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Jim Brown

Molti si chiedono chi sia stato il più grande running back di tutti i tempi. Walter Payton, Barry Sanders, O.J. Simpson, Emmitt Smith ? Probabilmente nessuno di questi. Tutto ebbe inizio con Jim Brown. L’ex fullback di Syracuse e dei Cleveland Browns era incredibilmente veloce nonostante una stazza di 6’2” e 232 libbre. Con la stessa naturalezza poteva girare l’angolo e involarsi off tackle o correre in faccia a qualunque linea difensiva. In 9 stagioni nella NFL non ebbe mai meno di 200 portate e non saltò mai una partita. Se la definizione di “Superman” si potesse dare ad un solo giocatore, quello sarebbe Jim Brown. Una tale esplosività nello stile di corsa rendeva pressocchè impossibile qualunque tentativo di arginarlo. Alex Karras, leggendario defensive tackle dei Detroit Lions, suggerì una soluzione estrema: “Date un’ascia a ciascun defensive lineman”.
Runner di potenza ma non solo, come testimoniano la media di 5.2 yards a portata in carriera (tuttora record NFL) e i 262 passaggi ricevuti dal backfield per 2499 yards in totale.
Le partite in cui conquistò più di 100 yards su corsa furono ben 58 (circa la metà di quelle giocate in carriera) e fu scelto per il Pro Bowl in ciascuna delle 9 stagioni da professionista. Per ben 8 volte su 9 fu il leading rusher della NFL (nessuno prima di lui lo era stato per più di 4 volte) e mancò la soglia delle 1000 yards a stagione solo 2 volte: nel suo rookie year e nel 1962.
Al momento del ritiro, Brown aveva guadagnato 12312 rushing yards e 126 TD, 106 su corsa e 20 su ricezione. Due records che sarebbero stati battuti soltanto più di 20 anni dopo, il primo da Walter Payton nel 1984, il secondo da Jerry Rice nel 1994. Fatto non trascurabile, Brown accumulò tali cifre in un’era in cui in stagione regolare si giocavano solo 12 o 14 partite. Oltre a questo, “A quei tempi le difese erano focalizzate soprattutto nel fermare le corse”, come osservò un altro leggendario runner, Gale Sayers.

Il personaggio Jim Brown era intimidatorio e singolare almeno quanto il runner Jim Brown, seppur in modo particolare: mai una parola tra un down e un altro, aveva l’abitudine di rialzarsi sempre lentamente. “Se mi rialzavo sempre lentamente gli avversari non potevano sapere se mi avevano colpito duro, se mi ero infortunato, se ero confuso. Non sapevano niente”, come lui stesso affermò.
Nessuno poteva sapere quando era infortunato, neppure i suoi stessi compagni di squadra. Qualunque fosse stata la violenza dei colpi subiti, Brown era sempre presente sia in partita che in allenamento.

“Quando si parla di running backs nella storia della NFL, c’è un solo numero 1: Jimmy Brown” (Fran Tarkenton).

Jim Brown nacque il 17 Febbraio 1936 sulla St.Simons Island, Georgia. Fu abbandonato dal padre dopo 2 settimane dalla nascita, e 2 anni dopo la madre se ne andò a lavorare come cameriera a Long Island, lasciandolo alle cure della bisnonna.
A 8 anni raggiunse la madre e iniziò a frequentare la Manhasset High School, una scuola perlopiù di bianchi, dove si mise in mostra nel football, basket, baseball, lacrosse e atletica.
Arrivato il momento dell’iscrizione al college, Brown scelse di restare nello stato di New York e optò per Syracuse, dove raggiunse livelli di eccellenza sia nel football che nel lacrosse, venendo eletto All-American nel suo senior year in entrambe le discipline.

Nell’ultima partita di regular season della sua carriera collegiale fu autore di una prova sontuosa: 197 yards su corsa, 6 TD e 7 extra points realizzati. Risultato finale: Syracuse 62, Colgate 7.
Nel Cotton Bowl fu ancora protagonista, con 132 yards su corsa, 3 TD e 3 extra points, ma ciò nonostante Syracuse uscì sconfitta per 28-27 per mano di TCU.
Ma le doti di Jim Brown erano indubbie, e molti analisti lo pronosticarono come uno dei migliori prospetti del draft 1957.

Era dal 1953, ultimo anno di Marion Motley sulle rive del Lago Erie, che Paul Brown era alla ricerca di un fullback su cui ricostruire l’attacco. Lo avrebbe trovato proprio nel 1957, quando con la sesta scelta assoluta puntò tutto su Jim Brown.
Per la prima volta nella loro storia, i Cleveland Browns avevano la sesta scelta assoluta (avendo perso il lancio della moneta con i Pittsburgh Steelers per la quinta assoluta). Paul Brown era tentato di scegliere un quarterback, visto che l’immenso vuoto lasciato da Otto Graham non era stato ancora colmato. In cima alla sua lista c’erano Paul Hornung di Notre Dame, John Brodie di Stanford e Len Dawson di Purdue. Ma il coach rimase a mani vuote quando Hornung finì ai Packers con la prima assoluta, Brodie ai 49ers con la terza e Dawson agli Steelers con la quinta. A quel punto preferì affidarsi a quello che era considerato il miglior prospetto in assoluto di quel draft, ovvero Jim Brown, prendendo il quarterback Milt Plum al secondo giro.
Il fenomeno di Syracuse impressionò sia i coach che i compagni di squadra fin da subito. Inizialmente era previsto che cominciasse come riserva di Ed “Big Mo” Modzelewski, ma ben presto fu chiaro che le cose sarebbero andate diversamente. Dopo aver guidato tutta la notte da Chicago fino al camp dei Browns, che si teneva presso l’Hiram College, scese dall’auto, indossò l’uniforme e registrò il miglior tempo sulle 40 yards… il tutto dopo una notte insonne! Big Mo realizzò che i suoi giorni da fullback titolare stavano volgendo al termine. Nella prima partita di preseason, Brown prese un handoff su una draw e si involò verso il touchdown. Subito dopo quell’azione, Paul Brown si avvicinò al rookie e gli disse semplicemente: “Sei tu il mio fullback”.
Tale fiducia fu ripagata sul campo con una grande stagione: con 942 yards e 9 TD Brown si impose subito come miglior running back della lega.

Il 24 Novembre 1957, nella sua nona partita da professionista, conquistò 237 yards su 31 portate (segnando tra l’altro 4 TD) nella vittoria per 45-31 contro i Los Angeles Rams al Cleveland Stadium. Era la sesta volta dal 1933 (anno in cui si cominciò a prendere le statistiche) che un uomo superava la barriera delle 200 yards in partita. La prestazione di Brown migliorava di 14 yards il record che Tom Wilson dei Los Angeles Rams stabilì nel 1956 contro i Green Bay Packers. Per una curiosa coincidenza, anche Wilson stabilì il record nella sua stagione da rookie.
E, coincidenza forse ancora più curiosa, Wilson e Brown sarebbero diventati compagni di squadra nel 1962.
Il braccio sinistro teso per tenere alla larga i difensori avversari divenne il segno distintivo del suo stile di corsa.
Brown fu eletto al tempo stesso MVP della lega e Rookie of the Year, e i Cleveland Browns arrivarono al Championship Game, dove però furono fatti a pezzi dai Detroit Lions per 59-14.

Il 1958 fu l’anno in cui Brown demolì il record di Steve Van Buren (1146 yards corse nel 1949) con 1527 yards (media di 5.9 yards per portata) e 17 TD. Il titolo di MVP fu la logica conseguenza, ed il bello doveva ancora venire !
Negli anni successivi continuò ad essere il leading rusher della NFL, sia in termini di yards totali su corsa che come media portata: 1329 yards (media portata di 4.6 yards a partita) nel 1959, 1257 (5.8) nel 1960, 1408 (4.6) nel 1961.
Le cifre, seppur impressionanti, non bastano a rendere l’idea di quanto fosse dominante, sia quando correva tra (o meglio, sopra) le difese avversarie, sia quando si involava in campo aperto. Dick “Little Mo” Modzelewski, defensive lineman dei New York Giants (nonché fratello minore di Ed “Big Mo” Modzelewski) rimase impressionato da un’azione in cui lui e sette suoi compagni di squadra provarono invano ad arginare Brown.
“Come diavolo riuscì a trascinarci tutti in avanti ?”, si chiese Modzelewski.
Ma nonostante le prestazioni sovrumane di Brown, i Cleveland Browns non erano più la squadra schiacciasassi di qualche anno prima. La mancanza di un quarterback capace di lanciare efficacemente sul profondo rendeva il loro attacco monodimensionale.

Il 19 Novembre 1961, Jim Brown eguagliò il suo stesso record con altre 237 yards (stavolta su 34 portate) in una partita casalinga contro i Philadelphia Eagles. Anche in quell’occasione segnò 4 touchdowns, e i Browns segnarono 45 punti.
Quel record gli fu portato via soltanto nel 1971, quando Willie Ellison dei Los Angeles Rams guadagnò 247 yards contro i New Orleans Saints.
Il 1962 fu per lui il peggior anno nella carriera, quando un infortunio ad un polso gli impedì per la prima ed unica volta in carriera di aggiudicarsi la corona di miglior runner della NFL, che fu appannaggio di Jim Taylor dei Green Bay Packers. Brown si “limitò” a 996 yards.
“Non riusciva neppure ad allacciarsi le scarpe per il dolore”, ricordò John Wooten, suo compagno di stanza nonchè migliore amico.
Il 1963 vide il siluramento di Paul Brown, finito ai ferri corti con l’owner Art Modell (e secondo alcuni, anche con Jim Brown, che ne avrebbe chiesto la testa), in favore di Blanton Collier. Brown dimostrò di essersi ripreso dall’infortunio e superò il suo stesso record guadagnando 1863 yards, con la vertiginosa media di 6.4 yards per portata. Un primato che venne battuto solo nel 1973 da O.J. Simpson e le sue celebri 2003 yards.
Tra l’altro, nella sesta giornata di quella stagione, Brown superò anche il record di Joe Perry e divenne il leading rusher di tutti i tempi.

Il 1964 fu l’anno in cui Cleveland tornò ad imporsi in un Championship Game, quando sconfisse per 27-0 i Baltimore Colts. Brown come al solito fu dominante, con 114 yards guadagnate su corsa, che si andarono ad aggiungere alle 1446 conquistate in stagione. Ma soprattutto aveva finalmente raggiunto l’obiettivo che più gli mancava: il titolo di campione NFL.
Nel 1965 fu per la terza volta MVP, grazie a 1544 yards su corsa e 21 TD.
Poi, proprio quando era all’apice della carriera, decise di mollare il football per inseguire un nuovo sogno. Era l’estate del 1966, l’inizio training camp era imminente e Jim Brown, il miglior giocatore della NFL, era praticamente scomparso. L’ultima volta che era stato visto in giro era stato in occasione dell’ultima partita della stagione 1965, una bruciante sconfitta per 23-12 contro i Green Bay Packers nel Championship Game. I Browns furono frenati dalle pessime condizioni del campo, reso fangoso e scivoloso da una nevicata nella notte precedente l’incontro. Le sole 50 yards in 12 portate di Brown in fondo riassunsero bene lo stallo offensivo di tutta la squadra.
Nessuno avrebbe potuto immaginare di aver assistito alla sua ultima partita con l’uniforme dei Cleveland Browns. Due settimane dopo ci fu l’atto finale della sua carriera di giocatore, tra le fila della East Squad nel Pro Bowl, in cui venne nominato Outstanding Back.

Qualche mese dopo Brown volò in Europa per le riprese del film “The Dirty Dozen” (in italiano “Quella Sporca Dozzina”) lasciando i fans di Cleveland col fiato sospeso. Sarebbe mai tornato a calcare i campi di gioco ? Il 14 luglio, tre giorni dopo l’inizio del training camp, Brown convocò una conferenza stampa a Londra e annunciò il ritiro.
“Mi ritirai a 29 anni, da MVP della lega. Avevo realizzato il mio scopo: avere una grande carriera, raggiungere un picco e poi mollare tutto per fare altre cose”, ammise tempo dopo.
Fu la fine di un’era, non solo per la franchigia dell’Ohio ma per tutto il mondo del football professionistico.
I riconoscimenti non sarebbero tardati ad arrivare: nel 1971 fece il suo ingresso nella Pro Football Hall of Fame, nel 1983 entrò nella Hall of Fame di lacrosse e infine nel 1995 fu eletto nella College Football Hall of Fame, a completamento di una tripletta senza precedenti.

La prestigiosa rivista “The Sporting News” lo nominò miglior giocatore di football di tutti i tempi.
Ancora oggi a chi gli chiede chi sia stato il miglior running back di sempre, Jim Brown risponde laconicamente: “Io”.

Bibliografia

- www.clevelandbrowns.com
- www.wikipedia.org
- www.espn.com
- “Cleveland Browns History”, Frank M. Henkel

Legends | by Roberto Petillo | 06/05/08

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