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Fred Biletnikoff

In 14 anni passati suoi campi di gioco con la maglia degli Oakland Raiders, Fred Biletnikoff ha dato lezioni su come correre le tracce. Queste avevano una precisione tale da rendere spesso vana la copertura dei defensive backs avversari. E dire che Madre Natura non gli aveva dato una velocità fulminea, tutt’altro. Fu l’ossessione maniacale nel perfezionare la propria tecnica a dare al baffuto ricevitore sempre quel mezzo passo di vantaggio sulla difesa, provocando la frustrazione dei cornerbacks, incapaci di agguantare un uomo così lento nella corsa.
“Find a way to get it done”, recita uno dei motti tanto cari ad Al Davis, e Fred Biletnikoff
trovava sempre il modo di liberarsi delle coperture, conquistando al momento giusto quel pezzettino di campo necessario per compiere la ricezione.
Giocò nei Raiders dal 1965 al 1978, e in questo lungo lasso di tempo la franchigia californiana non conobbe alcuna stagione perdente. In 190 partite di regular season, ricevette 589 passaggi per un totale di 8974 yards e 76 touchdowns. Fu tra l’altro l’MVP del Super Bowl XI, vinto dai Raiders sui Minnesota Vikings. Nei playoffs ricevette 70 passaggi per 1167 yards e 10 touchdowns. E nel 1988 arrivò l’onore definitivo per un giocatore professionista: l’ingresso nella Pro Football Hall of Fame.

I suoi marchi di fabbrica, le ricezioni ad una mano ed il raffinato lavoro di piedi, furono la logica conseguenza del lavoro fatto giorno dopo giorno per sopperire alla mancanza del “physique du role” e delle doti atletiche da superman. Praticamente fu la dimostrazione che, con la necessaria dedizione, anche l’”uomo qualunque” può guadagnarsi un posto nell’Olimpo del football.
Un uomo qualunque con le sue manie e con le sue superstizioni, con lo stomaco a pezzi per la tensione nervosa prima di ogni partita.
“Fumava tutto il tempo, faceva fuori due pacchetti al giorno da quando aveva 10 anni”, rivelò Ken Stabler . “Aveva l’abitudine di allacciarsi il casco diversi minuti prima dell’inizio della partita, e iniziava a passeggiare nervosamente per il corridoio. Poi dava un ultimo tiro alla sigaretta, si abbassava la facemask ed era pronto per entrare in campo.”

Biletnikoff non diede mai troppa importanza all’aspetto mondano legato al suo status di stella del football. E la sua grandezza forse risiede proprio nel far sembrare semplice una cosa piuttosto difficile: correre la traiettoria giusta e agguantare il lancio.
Per migliorare la coordinazione tra occhi e mani, aveva l’abitudine di esercitarsi alla pera veloce, una prassi ereditata da suo padre, che fu campione nazionale di boxe.
Se gli altri ricevitori dei Raiders, Cliff Branch in primis, basavano gran parte del loro gioco sulla velocità e sull’atletismo, Biletnikoff rappresentava l’esasperazione del lato tecnico del ruolo con le sue tracce che sembravano guidate dalla mano di un chirurgo.
“Fred era un perfezionista. Se droppava un passaggio in allenamento, iniziava a maledirsi. E dopo ogni sessione chiamava a sé Stabler o Lamonica per continuare con qualche altro centinaio di lanci”, ricordò John Madden.
“Ero il maggior critico di me stesso”, confidò Biletnikoff al termine della carriera. “Pensavo solo ad allenarmi e a giocare, e tutto il resto era secondario. Fuori dal campo ebbi i miei momenti di svago, ma ho sempre avuto in testa la smania di dare un contributo alla squadra. Non ho mai voluto essere ricordato per gli errori.”
La sua ossessione principale era legata ad una sostanza chiamata “stickum”, all’epoca considerata legale dalla NFL. Durante il suo rituale prepartita, Biletnikoff si cospargeva le mani di questo intruglio appiccicoso, per migliorare l’aderenza con la palla. Per non correre il rischio di restarne a corto durante l’incontro, ne aveva una riserva spalmata all’interno dei calzini e sulle fasciature degli avambracci, al punto che allo scadere dei 60 minuti la sua uniforme era piena di quelle macchie giallognole.
Che lo stickum gli abbia dato un effettivo vantaggio, non si sa.
“Non l’ho mai usato durante gli allenamenti.Era più che altro un aiuto psicologico. Qualcosa che mi facesse sentire a mio agio la domenica.”

Anche diversi particolari della sua uniforme erano legati all’aspetto scaramantico. Biletnikoff indossava un vecchio paraspalle, talmente floscio che sembrava uscito dall’equipaggiamento di qualche squadra di una high school di provincia. Mai nessuno riuscì a convincerlo ad adottarne uno più moderno ed efficiente, ma magari senza il “karma positivo” di quel residuato bellico.
Quel paraspalle fu per parecchi anni la sua unica protezione all’infuori del casco. Verso la fine della sua carriera, Biletnikoff decise di fare a meno anche delle imbottiture, per paura che queste lo rallentassero.
E con il passare degli anni, la preparazione divenne sempre più maniacale: ore ed ore passate a studiare i filmati delle difese avversarie, per poter cogliere il minimo punto debole da attaccare. Non a caso quando c’era un primo down cruciale da conquistare, Biletnikoff era la prima opzione di Ken Stabler .
“Le statistiche non contavano molto per me. Quello che importava davvero era capire le situazioni di gioco in cui ci trovavamo e quello che dovevo fare in ciascuna di queste.”
Uno stile operaio che ben si sposava con una città di colletti blu come Oakland.
“La cosa che più mi colpiva di Fred era la normalità del suo fisico”, dichiarò John Madden. “Doveva guadagnarsi col duro lavoro tutto quello che la natura non gli aveva dato. Poteva afferrare qualsiasi passaggio, e se un wide receiver in una seduta di allenamento riceveva 15 o 20 lanci, Fred ne riceveva almeno 100.”
Nato il 23 Febbraio 1943 a Erie, Pennsylvania, in una famiglia di sportivi. Suo padre, come detto, era un campione di boxe AAU, mentre il suo fratello minore, Bob, fu per diversi anni un outfielder nelle minors dei New York Yankees.
Ai tempi della Technical Memorial High School di Erie, Biletnikoff fu un atleta completo, che eccelleva non solo nel football, ma anche nel baseball, nel basket e nell’atletica leggera. Fu al college, a Florida State, che cominciò la maturazione tecnica, diventando un All-Star receiver e stabilendo parecchi record di quell’ateneo.

Il suo momento di maggior gloria fu il Gator Bowl del 1965, contro la quotatissima Oklahoma, in cui arpionò 13 passaggi per 192 yards e 4 TD.
La sua carriera collegiale fu così brillante che il premio dato ogni anno al miglior ricevitore della NCAA si chiama proprio Biletnikoff Award.
Nonostante avesse riscritto praticamente ogni record di ricezioni dei Seminoles, Biletnikoff non fu scelto al primo giro del draft 1965. Fu invece scelto al secondo round dagli Oakland Raiders della AFL e dai Detroit Lions della NFL, dato che in quel periodo che le due leghe rivali si contendevano in draft separati i migliori prospetti.
Talmente era esasperata la lotta tra le due leghe, che Al Davis gli avvicinò il contratto pochi secondi dopo la fine del Gator Bowl, stesso sul campo di gioco. “Firma qui, figliolo”, gli disse, mentre un delegato dei Lions cercava contemporaneamente di dissuaderlo !
Biletnikoff non ci mise molto a rifiutare la proposta dei Lions, nonostante tra le due leghe la NFL fosse quella decisamente più affermata. Sapeva che l’attacco verticale dei Raiders, basato sui lanci lunghi del quarterback Daryle Lamonica, poteva esaltare meglio le sue qualità, così prese il coraggio a due mani e si lanciò nella scommessa-AFL.
“Non volevo tornarmene a est a Detroit”, avrebbe confidato anni dopo. “Avevo maggiori opportunità a Oakland. Ero molto più interessato ai Raiders a causa del loro gioco aereo. Quella lega era agli inizi, e avevo la sensazione che lì avrei avuto la mia occasione.”
L’istinto era giusto, solo che ci sarebbero voluti un paio di anni per averne la riprova.
Da un lato era uno dei migliori ricevitori usciti dal college, dall’altro non era ancora maturo per giocare tra i professionisti. Nel suo rookie year riuscì ad accumulare soltanto 24 ricezioni, e durante il suo secondo anno un infortunio ad un ginocchio lo limitò a 17 ricezioni e 3 TD.

A quel punto, anche lo stesso Biletnikoff aveva non pochi dubbi sul proseguio della carriera.
“Non ero capace di gestire la transizione dal college football ai Raiders”, ammise lui stesso. “Il gioco era molto più competitivo e fisico. Al college non dovevo badare a tutte quelle cose. Andavo spesso in confusione, almeno fino al secondo anno tra i pro. Poi ci si mise un infortunio e iniziai a giocare regolarmente solo al terzo anno.”
La frustrazione lo spinse ad adattarsi, a trovare uno stimolo per migliorare il proprio bagaglio tecnico che aveva iniziato a costruire durante il suo senior year a Florida State, quando lavorò con l’ex end dei Chicago Bears , Pete Manning.
“Nei momenti difficili ad Oakland cominciai a pensare alle cose che mi insegnò Pete, e iniziai a trattenermi dopo ogni sessione di allenamento per lavorare sul gioco di piedi”, ricordò.
“Non riuscivo a trovare nulla che mi mettesse a mio agio, così iniziai a lavorare sempre più intensamente. Poi arrivò Kenny Stabler, e fu intesa perfetta. Mi sentivo finalmente al posto giusto e cominciai a concentrarmi sul serio.”
L’anno della volta fu il 1967, quando ricevette 40 passaggi per 876 yards e 5 TD. Nelle nove stagioni seguenti, avrebbe sempre ricevuto più di 40 passaggi e nel 1971 fu il giocatore con più ricezioni nella NFL, con 61.
Nel 1967 e nel 1969 fu votato per l’All-Star Game della AFL, e dal 1971 al 1974 fu eletto per il Pro Bowl.

Nei suoi 14 anni di carriera, i Raiders totalizzarono un record di 144-45-9 e la sua media yards per ricezione fu di 15.2.
Lo zenit lo toccò durante il Super Bowl XI, quando fu nominato MVP grazie ai 4 passaggi ricevuti per 79 yards.
“Quella squadra era proprio un bel mix di giovani e veterani. Riuscimmo a sopportare bene la pressione dell’ambiente e a giocare bene. John Madden era un brav’uomo, non cercò mai di metterci il bavaglio. Faceva semplicemente il suo lavoro, mettendoci in condizione di fare la nostra parte.”
Ma per Biletnikoff non fu quel Super Bowl la miglior partita della sua lunga carriera.
“Se devo proprio scegliere una partita, quella non fu il Super Bowl XI.”
La sua scelta fu piuttosto il Divisional Playoff Game del 21 Dicembre 1974 contro i Miami Dolphins, meglio noto come The Sea of Hands , quando Biletnikoff fu protagonista di due ricezioni chiave negli ultimi minuti. Quelle sue prodezze aprirono la strada al touchdown decisivo di Clarence Davis.
Il titolo di MVP del Super Bowl XI può essere visto come il suo canto del cigno: nell’anno seguente, il 1977, ricevette solo 33 passaggi e nel 1978 il declino era ormai evidente. Le sole 20 ricezioni e, soprattutto, la sensazione che gli anni migliori erano solo un ricordo, furono la causa del taglio proprio al termine di quella stagione.

All’età di 36 anni, Biletnikoff si trovava per la prima volta nella condizione di dover pensare a cosa fare per il resto della sua vita.
L’odore dell’erba dei campi di gioco e il richiamo dei suoi rituali propiziatori prima di ciascun incontro furono troppo forti, così firmò con i Montreal Alouettes della Canadian Football League, guidati da un ex assistant coach dei Raiders, Joe Scannella.
Riposta in naftalina l’uniforme, Biletnikoff tornò in California per cominciare la carriera da coach. A differenza di parecchi ex giocatori, fece la dura gavetta partendo dal fondo, prima allenando a livello di high school (la Orange Glen High School), passando per due junior college (il Palomar College e il Diablo Valley College) per poi diventare coach nella USFL (Oakland Invaders e Arizona Wranglers) e nella Canadian Football League con i Calgary Stampede.
Mentre entrava dalla porta di servizio nella cerchia degli allenatori, fece ingresso sul tappeto rosso tra gli Immortali del football, quando nel Luglio del 1988 fu eletto nella Hall of Fame.
“Quando giocavo, non ho mai pensato alla Hall of Fame”, ammise. “Non che questo non sia importante. I miei impegni di coach mi lasciano poco tempo libero, e sono stato a Canton solo per la cerimonia. Voglio ritornarci, mi manca lo spirito di cameratismo con i miei compagni e con gli avversari di un tempo.”

Nel 1989 il cerchio si chiuse e Fred Biletnikoff tornò a far parte dei Raiders, come coach dei wide receivers. Ruolo che avrebbe ricoperto fino al 2006, anno in cui si ritirò a vita privata. A suo modo, lontano dalla luce dei riflettori e dai clamori della stampa, proprio come un uomo qualunque.

Bibliografia

- John Madden: “Hey, wait a minute (I wrote a book)!”
- Ken Stabler: “Snake”
- Tom Flores: “Tales from the Oakland Raiders”
- Wikipedia

Legends | by Roberto Petillo | 16/02/08

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