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Dick Butkus

Se la ferocia avesse avuto un nome, molto probabilmente sarebbe stato quello di Dick Butkus.
Nonostante abbia giocato solamente 9 stagioni da professionista (a causa di un ginocchio destro malandato), è considerato quasi all’unanimità il miglior middle linebacker della storia della NFL. “Voglio essere ricordato come il migliore in assoluto. Voglio che per la gente la frase ‘miglior middle linebacker di sempre’ sia sinonimo di ‘Butkus’”.
La leggenda narra che i Baltimore Colts, dopo un violento pomeriggio di football al Wrigley Field, erano sul loro pullman diretti verso l’aeroporto quando all’improvviso furono tamponati. I giocatori dei Colts si scambiarono uno sguardo e dissero all’unisono una sola parola: “Butkus”.
“E’ come se fosse venuto da un altro mondo, da un altro pianeta”, dichiarò Bob Kuechenberg, guardia dei Miami Dolphins e più volte Pro Bowler.

“Non correva le 40 yards in 4 secondi e 40, non era un gran sollevatore di pesi, ma era capace di mangiarsi vivi tutti gli avversari”, sono sempre parole di Kuechenberg.
Anche Mike Ditka, suo leggendario compagno di squadra ed in seguito head coach dei Chicago Bears, ha speso per lui parole eloquenti: “Con tutto il rispetto, devo dire che Dick è un animale. E’ talmente competitivo che il giorno della partita non risponde alle domande. Grugnisce.”

Butkus totalizzò in carriera 25 fumbles recuperati e 22 intercetti. Numeri che accennano appena che razza di forza distruttrice fosse stato.

“Quando colpivo un avversario, volevo che sapesse chi fosse stato, senza neppure il bisogno di guardarsi in giro. E volevo che sapesse che l’avrei colpito di nuovo, e di nuovo ancora. Volevo che sapesse che l’avrei costretto a pensare a me anziché a quello che avrebbe dovuto fare in campo.”

Molto più di un feroce giocatore di football. Una belva assetata di sangue. Quello del suo avversario.


Gli Inizi

Al secolo Richard Marvin Butkus, il Nostro (anzi, il Mostro) nacque nel South Side di Chicago il 9 Dicembre 1942 da genitori di origine lituana. Ultimo di 8 fratelli, fin da giovanissimo manifestò l’intenzione di diventare un giocatore professionista di football. Addirittura ci sarebbe riuscito senza praticamente mai muoversi dalla sua città natale.
“Fin da quando avevo 8 anni, sapevo che ero destinato a giocare a football nella NFL. Ai tempi della high school sognavo di colpire il running back, strappargli la palla e correre nella direzione opposta. Oppure di rincorrere un wide receiver e causare un fumble che avrebbero recuperato i miei compagni. La cosa pazzesca è che entrambe le cose sono accadute durante la mia carriera nella NFL. Ciò mostra quanto da giovane fossi ossessionato dal gioco”.
Il giovane Dick scelse di frequentare la Chicago Vocation High School principalmente perché il programma di football era diretto da Bernie O’Brien, ex giocatore di Notre Dame.
In quegli anni giocò da fullback in attacco e da linebacker in difesa, apprendendo la tecnica di strappare via la palla al running back avversario.
Nonostante il corteggiamento di Notre Dame, Butkus venne reclutato nel 1962 da Illinois, e fino al 1964 è un 60-minute player, giocando sia linebacker che centro per i Fighting Illini.

Si dice che all’origine del suo no ai Fighting Irish, che non vedevano di buon occhio i giocatori sposati, ci fossero dei motivi sentimentali.
Butkus aveva intenzione di portare all’altare la sua fiamma dei tempi della high school (cosa che fece nel 1963), Helen Essenhart, e anche per questo motivo scelse Illinois.
La sua carriera collegiale fu spettacolare: Butkus fu *All-American *nel 1963 e nel 1964, sia come linebacker che come centro. Notevoli i 373 tackles, ma anche e soprattutto il modo in cui placcava gli avversari. Un modo che ben presto fece di lui il middle linebacker più inarrestabile della storia del college football, al punto da assurgere lo status di riferimento per quel ruolo.
Oltre alla cattiveria agonistica e alla forza nei placcaggi, quello che lo rese veramente di un altro pianeta fu una velocità da running back. Velocità che gli permise di coprire l’intero campo sulle corse ed i tight ends e i runners avversari nei giochi di passaggio.
Per Illinois la stagione 1962 fu parecchio deludente, solo 2 vittorie e ben 7 sconfitte. Nel 1963 entrò in scena Butkus e l’impatto fu clamoroso: grazie alla difesa da lui condotta gli Illini finirono a 8-1-1. In quella stagione, suo junior year, totalizzò 145 placcaggi e 10 fumbles provocati e nella partita contro Ohio State mise a segno la bellezza di 23 tackles (record per la sua Alma Mater). Illinois, forte anche dell’attacco basato sul fullback Jim Grabowski, avanzò fino al Big Ten Championship, aggiudicandosi il Rose Bowl grazie alla vittoria su Washington per 17 a 7. Butkus appose la sua firma intercettando un passaggio nei minuti finali dell’incontro, e conquistò il titolo di MVP della Big Ten.

Secondo Pete Elliott, suo coach a Illinois, “Butkus non giocava mai al risparmio, non importa se in riscaldamento, in allenamento o in partita. Era sempre il primo ad arrivare agli allenamenti e l’ultimo ad andarsene.Viveva per il contatto fisico con l’avversario”.
Nel 1964 arrivò terzo nell’Heisman Trophy e venne nominato Giocatore dell’Anno dalla American Football Coaches Association.


Benvenuto tra i Pro

Il 1965 fu tempo di draft. Butkus venne scelto sia dai Chicago Bears della NFL con la terza scelta assoluta (con la quarta assoluta i Bears scelsero Gale Sayers) che dai Denver Broncos della lega rivale AFL. Nonostante i Broncos gli avessero fatto “un’offerta che non si può rifiutare”, Butkus decise di sfidare lo stereotipo del “nemo propheta in patria” e di firmare con la squadra della sua città natale.
“Vivevo a Chicago, ma non ero un grosso fan dei Bears. Andai ad assistere ad un paio di partite dei Cardinals a Comiskey Park, ma i migliori momenti li ho trascorsi davanti alla TV guardando i Packers contro i Lions ogni Giorno del Ringraziamento”.
Secondo molti commentatori, il Nostro aveva bisogno di un periodo di tempo per “acclimatarsi” tra i professionisti, visto e considerato che nel ruolo di middle lineabacker i Bears schieravano Bill George, praticamente un’istituzione cittadina e futuro hall of famer. Ma in realtà le cose stavano diversamente : “Non appena lo vidi in azione durante il training camp, pensai che i miei giorni da titolare fossero finiti. Nessuno era stato così forte, e nessuno mai lo sarà quanto lui” fu il commento dello stesso Bill George.
Certo, Butkus aveva bisogno di affinare il proprio bagaglio tecnico e non affidarsi unicamente al proprio istinto per trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Quei Bears avevano uno dei playbook difensivi più complessi di tutta la lega, e Dick imparò in fretta a leggere l’attacco avversario, migliorando anche nella pass coverage.
George Halas, fondatore e head coach dei Chicago Bears, non impiegò molto ad affidargli le chiavi della difesa.
“Le mie prime 3 stagioni furono le ultime da coach per Halas, che era in carica fin dal 1920, anno di fondazione dei Bears. Potevi sentire la tradizione dal momento in cui entravi nei vecchi uffici di 173 West Madison. C’erano i vecchi pennants e trofei sparsi ovunque. Quei luoghi erano pervasi da un’aura mistica.”

Il debutto nella NFL fu roboante, nonostante i 52 punti incassati da Chicago: 11 tackles contro i San Francisco 49ers. Il suo anno da rookie procedette su quella stessa falsariga: Butkus si rivelò il miglior placcatore dei Bears oltre ad essere il numero 1 in quanto a intercetti e fumbles recuperati. Grazie a lui la difesa di Chicago tornò ad essere dominante, diventando l’edizione anni ’60 dei Monsters of the Midway.
Il dato forse più significativo del suo impatto sulla squadra è rappresentato dalle 9 partite vinte dai Bears sulle ultime 11, dopo le tre sconfitte iniziali.
Al termine del 1965 la Associated Press lo nominò All-NFL middle linebacker e soltanto il compagno di squadra Gale Sayers gli negò il titolo di rookie dell’anno.
Curiosamente, anche la carriera di Sayers sarebbe stata stroncata dagli infortuni alle ginocchia.


La Vetta

Nelle stagioni successive Butkus non fece altro che consolidare la sua fama di incredibile difensore, venendo nominato altre 6 volte All-NFL middle linebacker e convocato al Pro Bowl in ciascuna delle sue prime 8 stagioni da professionista.
Nell’anno di grazia 1967 totalizzò 18 sacks, suo massimo in carriera.
Contro i Baltimore Colts si rese anche protagonista di un curioso aneddoto, dando vita suo malgrado ad un nuovo schieramento difensivo.
“Un ex giocatore dei Colts ci dava degli ottimi suggerimenti su dove avrebbe lanciato Johnny Unitas, e la cosa funzionò bene nella prima metà della gara. Forse prendemmo eccessiva fiducia. Prima di un’azione, durante il secondo tempo, ci fu detto che Unitas avrebbe lanciato a sinistra. Così gridai ‘Post’ per chiamare una rotazione sul lato forte, ma qualche compagno capì che avevo urlato ‘Pow’ e la rotazione avvenne sul lato debole. Avevamo inventato per sbaglio la double zone”.
La sua grandezza è rappresentata anche dalla notevole versatilità, come testimoniano i 12 kickoffs ritornati ed una corsa da 28 yards su un fake punt. E per due volte fu capace di mettere una pezza dopo che un cattivo snap pareva aver compromesso la realizzazione dell’extra point, ricevendo nella end zone il passaggio della disperazione. Proprio in questo modo i Bears riuscirono a battere i Washington Redskins nel 1971, per 16 a 15, in quella che Butkus definisce la più bella azione della sua carriera.
“L’head coach dei Redskins era George Allen, che mi scelse al draft quando era defensive coordinator ai Bears. Nel mio anno da rookie vivevo a stretto contatto con lui, pranzavamo assieme ogni venerdì. In quella partita avevo ricevuto un calcio in un occhio, e mezza faccia cominciava a gonfiarsi a dismisura, proprio come un pallone da football. Verso la fine del match segnammo il touchdown del pareggio, e fui lasciato in campo per l’extra point attempt. Ci fu lo snap e sentii il pubblico ruggire. Guardai indietro e vidi che la palla aveva scavalcato l’holder Bobby Douglass, che era anche il nostro quarterback. Bobby recuperò la palla e lanciò una Hail Mary nella end zone, che riuscii a ricevere con un solo occhio sano”.

Ancor più della furia e della violenza dei colpi assestati ai malcapitati di turno, furono l’intensità e la dedizione ad aver caratterizzato il suo stile di gioco. Dedizione che spesso sfociava in training autogeno, oltre le soglie dell’autocondizionamento psicologico.
“Quando scendevo in campo per il riscaldamento, mi aggrappavo a qualunque motivo per uscire di senno. Se qualcuno dell’altra squadra rideva, cercavo di convincermi che stesse ridendo di me o dei Bears. E ha sempre funzionato”.
George Halas fu un uomo chiave riguardo gli aspetti motivazionali di Butkus.
“Ricordo che durante la mia seconda stagione, la settimana prima che incontrassimo Detroit, Halas venne da me e mi chiese se avessi sentito quello che aveva detto su di me Ed Flanagan, il centro dei Lions. Io risposi di no, e gli chiesi cosa avesse detto. E Halas scosse la testa e se ne andò. Non so se Flanagan abbia mai detto qualcosa contro di me, ma ero pronto ad ucciderlo”.
Questa filosofia lo spinse a giocare ogni partita come se fosse l’ultima della sua vita, focalizzando tutta la sua rabbia nel punto di impatto con l’avversario.
“Se potessi scegliere, piuttosto preferirei affrontare un grizzly. Prego di potermi rialzare ogni qualvolta subisco un tackle da Butkus”. Parole e musica di MacArthur Lane, running back dei Green Bay Packers.
Quasi inevitabile che il prezzo da pagare a tale intensità agonistica fosse stato il prematuro addio alle scene… ricordiamoci che il football è uno sport di collisione, tanto per usare le parole di Vince Lombardi.
E fu il ginocchio destro a cedere per la prima volta nel 1970. L’operazione effettuata in offseason per ricostruire i legamenti non riuscì, tanto da costringere Butkus a giocare le successive 2 stagioni in preda al dolore.
Ma il leggendario numero 51 non lasciò che i suoi problemi fisici influissero sul suo modo di giocare, almeno nel 1971, quando realizzò 117 tackles, 3 fumbles recuperati e 4 intercetti. Ciliegina sulla torta : la settima convocazione di fila al Pro Bowl.

“Dick era irrefrenabile”, ricorda il centro Bob DeMarco, “giocava nonostante non fosse guarito dall’infortunio al ginocchio. Dovevano fasciargli la gamba in posizione piegata in modo che potesse correre”.


Il Declino

La stagione 1972 portò con sé il canto del cigno : 2 intercetti, 4 fumbles recuperati e Pro Bowler per l’ottava volta consecutiva.
Nel 1973 calò il sipario, a causa di ripetuti infortuni alle ginocchia oramai malandate: contro gli Atlanta Falcons si chiamò fuori per la prima volta. Il dolore era diventato insopportabile. Qualche settimana più tardi, il ritiro.
“Nelle ultime 2 stagioni della mia carriera, le mie ginocchia erano messe così male che in pratica non potevo più allenarmi”.
Nel 1974 i Bears vennero citati in giudizio dal loro ex simbolo, rei di aver gestito male il recupero dal primo infortunio.
In sostanza, la società non solo avrebbe imposto al giocatore i propri medici, impedendogli di rivolgersi altrove, ma lo avrebbe costretto ad andare avanti a forza di antidolorifici pur di averlo in campo e avere garantiti gli incassi al botteghino.
E nel 1976 arrivò un risarcimento di 600.000 dollari. Ma gli strascichi fisici sarebbero rimasti eccome, impedendogli di correre, saltare e perfino di stare in piedi per lunghi periodi di tempo.
La disputa legale fece cadere una coltre di ghiaccio tra Butkus e la squadra di George Halas. Solo nel 1985 sarebbe iniziato il progressivo riavvicinamento con la franchigia, quando il Nostro si ritagliò il ruolo di analista televisivo dei Bears.
Nel frattempo, il 28 Luglio 1979 era arrivata la scontata elezione nella Hall Of Fame, al primo anno di eleggibilità… come per tutti i grandi della NFL.

“Non è sempre male avere una cattiva reputazione. La mia mi ha aiutato ad entrare nella Hall Of Fame, che è il riconoscimento definitivo per un giocatore. E’ stata la conferma che ho avuto una grande carriera. Essere nella Hall Of Fame non significa molto di per sé, ma quando vedi tutti gli altri giocatori eletti, e pensi al contributo che ciascuno di essi ha dato al gioco, allora diventa un grande onore”.
Nel 1983 fece il suo ingresso anche nella College Football Hall Of Fame, con tanto di ritiro della maglia da parte dei Fighting Illini (il numero 50).
Il 31 Ottobre 1994 avvenne il ritiro della maglia numero 51 e con esso il definitivo disgelo tra Butkus ed i Chicago Bears.
Nel 1997 un nuovo intervento per applicare una protesi artificiale al ginocchio destro avrebbe dato fine alle sofferenze di Butkus.
Tuttavia non ci sono stati rimpianti : se avesse potuto tornare indietro, avrebbe rifatto tutto allo stesso modo… “A pochi è concesso di guadagnarsi da vivere facendo ciò che più si ama, e ogni lavoro ha i suoi rischi. Ero nato per giocare a football. E finchè ho potuto, ho dato al gioco tutto me stesso. Rimpiango solo di aver avuto una carriera troppo breve”.
Quando non era il campo, era l’aura di leggenda ad ingigantire la “cattiveria” del Butkus giocatore : “Alcuni pensano che mi metta a quattro zampe per mangiare un paio di libbre di carne cruda tutti i giorni”, dichiarò dopo il ritiro, “Altri pensano che George Halas mi abbia insegnato a camminare in posizione eretta, e che io abbia un assistente che legge e scrive al mio posto. Ma le persone che mi conoscono sanno che un po’ so leggere…”

Bibliografia

- www.chicagobears.com
- Sports Illustrated : The Football Book
- 75 Seasons
- The Fireside Book of Pro Football

Legends | by Roberto Petillo | 02/03/07

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