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Jerome Bettis: The Bus

Il 16 febbraio del 1972 nasceva a Detroit Jerome Abram Bettis e nella stessa città è ritornato il 5 febbraio 2006, dopo un percorso lungo quasi 34 anni con il nome conosciuttissimo di The Bus per guidare i suoi Pittsburgh Steelers in quella che è stata l’ultima fermata della sua straordinaria carriera.

Proprio nella città del Michigan Jerome incontrò il suo primo amore, sui campi della McKenzie High School, dove incrociò lo sguardo con la compagna che lìavrebbe accompagnato per molti anni della sua giovane vita, la palla da Football.

In quegli anni di gioventù spensierata e di giornate passate a correre e ansimare nei campi infangati e spelacchiati di Motown il football era solo un bel sogno da realizzare per Jerome, Notre Dame e il professionismo un solo grande miraggio in fondo a quel campo e il grande ballo del superbowl un intramontabile desiderio in un angolo del cuore, nascosto dietro a tutte quelle yard da percorrere.

Tra gli spettatori abituali c’era probabilmente suo padre Johnnie già a quel tempo, allora come oggi in tutte le partite di questa trionfale cavalcata verso il momento che vale tutta una carriera, tutta una vita; allora come oggi c’era anche mamma Gladys con tutte le sue paure e le ansie, dettate da quel figlio che ha deciso di praticare uno sport così duro, pieno di contatti e di contrasti, cattivi pensieri scacciati dalla felicità nel vederlo sgusciar via tra le maglie avversarie, con la palla tra le mani, e la gioia di quelle braccia levate in endzone; e chi se lo immagina un omone di 110 kg da bambino, un piccolo The Bus, sempre che piccolo sia stato.

Finiti gli anni del liceo con in tasca il titolo di top player dello stato, assegnatoli dal Detroit Free Press, Jerome parte per il college, ma non uno qualsiasi, bensì quello che risponde al nome di Notre Dame e che vanta una squadra di football famosa almeno quanto le squadre professionistiche.

Con la maglia dei Fighting Irish il ragazzone di Detroit dimostra subito di che pasta è fatto, si sviluppa fisicamente e aumenta la sua esperienza diventando un vero e proprio trascinatore, si forma nel carattere e si appresta a diventare la straordinaria persona che tutt’oggi conosciamo. Nei quattro anni passati all’università porta la palla per 337 volte, correndo per 1912 yard, segnando 27 TD, e riceve 32 volte per 429 yards; che sia però un giocatore destinato alle ultime chiamate Bettis lo dimostra già al college dove nel suo anno da senior, 1992, guida Notre Dame alla vittoria nel Cotton Bowl contro Texas A&M correndo per 75 yards e realizzando 2 TD.

Le soddisfazioni per il giovane RB dei combattenti irlandesi non sono però finite, di li a pochi mesi si trova infatti a recitare un ruolo da protagonista nel draft NFL, dove viene chiamato come decima scelta al primo giro dai Los Angeles Rams. Sulla costa del Pacifico Jerome inizia a calcare i campi del football professionistico e pian piano comincia anche a raccogliere consensi ed elogi.

Nel giro di poche partite conquista il posto da titolare e si appresta a vivere una stagione entusiasmante che lo porterà a risultare il secondo RB di tutta la NFL, correndo solamente 57 yard in meno del fenomenale Emmitt Smith. La piazza d’onore nella classifica delle yards corse non è l’unico riconoscimento strappato dal giovane Bettis nel suo primo anno da pro, viene infatti nominato Rookie of the year (in concomitanza con il suo compagno di college Rick Mirer, QB di Seattle, ndr.), viene convocato al pro bowl e scrive il suo nome nel libro dei record risultando l’unico rookie a superare le 100 yards in 7 partite; anche il 1994, sempre a Los Angeles, è un ottimo anno per il RB di Detroit che mette in bacheca un’altra convocazione al pro bowl e supera per il secondo anno consecutivo le 1,000 yards in stagione, il tutto condito da una leadership sempre più marcata all’interno della squadra che lo vede protagonista, come starter, in tutte le 16 partite di regular season.

Da titolare indiscusso inizia anche la stagione successiva, sempre con i Rams trasferitisi nel frattempo a Saint Louis, ma lo stop è dietro l’angolo e si materializza alla settima partita stagionale, quando Jerome è costretto a fermarsi dopo 40 partite consecutive per un brutto infortunio alla caviglia che lo tiene lontano un mesetto dai campi di gioco; l’infortunio non le impedisce comunque di confermarsi leader della squadra per yards corse e di diventare il quarto giocatore nella storia della franchigia a comandare questa speciale classifica per tre anni consecutivi.

L’aver iscritto il suo nome nel record book della franchigia non le garantisce però la riconferma e complice l’avvicendamento dell’head coach, con Rick Brooks che sostituisce Chuck Knox, Jerome non viene più ritenuto utile alla causa e viene traddato, insieme al terzo round pick, con i Pittsburgh Steelers in cambio del secondo round pick al draft 1996 e al quarto al draft 1997.

L’impatto con la franchigia di Pittsburgh è di quelli da grande giocatore, nei primi due anni l’ex Fighting Irish viene nominato per due volte MVP della squadra e si assicura, grazie ad ottime prestazioni, la terza e la quarta convocazione al Pro Bowl; tra il 1996 e il 1997 totalizza qualcosa come 3,096 yard su corsa, realizzando il suo record stagionale al secondo anno, 1,665 yard, che lo classificano al terzo posto della classifica riservata ai running back; sempre nel 1997 The Bus fornisce la sua migliore prestazione in post season superando le 100 yards, 105, su corsa contro Denver nel Championship AFC.

Nei primi due anni passati a Pittsburgh annovera riconoscimenti su riconoscimenti, tra cui spiccano le nomine a MVP della lega nel mese di novembre ’96 e nel mese di ottobre ’97, ma nei due successivi inizia una fase calante preoccupante, condita da infortuni che ne limitano in modo cospicuo il rendimento.

Nel 1998 gioca una stagione mediocre e supera a malapena le 1,000 yards su corsa e la stagione successiva fa ancora peggio; nel training camp prima della stagione 1999 subisce infatti un infortunio e una consecutiva operazione al menisco in artroscopia che causa il suo inserimento nella lista degli infortunati per tutta la preseason. Jerome recuperò però a velocità record e con la sua innata voglia di giocare che preme sul buonsenso torna a sorpresa nella prima partita di stagione regolare, contro Cleveland, il 12 di Settembre.

Il suo ritorno inaspettato fa intravedere a tanti di che pasta sia fatto The Bus, e soprattutto definisce le qualità umane e professionali di un ragazzo che si sta trasformando in uomo, ed acquisisce sempre più importanza all’interno della squadra che sarà sua per 10 anni.

Dopo due anni mediocri Bettis ritorna nel 2000 con i migliori propositi e ricomincia la rincorsa verso le vette a cui ha abituato i suoi migliaia di tifosi conquistando per la terza volta in cinque anni il titolo di MVP degli Steelers e concludendo la stagione con 1,341 yards corse; Jerome conquista però molti consensi anche al di fuori dal campo e proprio per i suoi ottimi rapporti con la stampa e la collaborazione positiva con la stessa viene premiato con il Pro Football Writers of America Pittsburgh Chapter’s Chief Award.

Che la carriera del RB nativo di Motown sia in ripresa con l’avvento del nuovo secolo è davanti agli occhi di tutti e i tifosi di football non perdono tempo regalandole la quinta convocazione al Pro Bowl nonostante sia costretto a guardare i compagni dalla sideline, nelle ultime cinque partite di campionato, causa un nuovo infortunio.

Il cuore di Bettis non pulsa però solo per i colori nero e oro degli Steelers ma anche per la comunità, e soprattutto per quei bambini a cui il ragazzo ha dedicato la sua fondazione, The Jerome Bettis Bus Stops Here Foundation ; la fondazione era nata nel 1996 per aiutare i piccoli della famiglie non privilegiate ma nel corso degli ha ampliato il raggio di azione creando collaborazioni ed eventi che servissero a raggiungere un numero sempre maggiore di bisognosi.

Nel 1997 inizia un’importante partnership con la Pressley Ridge School di Pittsburgh per aiutare i ragazzini che subiscono molestie e abusi. Nel 1998 crea l’iniziativa Dreams Come True Trip of a lifetime che ha per scopo quello di regalare un po’ di felicità ai bambini che sono malati terminali; il primo ad essere raggiunto da questa nuova iniziativa è un ragazzino che ha un tumore al cervello, a lui e alla sua famiglia viene regalata una vacanza di 5 giorni al Walt Disney World Resort in Florida.

Nel 1999 dà il via al primo Football Camp & Celebrity Golf Classic, un torneo di beneficenza si golf tra campioni e celebrità che si svolge nella sua Detroit; nel corso degli anni molte stelle della NFL vengono invitate da Jerome e nella prima a presenziare sono giocatori del calibro di Orlando Pace, Gilbert Brown, Roberth Griffith, Ryan McNeil e Kordell Stewart, tanto per citarne alcuni.

Questa sua continua attenzione per i bisogni dei più piccoli porta al ventinovenne RB un nuovo riconoscimento, il NFL’s Walter Payton Man of the Year. Tanta fortuna al di fuori del terreno da gioco non viene però eguagliata sul campo dove si vede un Bettis ancora alle prese con diversi infortuni alle gambe che lo costringono a saltare buona parte della stagione 2002, la sua peggiore nella NFL con solo 667 yards su corsa.

L’appuntamento con la storia è però solo rimandato di un anno, corre infatti la stagione 2003 quando Jerome diventa il decimo running back della storia del football professionistico a raggiungere le 12,000 yards corse in carriera; i numeri che The Bus totalizza durante la regular season lo proiettano nelle classifiche all-time della NFL, quinto giocatore a superare le 3,000 portate in carriera, e degli Steelers, secondo nella storia per yards guadagnate dalla linea di scrimmage (9,962).

Al training camp della stagione 2004, grazie anche alla definitiva esplosione del WR Hines Ward e ad una squadra finalmente forte e completa, Jerome comincia a coltivare un grande sogno, quello di chiudere una carriera ormai prossima al tramonto con un grandissimo finale, giocare il Super Bowl.

Le possibilità di riuscire a realizzare il grande sogno cominciano a prendere sempre più forma con lo sviluppo della regular season, soprattutto grazie all’avvento del QB rookie Ben Roethlisberger, che nonostante l’inesperienza e la giovane età, guida l’attacco degli Steelers a vele spiegate verso i playoffs.

La stagione è un crescendo sorprendente con gli Steelers che vincono 13 partite consecutive e chiudono la stagione con l’incredibile record di 15 vittorie ed una sola sconfitta, alla seconda di regular contro Baltimore. Bettis conclude la stagione regolare con 941 yards corse in 15 partite comandando ancora una volta la classifica delle yard corse dalla squadra nonostante l’arrivo di Duce Staley, ex Philadelphia Eagles, che le soffia il posto da titolare.

La perdita della condizione di starter nella depth chart di Pittsburgh non crea alcun dissapore nei rapporti idilliaci tra il giocatore e la sua squadra, anzi, se mai lo rafforza; la scelta di non essere più il RB titolare sembra infatti dettata dallo stesso Jerome, che valuta in modo del tutto onesto l’apporto che può ancora fornire alla squadra come atleta. L’estrema professionalità dimostrata in questa come in altre occasioni fa si che Bettis guadagni sempre più rispetto in seno allo spogliatoio, un rispetto che in alcuni casi si trasforma in un’amicizia quasi fraterna, come quella che si instaura tra lui e Hines Ward.

Conquistati i playoffs e saltato il turno di wild card degli Steelers sempre più lanciati verso il grande ballo battono nel secondo turno i New York Jets e si apprestano ad affrontare i New England nel championship della AFC.

La partita contro i Patriots non è assolutamente facile per la franchigia di Pittsburgh che con qualche errore di troppo si trova subito distanziata nel punteggio dagli avversari; i sogni di gloria degli Steelers si infrangono sul terzo intercetto di giornata di Big Ben, a 7:36 dalla fine, che permette a New England di recuperare palla ed andare nuovamente a segno distanziando di 3 mete i padroni di casa.

Con la partita ormai andata Jerome rimane a bordo campo con lo sguardo perso nel vuoto, consapevole che il suo TD non è servito a trovare la via per realizzare il suo desiderio; in attimi di disperazione per Pittsburgh con Hines Ward che piange per il sogno infranto del suo grande amico va in scena uno dei più bei momenti che lo sport usa ricordi, Roethlisberger, il QB rookie, si avvicina a Bettis e con un filo di voce gli sussurra: “Torna, il prossimo anno ti porterò io al Super Bowl”.

Dopo un 2004 entusiasmante che le ha permesso di superare le 13,000 yards corse in carriera ma che le ha lasciato l’amaro in bocca per il triste ed inaspettato epilogo, Jerome passa un po’ di tempo a meditare sul suo futuro nella NFL, e alla fine prende una decisone: tornerà per la sua ultima stagione con un solo obiettivo, andare al Super Bowl.

Nel training camp si respira già l’aria dei grandi eventi ma la partenza a singhiozzo in regular season, 7-5 a due terzi di stagione complice l’infortunio a Roethlisberger, porta i più a pensare che il desiderio di Jerome sia irrealizzabile; incredibilmente però il ritorno del quarterback titolare dà nuova linfa agli Steelers che ripetono il rush finale della stagione precedente inanellando una serie di 4 vittorie consecutive che li proiettano ai playoffs.

Jerome nel frattempo si è votato a fare il running back di situazione e il maestro per il giovane collega Willie Parker, accontentandosi di entrare in campo ogni qualvolta la squadra raggiunge la red zone avversaria; l’utilizzo part time non le impedisce comunque di mettere a statistica dei buoni numeri, e anche se le yards macinate dalle sue gambe non sono più quelle di un tempo, 368, il fiuto per la endzone è rimasto intatto con il passare degli anni; a fine stagione sotto la voce touchdown segnati viene scritto il numero 9.

Le sue due migliori prestazioni stagionali sono registrate in casa alla quattordicesima settimana contro Chicago, dove supera per l’unica volta le 100 yards su corsa e segna 2 TD, e alla diciassettesima contro la sua amata Detroit, dove saluta il pubblico dell’Heinz Field con 3 TD personali.

Lasciata quella che è stata la sua casa per 10 lunghe stagioni Bettis continua a coltivare dentro di se la speranza di raggiungere la sua vera casa, la città dove è nato e dove vive la sua famiglia, Detroit, sede del Super Bowl XL. Ben presto la sua speranza si trasforma in uno stimolo per tutti i compagni di squadra ed ancora una volta Roethlisberger si fa promotore dello slogan che anima tutti gli Steelers “Jerome ti riportiamo a casa“ . La strada per il Michigan è però di quelle toste, tutta in salita e tutta terribilmente in trasferta.

La prima tappa dell’ultimo viaggio di Bettis con la maglia degli Steelers comincia a Cincinnati, contro i sorprendenti Bengals del QB Carson Palmer. I padroni di casa partono come favoriti ma in uno scontro di gioco fortuito il loro QB si infortuna seriamente al ginocchio e deve abbandonare il campo, indirizzando la partita su binari favorevolissimi agli Steelers; la temibile 3-4 di questi ultimi comincia a lavorare ai fianchi il backup QB Kitna costringendolo a sbagliare, e aiutata da un attacco in gran spolvero vince la partita 31-17 e si qualifica per il turno successivo, destinazione Colts.

Al RCA Dome di Indianapolis ad attenderli c‘è la miglior squadra della AFC che vanta a roster campioni del calibro di Edgerrin James, Marvin Harrison e il fenomenale QB Peyton Manning. La maledizione che incombe da anni sul QB dei Colts quando si trova a giocare una partita playoffs è però di buon auspicio per i ragazzi di Cowher che sperano di non vedere interrotta la loro striscia di vittorie.

A farla da padrona nella partita è la difesa, guidata splendidamente da Troy Polamalu, che induce Manning a sbagliare più volte e a consegnare ripetutamente il pallone agli Steelers. L’attacco ringrazia e produce con Jerome che impone ancora una volta il suo fiuto per il TD andando a segno, come anche a Cincinnati nella partita precedente, per l’undicesima volta in stagione; proprio lui però rischia di fermare la corsa verso il suo sogno quando a poco dal termine della partita perde una palla al limite dell’endzone avversaria; la palla, prontamente recuperata dalla difesa dei Colts, si invola verso l’area di meta di Pittsburgh ma “San” Roethlisberger ha deciso che vuole tenere fede alla promessa fatta nel championship dell’anno precedente e ferma gli avversari prima che possano fare danni irreparabili.

Passato indenne al primo spauracchio Jerome capisce che per arrivare a realizzare il suo sogno dovrà sudare, e non poco, così proprio allo scadere si inginocchia e guarda fisso il terreno della sideline mentre Vanderjagt, kicker dei Colts, si appresta a calciare il field goal del possibile pareggio; i secondi scorrono e sembrano interminabili ma poi un urlo dalla sideline indica che la trasformazione da 3 punti non è riuscita e Bettis balza in piedi agitando il casco in aria, 21 a 18, la sua corsa riprende e il sogno è sempre li all’orizzonte che lo attende.

Il penultimo capitolo della sua storia sportiva si gioca all’Invesco Field di Denver, dove ad attenderlo ci sono i Broncos di Mike Shannahan, altri avversari ostici. Tra le montagne del Colorado sono però ancora una volta gli Steelers a farla da padroni e con tutta tranquillità archiviano la partita con un rassicurante 34 a 17, questa volta senza patemi d�animo e finali al cardiopalma.

Con Jerome ancora a segno davanti ai suoi genitori, che hanno seguito il loro figliolo per tutta la cavalcata playoffs, gli Steelers vanno avanti e tornano al grande ballo del Super Bowl dopo 10 anni.

Nelle settimane che precedono l’evento Detroit si mobilita per festeggiare il ritorno a casa di Jerome che nel frattempo sta ricevendo attestati di stima e congratulazioni da tutti gli appassionati di football.

Il ragazzo che aveva iniziato a giocare alla McKenzie High School, dove si era dilettato anche nel ruolo di linebacker, si concede volentieri alla stampa, alle telecamere e a chiunque voglia intervistarlo, un po’ per godersi il momento, un po’, come ammesso da egli stesso, per allentare la pressione e la tensione sui suoi compagni di squadra; tra i più protetti Willie Parker e Ben Roethlisberger, i giovani del gruppo e suoi pupilli.

Detroit accoglie il suo campione con un tenerissimo abbraccio ,coccolandolo come un figlio ritrovato dopo tanti anni e si appresta ad accorrere in massa al Ford Field per sostenerlo nella partita più importante della sua carriera. Bettis accetta il ruolo di padrone di casa ben volentieri e in pieno accordo con tutta la famiglia decide di ospitare i suoi compagni di squadra per un reunion stile ultima cena proprio nei giorni antecedenti al Super Bowl XL.

L’ultimo episodio da libro Cuore di questa straordinaria storia si verifica qualche minuto dopo la mezzanotte italiana, quando all’entrata in campo degli Steelers Joey Porter blocca i compagni all’uscita del tunnel e lascia a Jerome le luci della ribalta; il running back con la casacca numero 36 è il primo ad entrare in campo e per un attimo rimane solo nel verde del Ford Field a raccogliere tutti gli applausi degli spettatori seduti sugli spalti; solo davanti alla gente che per anni ne ha seguito le gesta e i percorsi della sua carriera sportiva; solo per perdersi ancora una volta in quel caloroso abbraccio che tutta Detroit gli dedica.

La partita più importante della sua carriera inizierà di li a poco e c‘è da credere che a Jerome, per una sola volta nella vita, le siano tremate per un attimo le gambe. Il match non comincia nel migliore dei modi con Roethlisberger che fatica ad entrare in partita e la difesa che non gira a mille come al solito; come se non bastasse The Bus fatica a sfondare davanti ai suoi tifosi, e anche quando sembra che ci siano i presupposti per creare i contorni ideali al realizzarsi del sogno, su un secondo e 3 dall’area di meta, la difesa riesce a trasformarsi in un muro e rispedire indietro lui e le sue aspirazioni.

A rompere il ghiaccio ci pensa ancora Roethlisberger che segna su corsa portando in vantaggio Pittsburgh sul play successivo con lo stesso Bettis a spianarle la strada. Nel terzo quarto è ancora un suo “discepolo” a rendersi protagonista, questa volta tocca a Willie Parker che grazie ad un buon blocco di Alan Faneca raggiunge l’endzone dopo una corsa di 75 yard; il primo ad aspettarlo per i festeggiamenti del dopo TD è proprio Jerome che entra in campo e con una “cascata” affettuosa si complimenta con il suo successore nel backfield di Pittsburgh per il gesto atletico e per i 7 punti segnati sul tabellone.

The Bus comincia ad intravedere il realizzarsi del suo grande sogno, ma ci sono ancora quasi trenta minuti da giocare e la strada per giungere alla meta è lunga.

Fino al TD del suo amico fraterno Hines Ward tutto rimane tremendamente in bilico perchè Seattle si era portata a solo 4 punti da Pittsburgh e in molti si era materializzata la paura dell’aggancio; il terzo TD di giornata scava però un solco largo 11 punti che i Seahawks non saranno in grado di recuperare negli 08:56 che mancano al termine e quando gli Steelers rientrano in possesso della sfera controllare l’orologio è un gioco da ragazzi.

Cowher nell’ultimo drive offensivo di Pittsburgh decide di mandare in campo Jerome per la sua passerella finale e come ai bei tempi la maglia numero 36 si sistema nel backfield pronta a colpire; in quel momento chissà quanti dolci ricordi hanno attraversato la mente di The Bus che molto probabilmente avrà ripercorso tutte le tappe della sua carriera in quei sei minuti e quindici secondi che lo separavano dall’addio, dal suo addio.

Lui, che per anni era stato il re incontrastato del backfield di Pittsburgh, tornava a sedersi sul suo trono, con l’umiltà e la passione che lo ha sempre contraddistinto, che l’ha fatto amare e rispettare da tutti i compagni, senza remore; Jerome Abram da Detroit davanti ai suoi concittadini che guarda per l’ultima volta dal campo la sideline affollata, gli spalti gremiti e quella folla festante che urla il suo nome fino al momento in cui quel “pazzo” del suo amico Ben non chiama lo snap, quasi per riportarlo in se; la prima portata finisce male, 2 yard perse, Pazienza, ci rifaremo , avrà pensato The Bus.

Già di nuovo a testa bassa immerso nei suoi splendidi pensieri fino al momento dello snap, al sicuro nel backfield, e poi via con la palla sotto un braccio per 6 yard che valgono quasi la conquista del primo down; per raggiungerlo è necessario un passaggino e Ben lo completa per Randle El, e poi via al secondo tempo del “Jerome Bettis show”.

The Bus ricomincia a calpestare yards come ha sempre fatto, deciso ad interpretare al meglio il suo canto del cigno; prima ne corre 4, poi 3 per due volte di seguito, poi 2 e poi ancora un guadagno nullo, giusto prima della sua ultima portata.

Quando mancano due minuti e qualche secondo sul cronometro della partita, Bettis sa nella sua testa che quella è l’ultima volta che vedrà i 2 schieramenti opposti sul campo, guarda prima gli undici avversari e pensa a tutte le difese che ha affrontato, ai placcaggi rotti, alle botte prese e a quelle date, e poi guarda verso i suoi compagni di squadra e li saluta uno ad uno, nel suo cuore di uomo prima che di atleta; i cinque di linea che, anche se cambiati negli anni, mi hanno permesso di correre tante yards ; Antwaan, quello che corre veloce ; Willie, il mio giovane discepolo ; Ben, quello che mi promise di portarmi fin qua ; e Hines, già proprio Hines, quello che pianse perchè non era riuscito a regalarmi un sogno. Grazie .

In un misto di pensieri ed emozioni il bus inquadra per l’ultima volta nei suoi occhi le mani del QB che le passano la palla e corre ancora per 4 yards, le ultime ad essere calpestate dai tacchetti del RB di Notre Dame.

Alla festa finale mancano ormai un paio di minuti e quando anche l’ultimo attacco di Seattle si perde nel vuoto per Jerome si concretizza quello che fino a poco tempo fa era solo un bel sogno : chiudere la carriera da vincitore del Super Bowl. Alla fine gli abbracci dei compagni, le urla della folla, i gesti di affetto sono tutti per lui, mentre le telecamere staccano verso la tribuna e mamma Gladys che si lascia andare, tra le lacrime di gioia ed un intenso abbraccio con il suo Johnnie. Jerome guarda verso di loro e poi si butta in campo per salutare i tifosi, in modo che lo potessero ammirare per l’ultima volta.

La carriera di The Bus al secolo Jerome Abram Bettis si chiude così, tra coriandoli, musica, abbracci e un’immagine indelebile di lui mentre alza il trofeo al cielo, come in una bella favola.

La sua scheda NFL recita questi numeri: 192 partite giocate, 3479 corse, 13662 yards su corsa, 91 touch down, 200 ricezioni, 1419 yards su ricezione e altri 3 TD.

I suoi numeri sono consegnati alla storia e i riflettori del campo si sono spenti, ma fuori dagli stadi c‘è una nuova squadra che aspetta Jerome, con nuove fermate e nuovi sogni da realizzare, quella che lui ha costruito per i “suoi” bambini.

Ciao Jerome, grande campione, e grazie.

Legends | by Vikings | 28/01/07

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