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The Ice Bowl

Premessa
Perché mai un tifoso sfegatato dei 49ers dovrebbe iniziare la sua collaborazione con NFL History parlando di questa partita?
Forse perché questa è la partita che ogni appassionato di football sogna di vedere dal vivo almeno una volta nella sua vita. Una vita fatta di ricerca continua di quella “aura mitologica” che poche cose oltre al football possono creare per il fan, e sono proprio le partite come questa che creano le leggende. Leggende popolate da eroi che indossano attrezzature e caschi in condizioni in cui tutti gli altri esseri umani non possono fare altro che infilarsi sotto le coperte.
Forse perché una partita giocata a quasi 25 gradi sotto zero ha in sé qualcosa di arcaico, di preistorico, e diventa “mitologia” prima ancora di essere giocata, e ancora di più se il teatro dello scontro è il Lambeau Field, forse lo stadio Nfl che evoca maggiormente il senso ancestrale dell’ “inizio”.
Inizio, preistoria, mitologia, con questi presupposti forse i 49ers e tutto il football moderno non esisterebbero nemmeno se non fosse stata giocata questa partita, per cui ecco che viene naturale iniziare da quel freddissimo 31 dicembre 1967 a Green Bay, Wisconsin, Nfl Championship, la partita che è passata alla storia come “The Ice Bowl”.

Lo scenario
La mattina del 31 dicembre 1967 la città di Green Bay si era destata dal sonno provando due sensazioni molto familiari: era inverno e i Packers quel pomeriggio avrebbero giocato una finale NFL, per il secondo anno consecutivo contro i Dallas Cowboys. Niente di nuovo quindi? Beh, qualcosa di anomalo c’era, come avrebbe presto scoperto chiunque si trovasse in città quel giorno.
Innanzitutto c’era nell’ aria una grande eccitazione perché i Packers tentavano un’ impresa mai riuscita prima nella moderna Nfl: vincere tre championships consecutivi. E poi c’era un ospite indesiderato: un freddo polare.
Ed Sabol e suo figlio Steve, dirigenti della Nfl Films, furono svegliati da una gentile receptionist dell’ albergo in cui alloggiavano: Buon giorno Mr. Sabol, sono le sette, la temperatura esterna è di 25 gradi sotto zero e c’è un forte vento proveniente da nord. Vi auguro una buona giornata, lasciando i Sabol a bocca aperta.
Una simile incredulità si diffuse in tutta la città man mano che ci si rendeva conto della situazione meteorologica, giocatori dei Packers compresi, i quali pensavano comunque che in quelle condizioni la Lega avrebbe rinviato l’ incontro.
Dick Shaap, un giornalista che stava scrivendo un libro collaborando con Jerry Kramer, la guardia destra dei Packers, guidando verso lo stadio e notando un termometro posto sul tetto di un edificio che segnava -25° pensò che il misuratore fosse rotto.
Chuck Lane, l’ addetto stampa dei Packers, era cresciuto in Minnesota e quindi era abituato alle basse temperature, eppure uscendo di casa aveva capito subito che c’era qualcosa che non andava in quella giornata: al secondo passo gli si era ghiacciato qualcosa nel naso. A peggiorare la situazione, appena giunto allo stadio degli inservienti gli mollarono una patata bollente: Riferisci a Lombardi che il suo campo è congelato. Lane pensò che avrebbe preferito dirgli che la moglie lo tradiva.
Il campo non POTEVA essere ghiacciato. Quella primavera Vince Lombardi aveva fatto installare un nuovissimo impianto di riscaldamento del terreno, un enorme reticolato elettrico posto una ventina di centimetri sotto il manto erboso e che doveva impedire il formarsi di zone ghiacciate. Quella mattina però l’ impianto non funzionava. Oltre al danno la beffa: Lombardi aveva comprato l’ impianto, pagandolo 80.000 $, da un giovane executive della General Electric di nome George S. Halas, il nipote di Papa Bear!

Il risultato fu, come riportato da uno degli arbitri al giro di ricognizione un paio di ore prima del kick-off, che il campo era as hard as a rock.
Negli spogliatoi molti giocatori chiesero a Lombardi il permesso di vestire più pesante del solito sotto l’ uniforme e dei guanti. Lombardi accolse la prima richiesta precisando di non esagerare per non sentirsi troppo legati nei movimenti, i guanti però furono permessi solo agli uomini di linea, chiunque avesse dovuto maneggiare la palla doveva giocare senza. Dave Robinson, un linebacker di colore, ebbe l’ idea di mettere dei guanti marroni pensando che Lombardi non se ne sarebbe accorto, e così fu, infatti indossò i suoi guanti per tutta la giornata.
I Packers non giunsero al championship da favoriti, c’ era un senso comune nella Nfl che la loro era da padroni della lega stesse per terminare. La stagione regolare era stata dominata dai Rams e dai Colts, che però erano giunte alla pari in testa nella stessa divisione e i Rams erano passati ai playoffs in virtù del tie-breaker degli scontri diretti. Nell’incontro di playoffs della Western Conference però i Packers avevano fatto valere il loro nome, la loro esperienza di postseason ed avevano spazzato via i Californiani.
I Cowboys invece erano considerati il futuro della lega, avevano un gioco brillante in attacco con delle formazioni multiple ed i loro velocissimi ricevitori, distruttivo in difesa con la famosa Doomsday Defense e delle divise che riflettevano il sole del Texas negli occhi dei loro fans.
Ma c’ era una variabile che essendo intangibile non poteva essere considerata dagli analisti e dagli addetti ai lavori in sede di pronostico: Lombardi odiava perdere contro i Cowboys. Principalmente perché pretendeva di rimanere sempre un passo avanti al suo vecchio collega ai tempi dei Giants Tom Landry. Aveva avuto il posto da head coach un anno prima di lui, aveva riportato i Packers ad un record vincente in un solo anno mentre Landry aveva dovuto lavorare sei anni con una expansion team per riuscirci. Inoltre Lombardi aveva un’ altra grande motivazione. Era un conservatore, un amante delle vecchie tradizioni Americane, la fine degli anni ’60 stava portando una rivoluzione per lui inaccettabile sotto troppi aspetti ed i Cowboys erano uno dei simboli di questa nuova America.

La partita
Intanto la gente si era sistemata sugli spalti e man mano che l’ ora fissata per il kick-off si avvicinava lo spettacolo che si presentava a chi dava un’ occhiata sulle tribune era incredibile. C’era un enorme nube formata dalle tante nuvolette che uscivano dalla bocca degli spettatori, decine di migliaia di respiri si condensavano in un’unica visione da era glaciale.

Inoltre le persone sugli spalti si erano attrezzate con tutte le proprie risorse per difendersi dal freddo: sacchi a pelo, pellicce, buste di plastica, stufe improvvisate con i modi più disparati come delle candele fissate nelle vaschette per i pesci, pigiami di flanella indossati sopra i vestiti, sacchetti per la spesa calati sul viso con buchi per gli occhi.
Mentre l’ influenza del vento faceva precipitare la temperatura fino a picchi negativi di 44° un ulteriore spettacolo era rappresentato dalla sideline dei Cowboys. Il fullback dei Packers Chuck Mercein li paragonò a dei Terrestri capitati su Marte. Molti di loro vestivano felpe con cappuccio alzato sotto il casco e a Mercein questa cosa sembrò ridicola.
Il ricevitore dei Cowboys Lance Rentzel ricorda così quella situazione: Appena entrati in campo per il riscaldamento nessuno pensava più al game plan, la sola cosa importante era sopravvivere a quella giornata. Il campo era duro come marmo, quelli che suonavano gli ottoni nella banda avevano tutti le labbra insanguinate perché gli strumenti gli si saldavano alla bocca e dovevano strappare la pelle per staccarli, lo stesso problema ebbero infatti gli arbitri che, non potendo usare il fischietto, dovevano fermare il gioco gridando. Quando rientrammo negli spogliatoi dopo il riscaldamento da una parte c’ era Landry che sembrava parlasse da solo ma in realtà aveva perso completamente il controllo della squadra, mentre tutti gli altri si misero a tagliare calze di lana per farne dei passamontagna da indossare sotto il casco.

Bob Hayes, all’ epoca considerato l’ uomo più veloce del mondo, praticamente si rifiutò di giocare per tutto il primo tempo correndo le tracce con le mani nei pantaloni, e per l’ attacco dei Cowboys fu come giocare in dieci contro undici.
I Packers all’ inizio approfittarono di questa situazione ed alla metà del secondo quarto conducevano 14-0 con due passaggi da touchdown di Bart Starr per il ricevitore Boyd Dowler.
Don Meredith, il quarterback dei Cowboys, ad un certo punto non riusciva neanche più a parlare per chiamare i giochi, il freddo gli impediva di usare i muscoli del viso e doveva aiutarsi con le dita per poter modulare la voce.
Lombardi a questo punto iniziò a pensare di poter controllare la partita visto il nulla che stava producendo l’ attacco dei Cowboys. Ma nel football l’ imponderabile è sempre dietro l’ angolo e negli ultimi quattro minuti del quarto i Cowboys rientrarono improvvisamente in partita. Un fumble di Starr causato da un sack di gruppo della Doomsday Line e dalle mani del quarterback che erano diventate insensibili per il gelo viene ricoperto in endzone da George Andrie e il vantaggio è ridotto a sette punti.
Due minuti dopo Willie Wood sta per ricevere un punt dei Cowboys. Wood era considerato le mani più sicure della lega, in otto anni come ritornatore aveva perso un pallone solo una volta. Ma questa volta, nel dubbio se ritornare il punt o se chiamare il fair catch, lascia che il pallone si avvicini troppo e non riesce a controllarlo. I Cowboys tirano fuori un field goal dal possesso seguente al fumble ed accorciano lo scarto a 14-10 subito prima di rientrare negli spogliatoi per il tanto sospirato intervallo. Ancora una beffa oltre al danno: i Packers sono considerati favoriti a causa del tempo e dieci punti da attribuire alle condizioni climatiche sono tutti a vantaggio di Dallas.
Il terzo quarto si chiuse senza segnature ma ormai era ovvio che Dallas aveva preso in mano le redini della gara. Per due volte i Cowboys erano stati sul punto di segnare ma prima un fumble sulle tredici yards di Green Bay e poi un field goal mancato da Danny Villanueva avevano salvato il vantaggio dei Packers.
All’ inizio dell’ultimo quarto il possesso era ancora dei Cowboys e Landry giocò la carta del trick play. Meredith lancia la palla in pitch sulla sua sinistra per Dan Reeves che a South Carolina aveva giocato da quarterback, la difesa dei Packers si muove pensando ad un gioco di corsa di Reeves e converge su di lui. Quando si rendono conto che il gioco chiamato era un halfback option pass Rentzel sta già festeggiando il suo touchdown da 50 yards con i compagni.
Dallas conduce 17-14.

Nei seguenti due possessi i Packers non riescono a segnare fallendo anche un field goal dalle 40 con Don Chandler, la difesa però riesce ancora una volta a forzare al punt i Cowboys. Stavolta Wood pensa solo a tenere bene la palla e regala un ultimo possesso ai Packers dalle proprie 32 yards. Mancano 4 minuti e 15 alla fine. Ray Nitschke uscendo dal campo per l’ ultima volta grida ai suoi colleghi dell’ attacco: Don’t let me down, don’t let me down con le poche forze rimastegli.
Ormai quasi tutti pensano a una vittoria dei Cowboys, qualche giornalista abbandona la postazione sugli stands per avvicinarsi alle sidelines per vivere da vicino i momenti finali di quell’ incredibile giornata.
Dick Shaap sembra aver trovato improvvisamente quello che stava cercando da tempo, il titolo del libro che stava scrivendo con Jerry Kramer. Una delle frasi preferite di Lombardi era : I Packers non perdono mai, però qualche volta succede che l’ orologio vada a zero. Shaap pensò che era proprio quello che stava succedendo, l’ orologio di quella partita, ma soprattutto quello di una dinastia vincente, stava andando verso lo zero. Il libro si sarebbe intitolato The Year the Clock ran out.
Ma qualcuno nello stadio crede ancora alla vittoria dei Packers. Steve Sabol si avvicina alla postazione di Lombardi con la sua telecamera sicuro di essere testimone di un pezzo di storia del football. Ma a credere maggiormente alla vittoria sono ovviamente Lombardi ed il suo esecutore Bart Starr. Insieme impostano una strategia per quell’ ultimo drive, decidendo di non andare per i big plays ma per guadagni costanti e sicuri. Starr entra nell’ huddle dicendo solo: This is it. We’re going in e questo basta per calmare ed infondere fiducia ai compagni. Per tutto il drive Starr si affida al suo backfield formato da Chuck Mercein e dall’ halfback Donny Anderson. I due quella stagione avevano dovuto sostituire Paul Hornung e Jim Taylor, la coppia stellare che aveva trascinato i Packers alla vittoria per una decade ed i risultati non erano stati proprio degni del passato, ma per quegli ultimi quattro minuti entrambi si sentivano all’ altezza del compito.
I Packers eseguono alla perfezione la strategia impostata, Mercein, Anderson e Dowler portano la palla sulle 30 yards avversarie con due minuti da giocare. Mercein ha notato che se è allineato sulla sinistra del backfield può liberarsi facilmente dalle marcature e lo riferisce nell’ huddle. Starr sceglie un gioco di passaggio in cui il fullback è la terza opzione e allo snap effettivamente le prime due tracce, quelle di Anderson e Dowler, sono coperte, quindi decide il lancio per Mercein. La palla sembra perdersi nel vento, alta e dietro il ricevitore, ma Mercein con un grande sforzo la controlla in salto e guadagna 19 yards eludendo la copertura. Quella ricezione si trasforma in un killer per il morale della difesa dei Cowboys, che sul gioco seguente si lascia trarre in inganno. Starr chiama una particolare variante della sweep, il trademark play di Lombardi, denominata Give 54. I Packers avevano provato il gioco per tutta la settimana e Lombardi si era raccomandato di usarlo solo quando Starr avesse sentito che era il momento giusto. Nella sweep tradizionale la guardia sinistra andava in pull ed il fullback era resposabile per l’ uomo di linea allineato di fronte alla guardia. In questo caso il defensive tackle però era Bob Lilly, uno dei migliori in tutta la lega, dotato di una grande velocità allo snap, Lombardi temeva che avrebbe potuto subito colpire il buco prima di essere bloccato dal fullback, distruggendo così il gioco. La Give 54 era disegnata proprio per trarre vantaggio dall’ aggressività di Lilly. Infatti Starr finta la sweep dando la palla direttamente a Mercein che punta il buco lasciato vuoto da Lilly, segue un blocco del tackle Skoronski e sembra possa arivare direttamente in endzone, ma le ultime yards sono completamente ricoperte di ghiaccio e Mercein scivola terminando la corsa sulle tre. Anderson prende il primo down ma ora rimane da compiere l’ impresa più dura: l’ ultima yard. I primi due tentativi sono due corse dello stesso Anderson ma si concludono con due scivolate sul terreno ghiacciato. Lombardi chiama l’ ultimo timeout per parlarci sopra.

Sedici secondi alla fine, un field goal manderebbe tutti al supplementare, ma Lombardi e Starr non prendono nemmeno in considerazione l’ ipotesi e decidono per una semplicissima wedge play, con Kramer che blocca il tackle Jethro Pugh cercando di farlo cadere e Mercein che si tuffa nel buco. Lombardi invia per l’ ultima volta il suo capitano in campo dicendogli Run it. And let’s get the hell out of here.
Starr chiede a Kramer di trovare un po’ di trazione per il blocco e chiama il gioco, Mercein pregusta già la segnatura, la linea dei Cowboys si prepara cercando disperatamente di togliere tutto il ghiaccio possibile dai tacchetti, ma un flash balena nella mente di Starr: se Mercein scivolasse non ci sarebbe più tempo per un altro gioco, se portasse direttamente lui la palla guadagnerebbe tempo, spazio e ci sarebbe meno rischio di un fumble non dovendo dare la palla nelle mani del fullback. Il problema è che i Packers non hanno una quarterback sneak nel loro playbook, deve improvvisare. Tutti nello stadio, meno un solo uomo, pensano che Mercein avrà la palla.

Vernon Biever, il fotografo ufficiale dei Packers, decide di lasciare la sua postazione dietro la endzone per catturare i momenti finali vicino alla panchina di Lombardi, affidando al figlio quindicenne John gli ultimi momenti di gioco visti dalla goal line.
Parte lo snap, Jerry Kramer blocca Pugh e lo fa cadere, Mercein vede il buco, riesce a non scivolare, decolla, ma si rende conto che Starr non gli darà mai quella palla perché è già in endzone. Decide di alzare le braccia mentre si tuffa per non far credere all’ arbitro che sta spingendo Starr da dietro, il che vanificherebbe il touchdown con una penalità ed in quel momento John Biever scatta una foto che passerà alla storia, riuscendo a catturare in un solo fotogramma una drammatica partita, un’ intera stagione e la fine di un’ era.

Epilogo
Mentre la CBS replica un’ infinità di volte l’ ultima azione Dick Shaap deve cancellare mentalmente il titolo del libro che aveva appena trovato.
Negli spogliatoi Lombardi, prima di concedersi alla stampa, si congratula in lacrime con i suoi eroi per quella storica vittoria.
Una settimana dopo guiderà per l’ ultima volta i Packers da head coach in un Superbowl II giocato a Miami in condizioni climatiche opposte, e per l’ ultima volta sbarrerà il passo ad un’ altra squadra che rappresenta il futuro della Nfl, la giovane franchigia degli Oakland Raiders, sconfiggendoli per 33-14.
Un giorno, durante la offseason, Jerry Kramer è ospite di Shaap a New York per un seminario di giornalismo e sta parlando del suo blocco e di come la televisione trasmise in continuazione quel gioco, ad un certo punto esclama: Thank God for the instant replay. Il viso di Shaap si illumina.
Instant replay diventerà uno dei libri sportivi più venduti di tutti i tempi.

Fonti:
David Maraniss “When pride still mattered-A life of Vince Lombardi”.
Barber & Fawaz “Nfl’s greatest. Players, events and games”.
Dick Shaap “Green Bay replay. The Packers’ return to glory”.
“Alla scoperta della Nfl” Documentario Tele+2
La cronaca del quarto quarto della partita è liberamente tratta dal capitolo “Ice” del citato libro di Maraniss, pagg. 410-428. Touchstone editore, anno 2000.

Great_Games | by Domenico | 26/06/07

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