarono l’ingaggio di Larry Csonka, Jim Kiick e Paul Warfield, tutti e tre appartenenti ai Dolphins campioni del mondo. I tre avrebbero giocato la stagione 1974 con Miami, per poi passare nella WFL nel 1975. “Sapere che una squadra che aveva appena vinto 2 Super Bowls di fila stava per perdere pezzi era demoralizzante. Provai a tenere unita la squadra e ricavare il massimo da quella stagione”, osservò Don Shula.

A complicare le cose ci pensò uno sciopero dei giocatori, finito proprio prima dell’ultima partita di preseason. La squadra rivelazione della stagione 1974 furono i St. Louis Cardinals, reduci da tre stagioni consecutive chiuse con un 4-9-1. L’head coach, Don Coryell, mise a punto un attacco davvero efficace, che aiutò la squadra a vincere le prime 7 partite. Chiusero la stagione in calando, ma il record di 10-4 consentì loro di vincere il titolo della NFC East e di guadagnare la prima apparizione ai playoffs da quando avevano lasciato Chicago, nel 1960.

La miglior difesa

Dallas mancò la partecipazione ai playoffs, e sarebbe stata l’unica volta nell’arco temporale che va dal 1966 al 1983. Nonostante questo, i Cowboys furono protagonisti di una delle partite più memorabili degli anni ’70. Il 28 Novembre 1974, Giorno del Ringraziamento, erano in svantaggio 23-10 contro i Redskins all’inizio dell’ultimo quarto. A peggiorare la situazione fu l’infortunio occorso a Roger Staubach dopo un colpo subito dal linebacker Dave Robinson. Tom Landry mandò in campo un eccentrico rookie proveniente da Abilene Christian: Clint Longley, noto per occupare il tempo libero andando a caccia di serpenti. “In poche parole, era completamente pazzo”, confessò il defensive end Harvey Martin, suo compagno di squadra. Pazzo o meno, Longley salì in cattedra e guidò la rimonta dei suoi, lanciando 2 passaggi in touchdown. Il secondo fu una bomba da 50 yards per Drew Pearson a soli 22 secondi dalla fine, per il 24-23 finale.
Longley durò soltanto 2 stagioni a Dallas e fu spedito ai San Diego Chargers dopo essersi azzuffato con Roger Staubach.
Ancora più eccitante fu l’AFC Divisional Playoff Game tra Oakland Raiders e Miami Dolphins: Nat Moore riportò per 89 yards in touchdown il kickoff iniziale, dando subito il vantaggio ai Dolphins e ammutolendo il Coliseum. Altri highlight di quella partita furono, per i Raiders, l’incredibile ricezione (con una sola mano) nella end zone di Fred Biletnikoff e il passaggio di Ken Stabler da 72 yards per il touchdown di Cliff Branch. Ma a 2:08 dalla fine, Miami tornò in vantaggio 26-21 grazie ad un magistrale touchdown su corsa da 23 yards di Benny Malone. I Raiders conservarono il meglio per il drive finale: 60 yards in soli 7 giochi, culminato con una delle azioni più famose della storia di questo sport. Dalle 8 yards avversarie, Stabler fu costretto a uscire dalla tasca e, con il defensive end Vern Der Herder avvinghiato alle caviglie, lanciò nella end zone il passaggio della disperazione. Il running back Clarence Davis riuscì a prendere possesso della palla eludendo la copertura di 2 avversari, e i Raiders tornarono avanti 28-26. Phil Villapiano intercettò Bob Griese nel drive successivo, assicurando ai suoi la vittoria.
Il cammino di Oakland si sarebbe interrotto la settimana successiva per mano dei Pittsburgh Steelers, mentre nell’NFL Championship Game i Minnesota Vikings ebbero la meglio sui Los Angeles Rams.
L’uomo-simbolo della difesa dei Vikings era il defensive tackle Alan Page. Chuck Knox, coach dei Rams, ricordò la fase di preparazione della sfida contro Minnesota.
“Guardai un’azione innumerevoli volte. Page fece ben 3 errori dopo che avvenne lo snap, e nonostante questo riuscì a placcare il corridore avversario senza fargli guadagnare neanche una yard”.
Pittsburgh, dal canto suo, era stata costruita con dei draft estremamente illuminati. In particolare, quello del 1974 portò i wide receivers Lynn Swann e John Stallworth, il middle linebacker Jack Lambert e il centro Mike Webster, per non parlare della safety Donnie Shell, arrivato come free agent. In totale avrebbero accumulato in carriera la bellezza di 29 apparizioni al Pro Bowl.
Nel Super Bowl IX, la difesa degli Steelers (la celebre “Steel Curtain”) limitò l’attacco dei Vikings a sole 119 yards (di cui soltanto 17 su corsa). Franco Harris ebbe vita facile, guadagnando ben 158 yards su corsa, e Pittsburgh vinse 16-6. Dopo 42 stagioni, di cui soltanto 11 concluse con un record vincente, gli Steelers avevano finalmente dato ad Art Rooney la gioia di un titolo.

Finita la stagione, diedero l’addio al football due autentiche istituzioni: Sonny Jurgensen, quarterback dei Washington Redskins, e Jim Otto , centro degli Oakland Raiders.

Fattore campo

Dopo l’approdo ai playoffs nel 1971, i Baltimore Colts conobbero un vero e proprio tracollo. Tre stagioni perdenti consecutive (5-9, 4-10 e addirittura 2-12) gettarono più di un’ombra sulla franchigia un tempo dominante. Nel 1975 sembrava che la musica non fosse cambiata: i Colts iniziarono la stagione con 1 sola vittoria e 4 sconfitte. Ma a quel punto scattò qualcosa e la squadra, guidata dal nuovo head coach Ted Marchibroda, un ex assistente di George Allen, realizzò una striscia di 9 vittorie di seguito che le fruttò il titolo della AFC East. Marchibroda fu bravo soprattutto a rivitalizzare l’attacco, i cui cardini erano il quarterback Bert Jones (2483 yards su passaggio, 18 TD) e il running back Lydell Mitchell (1193 yards su corsa, 60 ricezioni). “Bert fece per i Baltimore Colts quello che John Elway avrebbe fatto anni dopo per i Denver Broncos. Era il fattore chiave dei nostri successi”, dichiarò Marchibroda.
Anche gli Houston Oilers, condotti dal nuovo head coach O.A. “Bum” Phillips, risollevarono le proprie sorti dopo una serie di stagioni disastrose. Due stagioni di fila chiuse con un record di 1-13 (1972 e 1973) avevano scavato un baratro per la franchigia texana. Ma nel 1975, primo anno di Phillips come head coach, avvenne la resurrezione (10-4) grazie ai lanci del quarterback Dan Pastorini, alla tenuta della linea difensiva, imperniata su Elvin Bethea e Curley Culp, e alle prodezze del funambolico kick returner Billy “White Shoes” Johnson.
Il 1975 fu anche un anno di grazia per 2 running backs: OJ Simpson dei Buffalo Bills e Chuck Foreman dei Minnesota Vikings. Simpson segnò la bellezza di 23 touchdowns, mentre Foreman gli fu quasi all’altezza grazie a 22 TD e 73 ricezioni.
Terry Metcalf dei St. Louis Cardinals si mise in luce per la notevole poliedricità: oltre che ad andare a segno su corsa, ricezione, kickoff e punt return, addirittura lanciò un passaggio in touchdown. La linea offensiva di quei Cardinals (i tackles Dan Dierdorf e Roger Finnie, le guardie Conrad Dobler e Bob Young, il centro Tom Banks) concesse solo 8 sacks in tutta la stagione.
Con i playoffs fu introdotta una novità regolamentare: il fattore campo, fino ad allora assegnato a rotazione ai vincitori di division, fu concesso alla squadra avente il miglior record stagionale.
Nella AFC, i Pittsburgh Steelers ospitarono gli Oakland Raiders al Three Rivers Stadium per il Championship Game. Il gelo fu un ottimo alleato della difesa degli uomini di Noll, che riuscirono a difendere con successo il 16-10. Quella partita fu l’ultima in carriera per George Blanda, che decise di ritirarsi alla tenera età di 48 anni dopo 26 stagioni da professionista.
Nella NFC, Dallas riuscì a vincere in trasferta sia contro i Minnesota Vikings (incontro deciso dalla celebre “Hail Mary” di Roger Staubach per Drew Pearson) che contro i Los Angeles Rams, giungendo al Super Bowl.
Il Super Bowl X, giocato a Miami, vide una grandiosa prova di Lynn Swann, wide receiver di Pittsburgh, che contribuì alla causa con una ricezione in touchdown da 64 yards, una ricezione da 32 yards su una sideline e una incredibile ricezione acrobatica da 53 yards. Gli Steelers sconfissero i Cowboys 21-17 dopo una gara combattuta, decisa solo nell’ultima azione da un intercetto nella end zone della safety Glen Edwards.

Nuova espansione

Nel 1976 il numero di squadre salì a 28, grazie all’ingresso nella lega dei Seattle Seahawks e dei Tampa Bay Buccaneers. Questi ultimi scelsero con la prima assoluta il defensive end Lee Roy Selmon, uscito da Oklahoma. Fu l’unica nota positiva di una stagione chiusa 0-14. Invece i Seahawks vinsero 2 partite, battendo tra l’altro proprio i Buccaneers nell’”Expansion Bowl”, finito 13-10 (da segnalare le 35 penalità sanzionate in totale). Nel roster di Seattle c’era un giocatore che di lì a poco sarebbe esploso, il rookie wide receiver Steve Largent. Questi fu firmato come free agent, fresco di taglio dagli Houston Oilers dopo che al draft nessuna franchigia l’aveva scelto. Largent sarebbe finito addirittura nella Hall of Fame.

I New England Patriots, stanchi di aspettare la maturazione di Jim Plunkett, lo spedirono ai San Francisco 49ers, mentre Houston e Green Bay si scambiarono i quarterbacks: Lynn Dickey finì ai Packers mentre il veterano John Hadl approdò agli Oilers.
Nel frattempo il fallimento della World Football League propiziò il ritorno nella NFL di Larry Csonka, firmato dai New York Giants, Paul Warfield, di ritorno ai Cleveland Browns, Calvin Hill, ingaggiato dai Washington Redskins, e John Gilliam, destinato agli Atlanta Falcons.
Se da un lato i campi da gioco della NFL accoglievano i Seahawks e i Buccaneers e il ritorno dei veterani dalla WFL, dall’altro salutavano il leggendario Paul Brown, dimessosi dal ruolo di head coach dei Cincinnati Bengals per restare in carica come proprietario, vice presidente e general manager.

L’anno dei reietti

Dopo un inizio stentato (1-4), gli Steelers vinsero 9 partite di seguito grazie soprattutto alle prove dominanti della propria difesa, che collezionò ben 5 shutouts. Pittsburgh sembrava destinata al terzo Super Bowl di fila dopo aver sconfitto i Baltimore Colts 40-14 nel Divisional Playoff Game. Avversari nell’AFC Championship Game, gli Oakland Raiders, reduci dalla vittoria contro i New England Patriots. In svantaggio 21-10 all’inizio dell’ultimo quarto, i Raiders sfruttarono una penalità sanzionata alla difesa dei Patriots e vinsero 24-21 grazie ad un touchdown su corsa di Ken Stabler a 10 secondi dalla fine.
Oakland ebbe la meglio anche di Pittsburgh (24-7), priva dei runners titolari Franco Harris e Rocky Bleier, staccando il biglietto per il Super Bowl XI, di scena a Pasadena.
I Raiders erano una squadra piena di talento: la difesa schierava i futuri hall of famers Willie Brown (cornerback) e Ted Hendricks (linebacker). L’attacco era ben rodato e affidabile: Ken Stabler era un quarterback freddissimo nei momenti decisivi, e poteva contare su una coppia di wide receivers ben assortita, formata da Fred Biletnikoff, uno dei migliori di sempre nel percorrere le tracce, e dal velocissimo Cliff Branch. Dave Casper era un tight end completo, abile nel bloccare e una minaccia aggiunta nel gioco aereo, mentre il fullback Mark van Eeghen era un runner che garantiva sempre un migliaio di yards a stagione. Direttore di quell’orchestra, il vulcanico John Madden, mentre l’abile procacciatore di tutto quel talento era il solito Al Davis. “Posso osservare un ragazzo per dieci secondi e capire se è in grado di giocare”, amava chiosare. Dopo aver perso ben 6 Championship Games in 8 anni, i Raiders riuscirono finalmente a scrollarsi di dosso l’etichetta di perdenti battendo i Minnesota Vikings, anch’essi eterni secondi (4 Super Bowl persi in 8 anni).

La potenza dell’attacco di Oakland era semplicemente troppa per i Vikings: i Raiders conquistarono ben 429 yards, di cui 137 guadagnate su corsa da Clarence Davis e 79 da Fred Biletnikoff (nominato MVP) su ricezione. La guardia Gene Upshaw e il tackle Art Shell, praticamente il lato sinistro della linea offensiva, annullarono Alan Page e Jim Marshall. “Non ebbe alcuna statistica”, affermò Upshaw riferendosi a Marshall, che non riuscì a mettere a segno alcun tackle, neppure su assistenza.
Al termine della stagione, si ritirò Merlin Olsen, defensive tackle dei Los Angeles Rams, per 14 volte selezionato al Pro Bowl nonché membro della leggendaria “Fearsome Foursome”.

La partita del Fantasma

Nel 1977 la NFL decise di favorire ulteriormente il gioco aereo, permettendo ai difensori di toccare i wide receivers avversari solamente una volta.
Dopo che Tampa Bay giocò la stagione inaugurale nella AFC e Seattle nella NFC, la lega decise un nuovo riallineamento, piazzando i Buccaneers nella NFC Central e i Seahawks nella AFC West. Nel frattempo i San Francisco 49ers furono acquistati da Edward DeBartolo Jr, che negli anni a venire avrebbe portato la franchigia a livelli di eccellenza mai visti.
Due running backs furono i pezzi pregiati del draft 1977: con la prima assoluta Tampa Bay scelse Ricky Bell da USC, mentre Seattle scambiò la seconda con i Cowboys, che la impiegarono per mettere le mani sul vincitore dell’Heisman Trophy, Tony Dorsett da Pittsburgh. I Seahawks ricevettero in cambio 4 scelte, con cui presero la guardia Steve August, il tackle Tom Lynch e i linebackers Terry Beeson e Pete Cronan.
Dorsett guadagnò 1007 yards su corsa e sembrava essere il tassello mancante dell’attacco dei Cowboys. Roger Staubach sfruttò al meglio un running game finalmente all’altezza, ed ebbe una delle migliori stagioni in carriera. La difesa, conosciuta come “Doomsday II”, era altrettanto efficace, grazie alla solidità della linea difensiva formata da Harvey Martin, Ed “Too Tall” Jones, Randy White e Jethro Pugh.
La partita più eccitante fu la sfida nei playoffs tra i Baltimore Colts e gli Oakland Raiders. Baltimore aveva appena vinto il terzo titolo della AFC East di fila, mentre Oakland era spinta dal “solito” attacco. L’ultimo quarto finì in parità (31-31), e l’incontro si sarebbe deciso solo dopo 43 secondi dall’inizio del secondo supplementare, grazie ad un passaggio in touchdown di Ken Stabler per Dave Casper, “The Ghost”. La partita entrò nella storia come “Ghost to the Post”, sia per il nickname di Casper (quel giorno autore di 3 touchdown su ricezione) che per la traiettoria che corse nella ricezione da 44 yards che rese possibile il field goal del pareggio allo scadere dell’ultimo quarto. “In realtà non amo particolarmente quella partita”, ammise Casper. “Giocare a scacchi con mia figlia mi diverte. Non questo genere di cose. Fu la partita di football più dura che abbia mai giocato”.

Come domare i Broncos

Il 26 Dicembre 1977 i Los Angeles Rams ospitarono i Minnesota Vikings in uno scenario inusuale per la Città degli Angeli. La pioggia, che scendeva ininterrottamente da 3 giorni, rese il terreno di gioco del Memorial Coliseum un vero pantano. L’incontro fu ribattezzato “The Mud Bowl” e vide i Vikings, guidati dal quarterback di riserva Bob Lee, prevalere per 14-7.
Ma né i Raiders né i Vikings riuscirono a conquistare l’accesso al Super Bowl XII. Dallas era troppo forte per Minnesota, mentre nella AFC era decisamente l’anno dei Denver Broncos, rinforzati da Craig Morton, quarterback proveniente proprio dei Cowboys.
Ma la vera forza di quei Broncos era la difesa, nota come “Orange Crush Defense”, i cui uomini chiave erano il defensive end Lyle Alzado, i linebackers Randy Grandishar e Tom Jackson, e i cornerbacks Billy Thompson e Louis Wright. I Broncos, rinvigoriti dal nuovo head coach Red Miller, stupirono tutti chiudendo la stagione con un record di 12-2 e infiammando con la “Broncomania” la città di Denver. “Qualcuno in città aveva una pettinatura afro di colore arancione”, ricordò lo stesso Lyle Alzado. “Alla nostra partita di playoffs contro gli Steelers, alla vigilia di Natale, tra il pubblico c’era un tizio con la barba con un vestito da Babbo Natale di colore blu e arancione. Coach Red Miller a casa sua aveva persino la tavoletta del water di color arancione”.
Dopo aver sconfitto gli Oakland Raiders 20-17 nell’AFC Championship Game (partita in cui ci fu il famoso fumble commesso da Floyd Little non visto dagli arbitri), i Broncos arrivarono al Super Bowl XII, di scena al Louisiana Superdome a New Orleans, primo Super Bowl ad essere giocato indoor.
L’intimidazione fu la chiave del successo dei Dallas Cowboys. “Leggevo la paura negli occhi di Craig Morton fin dal lancio della moneta. Sapeva che non ero più il timido rookie che aveva conosciuto nel 1973”, disse Harvey Martin.
Dallas ebbe gioco facile contro i quarterbacks avversari: Morton e la sua riserva, Norris Weese, completarono solo 8 passaggi su 25 per un totale di sole 61 yards. Denver lanciò ben 4 intercetti e perse 3 fumble, mentre Harvey Martin e Randy White furono giustamente nominati MVP della gara.

La girandola dei coach

Nel 1978 la NFL decise di agevolare ulteriormente il gioco aereo, consentendo il contatto tra il difensore e il ricevitore avversario soltanto in un’area profonda 5 yards, mentre agli offensive linemen fu permesso di bloccare estendendo le braccia.
Per ciascuna squadra la schedule fu estesa a 16 partite di stagione regolare, e fu incrementato il numero di squadre ai playoffs con la concessione di un’ulteriore wild card per ciascuna conference. Clamorosamente, ben 14 delle 28 franchigie cambiarono head coach prima, durante o immediatamente dopo la stagione. I Rams, che spostarono la propria casa ad Anaheim, dapprima sostituirono Chuck Knox con George Allen, per poi dare l’incarico a Ray Malavasi dopo sole 2 partite di preseason. Tra le altre novità, Sam Rutigliano fu ingaggiato dai Cleveland Browns e Marv Levy dai Kansas City Chiefs. Dopo cinque partite di stagione regolare, Homer Rice rimpiazzò Bill Johnson a Cincinnati, mentre il coach dei Chargers, Tommy Prothro, si dimise dopo 4 partite per essere sostituito da Don Coryell. Chuck Fairbanks fu incredibilmente silurato dai Patriots a una sola partita dal termine della stagione regolare (con un record di 11-3) quando fu divulgata la notizia che nel 1979 avrebbe allenato la University of Colorado.
Ma la mossa più sensazionale la fece John Madden, annunciando il proprio ritiro al termine della stagione 1978. La sua percentuale di vittorie in partite regular season (pari a .750 grazie a 103 vittorie, 32 sconfitte e 7 pareggi) resta tuttora la migliore tra quelle dei coach con almeno 100 vittorie alle spalle. Madden fu costretto da una severa ulcera gastrica ad abbandonare quella vita così stressante.

Tornando al football giocato, alla luce delle nuove regole che favorivano ulteriormente il passing game, gli Steelers fecero di necessità virtù. Terry Bradshaw lanciò per 2915 yards e 28 touchdowns, 11 dei quali a Lynn Swann.

Il grandioso debutto di Earl Campbell

Nella AFC Central, gli Steelers dovettero fronteggiare gli Houston Oilers, forti dell’acquisizione del rookie running back Earl Campbell. Pur di poterselo assicurare, i texani mandarono il tight end Jimmie Giles e 4 scelte per ottenere da Tampa Bay la prima scelta assoluta. Campbell, vincitore dell’Heisman Trophy, era un’autentica forza della natura: difficile da placcare e al tempo stesso più veloce di parecchi defensive backs. Nel 1978 guadagnò ben 1450 yards, diventando il primo rookie a vincere il titolo di miglior runner dai tempi di Jim Brown. Grazie al suo arrivo, gli Oilers chiusero la stagione regolare con un record di 10 vittorie e 6 sconfitte, per poi sconfiggere nei playoffs Miami e New England.
Earl Campbell fu particolarmente straripante nel Monday Night Game contro i Miami Dolphins. Un’ottima prestazione di Bob Griese (23/33, 349 yards su passaggio e 2 TD) non bastò agli uomini di Don Shula: Campbell guadagnò ben 199 yards sul terreno, segnando anche il touchdown decisivo con una corsa di 81 yards. “Pensammo che stavamo facendo un buon lavoro nel contenere Campbell”, dichiarò il linebacker dei Dolphins Rusty Chambers. “Ma notammo che ogni volta aveva palla correva con una potenza sempre maggiore”.

Ma gli Oilers erano troppo monodimensionali per avere la meglio sugli Steelers, che uscirono vittoriosi per 34-5 dall’AFC Championship Game giocato nella pioggia gelida del Three Rivers Stadium. Lo stesso giorno, i Dallas Cowboys si sbarazzarono per 28-0 dei Los Angeles Rams: per la prima volta nella storia ci sarebbe stata una rivincita in un Super Bowl.
I Cowboys contavano su un attacco sempre più rodato (3190 passing yards e 25 TD per Roger Staubach, 1325 rushing yards per Tony Dorsett), mentre gli Steelers erano diventati semplicemente l’orgoglio di un’intera città.
Thomas “Hollywood” Henderson, linebacker dei Cowboys, pensò di scaldare gli animi alla vigilia insultando Terry Bradshaw, il tight end Randy Grossman e perfino Jack Lambert.
Le premesse non furono smentite, e il Super Bowl XIII fu uno dei più entusiasmanti di sempre. Bradshaw lanciò 4 passaggi in touchdown, 2 dei quali a John Stallworth, e gli Steelers si portarono avanti 35-17. Ma a quel punto iniziò una furibonda rimonta dei Cowboys: Roger Staubach lanciò 2 passaggi in touchdown negli ultimi 3 minuti di gara, riducendo il vantaggio di Pittsburgh a 35-31. Ci pensò Rocky Bleier ad assicurare la vittoria dei Black & Gold recuperando un onside kick quando mancavano solo 22 secondi al termine. Terry Bradshaw totalizzò 318 yards su passaggio e fu nominato MVP.

“Penso che siamo l’unica squadra capace di battere gli Steelers”, disse Staubach. “E ce l’abbiamo quasi fatta. Il nostro attacco li ha messi in confusione per l’intera partita”.
Al termine della stagione 1978, Fran Tarkenton diede l’addio al football dopo 18 anni nella NFL. Al momento del ritiro, deteneva il record di passaggi effettuati (6467), passaggi completati (3686), yards guadagnate (47003) e passaggi in touchdown (342).

Il pericolo viene dall’aria

Il mondo del football professionistico fu scioccato quando il linebacker di Ohio State, Tom Cousineau, prima scelta assoluta del draft 1979, rifiutò di firmare con i Buffalo Bills preferendo i Montreal Alouettes della Canadian Football League. A nulla valsero i tentativi disperati del front office dei Bills.
A San Diego, i Chargers di Don Coryell si misero in mostra grazie ad un gioco aereo davvero spettacolare. Il rookie tight end Kellen Winslow si unì ai wide receivers John Jefferson e Charlie Joiner, obiettivi principali del quarterback Dan Fouts, che con 4802 yards fu il miglior passatore della lega. Quell’attacco era noto come “Air Coryell”, sebbene ci fosse anche il contributo degli offensive coordinators Bill Walsh (prima di Coryell) e Joe Gibbs (nell’era Coryell). “Il nostro successo non era solo legato al cambio delle regole sul gioco aereo”, affermò Fouts. “La nostra linea offensiva era davvero fisicamente imponente, specialmente la guardia Ed White e il tackle Russ Washington. Sapevano come usare i loro corpi, estendere le braccia e proteggermi nella tasca”.

L’unica squadra ad eguagliare il record di 12-4 dei Chargers furono i Pittsburgh Steelers, che vinsero il sesto titolo consecutivo della AFC Central. Subito dietro, gli Houston Oilers che, spinti da Earl Campbell (1697 yards su corsa e 19 TD), avanzarono fino all’AFC Championship Game dove furono sconfitti nuovamente da Pittsburgh, stavolta per 27-13.
Nella NFC, i Cowboys eliminarono i Redskins dalla corsa ai playoffs proprio nell’ultima giornata. Dallas sconfisse Washington 35-34 in una partita in cui ci furono ben 2 rimonte: i Redskins andarono avanti 17-0, per poi finire sotto 21-17 e nuovamente avanti per 34-21. Ma da lì iniziò la rimonta decisiva di Dallas, ancora una volta orchestrata da Roger Staubach, che con un passaggio in touchdown per Tony Hill a 39 secondi dalla fine, diede la vittoria ai suoi.

Ultimo atto per Pittsburgh

Solamente due anni dopo aver collezionato una poco invidiabile striscia di 26 sconfitte consecutive, i Tampa Bay Buccaneers riuscirono a conquistare l’accesso ai playoffs.
Grazie soprattutto ad una difesa feroce, i Buccaneers avanzarono fino all’NFC Championship Game. I loro avversari furono i Los Angeles Rams, che riuscirono a fare strada nonostante avessero vissuto una stagione davvero travagliata. Dapprima morì il proprietario Carroll Rosenbloom, poi una catena di infortuni costrinse l’head coach Ray Malavasi a schierare ben 4 quarterbacks diversi. Il record di 9-7 fu sufficiente a consegnare loro il settimo titolo di fila della NFC West. Dopodichè riuscirono ad approdare al Super Bowl sconfiggendo 9-0 Tampa Bay nel Championship Game. Per la prima volta in un Championship non fu segnato alcun touchdown: ai Rams bastarono 3 field goals di Frank Corral e una grande prova difensiva per sconfiggere i Buccaneers.
Nel Super Bowl XIV, i Rams erano nettamente sfavoriti contro i Pittsburgh Steelers: Vince Ferragamo, quarterback dei californiani, aveva all’attivo solo 7 partite da titolare. Sorprendentemente, Los Angeles conduceva 19-17 all’inizio dell’ultimo quarto. Ma gli Steelers rimisero la partita in carreggiata grazie a 2 touchdowns, di cui uno su passaggio da 73 yards di Terry Bradshaw per John Stallworth, vincendo 31-19.
“Fu una partita atroce”, affermò Bradshaw, ammettendo che si trattò della sua peggior prova in assoluto in un Super Bowl, nonostante avesse conquistato 309 yards su passaggio ed il secondo titolo consecutivo di MVP. “Giocammo contro il nostro ex defensive coordinator Bud Carson, l’uomo che aveva costruito la difesa dei nostri Steelers. Conoscevano i nostri audibles e il nostro attacco. E’ stata la partita più difficile di tutta la mia carriera”.
Per gli Steelers fu il canto del cigno.

“Per tutta la offseason pensai al ritiro”, furono sempre parole di Bradshaw. “Avrei dovuto ritirarmi. Avevamo vinto 4 Super Bowl in sei anni. E lo stress di vincere ci aveva sopraffatto. Dal punto di vista emotivo, non avevo più nulla da dare. In quella partita si poteva notare che la nostra squadra iniziava a decadere”.
Se era chiaro che la dinastia degli Steelers volgeva al termine, molti si chiedevano chi avrebbe raccolto il testimone. Col senno di poi, la risposta sarebbe stata scontata. Ma quanti nel 1979 avrebbero scommesso sui San Francisco 49ers di Bill Walsh, freschi reduci da 2 sole vittorie e ben 14 sconfitte ?

Bibliografia

- 75 Seasons
- The Fireside Book of Pro Football
- http://www.nfl.com/history
- http://www.profootballhof.com
- http://nflhistory.net/

Decades | by Roberto Petillo | 04/03/07

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