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Super Bowl VIII

Nel febbraio 2004, il Reliant Stadium di Houston ha ospitato il Super Bowl XXXVIII, che ha messo di fronte New England Patriots e Carolina Panthers ; nonostante la rinomata passione dei texani per il football, lo Stato della Stella ospitò il Super Bowl soltanto in un’altra occasione, precisamente nel gennaio 1974, quando i Miami Dolphins affrontarono i Minnesota Vikings, al Rice Stadium di Houston.

Con l’arrivo di Don Shula nel 1970, Miami era diventata la dominatrice della prima parte della decade: dopo la sconfitta nel Super Bowl VI contro Dallas, Miami aveva strabiliato gli osservatori completando una clamorosa perfect season (17-0) l’anno successivo; nel 1973 i Dolphins continuarono il loro dominio sulla lega, nonostante due sconfitte che interruppero una striscia di 18 successi consecutivi. La post-season fu relativamente tranquilla per Miami, che senza eccessivi problemi superò sia Cincinnati, sia Oakland, vendicandosi della partita di stagione regolare.

I Miami Dolphins degli anni’ 70 erano molto diversi da quelli delle decadi successive (soprattutto se pensiamo a Dan Marino), nonostante la presenza dello stesso allenatore: l’attacco, infatti, era basato esclusivamente sulle corse, mentre il gioco sui passaggi era inesistente o quasi; il pallone era portato dal possente Larry Csonka e dall’agile Eugene “Mercury” Morris, mentre l’unico compito del quarterback Bob Griese era quello di effettuare lo snap e consegnare il pallone ai due running back.

Il nome Csonka va pronunciato Zonka (con la s di roSa).

Durante la stagione regolare, Csonka corse per 1.003 yards in 219 portate, perfettamente bilanciato da Morris, che ne totalizzò 954, segnando 10 TD; l’anno precedente, i Dolphins erano diventati la prima squadra con due RB sopra le 1000 yards. Per confermare la tendenza offensiva di Miami, è sufficiente osservare le statistiche di Griese, che in tutta la stagione collezionò appena 1.422 yards sui passaggi.

Assieme alle corse, la chiave del successo di Miami era la celeberrima “No-Name Defense”, che era in grado di bloccare ogni attacco avversario: il soprannome “No-Name” era stato coniato alla vigilia del Super Bowl VI, quando il coach dei Dallas Cowboys, Tom Landry, ammise di non ricordare alcun nome dei giocatori della difesa di Miami, pur riconoscendone l’estremo valore. Tra i protagonisti di quel reparto possiamo menzionare i defensive linemen Manny Fernandez e Bill Stanfill, il linebacker Nick Buoniconti e le due safeties Jake Scott (MVP del Super Bowl VII) e Dick Anderson.

I Minnesota Vikings di coach Bud Grant, invece, avevano la loro stella in Fran Tarkenton, un QB famoso oltre che per la precisione nei passaggi anche per l’estrema mobilità: quando i ricevitori erano coperti, Tarkenton sapeva uscire dalla tasca e guadagnare yards cruciali; l’attacco inoltre poteva disporre di un ottimo RB, Chuck Foreman, e di un eccellente WR John Gilliam.

Ma i Vikings non erano solo forti in attacco, infatti, avevano a disposizione una delle più temute difese dell’intera storia NFL, i famigerati Purple People Eaters: Carl Eller, Gary Larsen, Jim Marshall e Alan Page formavano una linea difensiva senza uguali nel football, che coniò il celebre modo di dire “Meet at the Quarterback!”. Dopo una stagione regolare da 12-2, Minnesota si qualificò alla finale NFL, sconfiggendo Washington e Dallas; per i Vikings si trattava della seconda apparizione nella partitissima, quattro anni dopo la sconfitta contro i Chiefs (nell’ultimo Super Bowl NFL-AFL).

I giorni precedenti alla grande sfida furono contraddistinti da numerose polemiche, soprattutto da parte dei Vikings, che considerati squadra in trasferta, furono costretti ad allenarsi all’interno della Delmar High School: gli impianti sportivi di quella scuola non erano assolutamente adatti ad ospitare una squadra NFL, poiché privi del materiale per gli allenamenti, oltre che di docce funzionanti ed armadietti per i giocatori.

Bud Grant si scagliò contro il commissioner Pete Rozelle, giudicandolo il vero colpevole della situazione, ma purtroppo ottenne solamente una multa da 1.500 dollari; senza dubbio, i Miami Dolphins, considerati squadra di casa, usufruirono di una migliore condizione, potendo utilizzare gli impianti di allenamento degli Houston Oilers.

Tuttavia anche in casa dei campioni AFC scoppiò una polemica (sicuramente ingrandita dai mass media), provocata dal proprietario Joe Robbie, che aveva offerto alle mogli dei giocatori un soggiorno a Houston a spese della squadra: i “singles”, guidati da Jake Scott, si ribellarono a quella decisione, sostenendo che anche le loro madri avrebbero dovuto ricevere lo stesso trattamento, ma purtroppo non ottennero risultati positivi; polemiche a parte, il 13 gennaio 1974 il Rice Stadium era pronto ad ospitare la grande partita.

Fin dall’inizio Miami, favorita di sei punti alla vigilia, impose il proprio gioco, portandosi immediatamente in vantaggio per 7-0: in quel drive iniziale, i Dolphins conquistarono 62 yards (di cui 43 sulle corse) in 10 giochi, mantenendo il possesso del pallone per oltre 5 minuti; protagonista della serie fu Csonka, che oltre a segnare il TD, punì consistentemente la difesa dei Vikings.

Dopo l’impressionante prestazione dell’attacco, anche la difesa dimostrò il proprio valore, forzando Minnesota ad un 3-and-out; rientrati in possesso del pallone, Miami riprese il discorso sul ground game, approfittando tra l’altro di un’ottima posizione di campo: anche se il TD fu segnato da Jim Kiick, la chiave vincente fu ancora Csonka, che grazie a due corse da 12 e 8 yards, si dimostrò un vero incubo per la difesa dei Vikings.

Nel secondo quarto, i Dolphins realizzarono un field goal, ma nel drive successivo i campioni NFC risposero con un drive sostenuto: Tarkenton, finalmente, riuscì a superare gli scogli della No-Name Defense, avanzando il pallone all’interno del territorio avversario. Tuttavia, la serie si bloccò su un 4 and 1 a sole 6 yards dalla endzone, obbligando Bud Grant a prendere una decisione impegnativa: il coach di Minnesota rischiò il quarto down alla mano, ma purtroppo il RB Oscar Reed, in seguito al placcaggio di Buoniconti, perse il fumble, prontamente recuperato dalla difesa di Miami.

Il primo tempo si chiuse sul 17-0 e ben pochi presenti avrebbero dato qualche chance di rimonta per i Vikings: Minnesota aveva un disperato bisogno di un big play per poter girare l’inerzia della gara e questa giocata sembrò materializzarsi all’inizio del terzo quarto, quando John Gilliam riportò il kick-off return fino alle 34 yards avversarie; purtroppo, quel ritorno era stato viziato da un holding, che precluse a Minnesota una splendida posizione di partenza.

Riavuto il pallone dopo un punt, i Dolphins chiusero definitivamente il conto con il secondo TD personale di Csonka, che fissò il punteggio sul 24-0; tuttavia, la giocata decisiva del drive fu un passaggio da 27 yards di Bob Griese per Paul Warfield, che portò l’attacco di Miami a sole 11 yards dalla endzone.

Ormai la partita era finita e il TD su corsa di Fran Tarkenton servì solamente ad evitare l’umiliazione di uno shutout; in verità, i Vikings erano riusciti a riconquistare il pallone grazie ad un onside kick, ma gli arbitri sanzionarono un fuorigioco, che annullò la prodezza dello special team.

I Dolphins vinsero 24-7 e, doppiando il titolo dell’anno precedente, diventarono la seconda squadra a riconfermarsi campioni del Super Bowl, dopo le imprese dei Packers di Vince Lombardi nelle prime due edizioni della partitissima; il titolo di MVP, ovviamente, fu assegnato a Csonka, che guadagnò 145 yards in 33 portate, stabilendo un record per la grande finale: il suo potente stile di corsa si rivelò distruttivo per i difensori di Minnesota, che non ebbero alcuna chance di fermare l’avanzata del RB dei Dolphins.

“It’s not the collision that gets you, it’s what happens after you tackle him. His legs are just so strong he keeps moving. He carries you. He’s a movable weight.” – Jeff Seimon, linebacker dei Vikings.

Complessivamente, i Dolphins guadagnarono 259 yards, di cui 196 sulle corse, mentre Bob Griese lanciò appena 7 passaggi, completandone 6, per un totale di 73 yards; il suo collega, Fran Tarkenton, chiuse la partita con 18 su 28 per 182 yards, anche se molte di queste furono guadagnate nelle fasi finali dell’incontro.

Grazie a questa straordinaria performance, i Dolphins entrarono ufficialmente nell’elite della storia NFL, anche se purtroppo la franchigia della Florida non sarebbe più riuscita a celebrare una vittoria nel Super Bowl: le successive apparizioni di Miami nella grande finale (XVII e XIX) si sarebbero, infatti, chiuse con due sconfitte.

I Vikings, invece, continuarono il dominio nella NFC, guadagnandosi l’accesso al Super Bowl altre due volte nei seguenti tre anni, ma purtroppo, non riuscirono mai a conquistare il sospirato anello; ovviamente il vero simbolo della “tragedia” di Minnesota fu il QB Fran Tarkenton (titolare in tre delle quattro sconfitte), che non riuscì mai a staccarsi di dosso l’etichetta di perdente: nonostante eccezionali statistiche in regular season (3.686 su 6.467 per 47.003 yards e 342 TD), Tarkenton sarà per sempre ricordato per le sonore batoste subite nel Super Bowl.

Note:

- Il record di Larry Csonka (145 yards su corsa) ebbe vita brevissima: l’anno successivo sempre contro Minnesota, il RB dei Pittsburgh Steelers Franco Harris ne totalizzò 158. Attualmente, la prestazione di Csonka è la sesta nella storia del Super Bowl.

- Il Super Bowl VIII fu l’ultima partita con i pali delle porte posizionati sulla goal line: dalla stagione successiva, furono spostati 10 yards più indietro.

- Le statistiche finali di regular season di Fran Tarkenton per molto tempo restarono le migliori di sempre per la NFL: le 47003 yards furono superate solo da Dan Marino, John Elway e Warren Moon, i 3686 completi solo da Dan Marino, John Elway, Warren Moon e Brett Favre, i 342 TD solo da Dan Marino.

Great_Games | by Stefano Quaino | 11/03/07

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