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Jim Otto: Double O

Jim Otto è l’unico Raider originario tuttora coinvolto nelle vicende della franchigia californiana, un uomo d’acciaio che è stato il simbolo in campo dei Silver & Black dal 1960, suo rookie year e anno di fondazione dei Raiders, fino al 1974, anno della sua ultima stagione da giocatore.
Otto non saltò neppure una partita durante la sua carriera, fatto formidabile se si considera che giocava in un ruolo logorante come quello di centro, con tutti quei blocchi e con il continuo contatto fisico con i difensori avversari.
Come se non bastasse, Otto era considerato “piccolo” per quel ruolo, dall’alto dei suoi 6’2” e delle sue 250 libbre di stazza. Un uomo tutto d’un pezzo che si rifiutò di cedere al grido di dolore che il suo corpo gli mandava, che di partita in partita si faceva sempre più lancinante.
“Il mio gioco era basato molto sull’aspetto fisico e non pensavo mai a come il mio corpo ne sarebbe uscito” , dichiarò dopo il ritiro. “Ero quasi come un kamikaze, e sono stato fortunato a non rimetterci la pelle” .
Fortunato fino ad un certo punto, visto che il prezzo da pagare a tanto stoicismo è stato altissimo: 39 operazioni chirurgiche, 28 delle quali alle ginocchia. L’ultimo intervento risale all’Agosto 2007, quando è stata necessaria l’amputazione della gamba destra. Il suo ginocchio destro è stato sostituito per ben 6 volte, e un’infezione che dalla protesi si stava estendendo al cuore quasi gli fu fatale, costringendolo su una sedia a rotelle per parecchi mesi.
E pensare che il suo massimo stipendio da giocatore fu di 75.000 dollari l’anno, noccioline se paragonate alle cifre che circolano attualmente nella lega.
“Non ho mai avuto un contratto garantito” ,fu la sua stessa ammissione.
“Jim non lasciò mai trapelare quanto fosse mal ridotto” , ricordò Gene Upshaw, suo compagno di linea per tanti anni. “C’erano partite in cui mi diceva: ‘Dammi una mano ad uscire dal campo e sarà tutto OK’ , per poi tornare a giocare” .
In cambio di tutta questa devozione alla causa, Al Davis gli diede una scrivania ed un ruolo nell’organizzazione non appena Otto decise di chiudere col football giocato.
La sua carriera iniziò a Wausau, Wisconsin, la città dove nacque il 5 Gennaio 1938. Situata proprio in mezzo al Wisconsin, dove i centri urbani lasciavano il posto ai grandi boschi del nord, Wausau era una città operaia, la cui economia si basava sull’industria cartiera. Jim Otto, secondo di cinque figli, fu tagliato dalla squadra di football della sua high school perché era considerato troppo esile.
Quello smacco fu il primo passo di una carriera esemplare, che l’avrebbe portato all’ingresso nella Pro Football Hall of Fame.
Arrivato il momento di iscriversi al college e dovendo scegliere tra ben 48 borse di studio offertegli, Otto decise per la University of Miami, sia per il clima mite della Florida, sia per il prestigio del programma di football di quell’ateneo.
“Volevo giocare in un posto dove avrei potuto assaggiare tutti i tipi di football” , osservò. “All’epoca Miami era un college indipendente e per questo giocammo contro squadre di diverse conference. La Southeast Conference aveva squadre molto veloci, la Atlantic Coast Conference era molto dura e la Big Ten era piena di giocatori grandi e grossi” .

Il suo freshman year era iniziato da appena 3 settimane quando Otto si fracassò il ginocchio destro, mentre nella primavera seguente fu il turno del sinistro. Nonostante gli infortuni, riuscì a conquistare il posto da titolare ma proprio quel fisico minuto e malandato scoraggiò la gran parte delle squadre NFL.
Da buon figlio del Wisconsin, il suo sogno era quello di giocare per i Green Bay Packers. Ma nella primavera del 1960, durante il Draft della NFL, i Packers e tutte le altre franchigie NFL non lo degnarono della minima attenzione. Otto era troppo leggero: al college aveva giocato da centro e da middle linebacker, con un peso forma di 210 libbre.
“Non avevo freni e amavo colpire gli avversari, ma ero spesso infortunato ed ero troppo esile. Questo fu quanto notarono tutti gli osservatori della NFL. Fui sorpreso e scioccato. Pensai che era la fine di tutto. Vidi i miei sogni finire dritti nello scarico.”
La sua fortuna si chiamò AFL, la neonata lega che cercava in ogni modo di fare concorrenza alla NFL. Fu scelto al primo giro dagli Oakland Raiders, franchigia che esisteva da pochissimi mesi, in cerca di gente che sapesse ben rappresentare lo spirito “blue collar” della città.
“Fui avvisato con un telegramma, e fui costretto a chiedere dove diavolo si trovasse Oakland” , ricordò dopo qualche anno.
Il suo primo numero di maglia fu il 50, che indossò solo durante il suo anno da rookie, per poi abbandonarlo in favore di un inconsueto 00, il celeberrimo “double-O” o anche “Aught-O”, guarda caso la pronuncia del suo cognome.
Il suo primo contratto era di 8000 dollari, con 1000 dollari di anticipo.

Sebbene fosse stato scelto per giocare da linebacker, Otto supplicò Eddie Erdelatz, allora head coach dei Raiders, di schierarlo da centro, convinto che in quella posizione avrebbe reso al meglio e che sarebbe stato più facilmente lontano dagli infortuni.
In poco tempo divenne il centro titolare dei Raiders, ruolo che sarebbe stato di suo indiscusso appannaggio per i 15 anni seguenti. La stazza oramai non era più un problema: verso la fine del suo anno da rookie Otto aveva raggiunto un peso forma di 248 libbre.
“Cominciai a lavorare duro, a prendere proteine e a sollevare pesi, cosa piuttosto inusuale all’epoca. Non ero ancora fisicamente maturo, e pensai che sarei potuto diventare più robusto, più forte e più veloce. Il mio piano era quello di giocare 5 anni e poi tornarmene a Wausau.”
Quei 5 anni divennero 15, e Otto giocò 210 partite di seguito. Mai nessun Raider avrebbe fatto di meglio. E se si considerano anche gli incontri di preseason, di playoff e gli All-Star Games, la striscia diventa di 308 partite !
“Anno dopo anno lavoravo sempre più duro, e volevo diventare il miglior centro ad aver mai giocato. Non lo facevo per i soldi. Quando firmai 3 contratti annuali da appena 20.000 dollari, nel 1966, nel 1967 e nel 1968, ero al settimo cielo.”
E durante i primissimi anni di esistenza della franchigia, Otto dava una mano perfino a vendere i biglietti.
In pochissimo tempo divenne il pilastro fondamentale degli Oakland Raiders, la vera e propria anima della squadra.
Ma anche quando oramai era una stella di prima grandezza, Otto non smise mai di fare progetti per il futuro.
“Non ho mai smesso di pensare alla mia vita dopo il football. Sentivo quasi l’esigenza di lavorare. Comprai un negozio di liquori e diedi una mano a portare avanti un country club. Poi lavorai in un cementificio per 150 dollari a settimana. Mi misi anche a vendere i biglietti dei Raiders quando stavano costruendo il Coliseum, nel 1965 e nel 1966. Al mi dava dei soldi extra per farlo, e vendetti più biglietti di tutti.”

Le stagioni si susseguivano, e l’ultimo atto fu scritto quasi in sordina, durante il training camp del 1975.
Mentre stava piazzando un blocco, il ginocchio destro cedette per l’ultima volta.
“Sentii il ginocchio venir meno. Si era rotto un osso dell’articolazione, ma continuai ad allenarmi. Poi io ed Al ci incontrammo, e mi disse che se mi fossi ritirato mi avrebbe nominato business manager. Tornai a casa e ne parlai con mia moglie Sally, e decidemmo che era arrivata l’ora.”
La sua unica richiesta fu di chiudere la carriera nell’ultima partita di preseason, contro i San Francisco 49ers , acerrimi rivali dell’altro lato della Baia.
Otto, capitano della squadra, vinse il lancio della moneta e scelse di ricevere il kickoff. Il primo drive dei Raiders fu l’ultimo della sua gloriosa carriera. In quelle ultime 13 azioni Otto giocò come un invasato, portando i suoi al touchdown per poi lasciare le consegne al suo erede, l’indimenticato Dave Dalby.
“Entrai in campo con entrambe le ginocchia fasciate alla meglio e giocai quelle 13 azioni, quasi tutti giochi di corsa. Volevo stare in mezzo alla linea e dare e ricevere colpi per l’ultima volta nella mia vita. Andammo fino in fondo, segnammo e diedi lo snap per l’extra point. Poi uscii dal campo tenendo il mio casco in mano, e feci segno a mia moglie: ‘Questo è tutto, dolcezza, è finita’” .

Fu una carriera piena di soddisfazioni, sia personali che collettive. Durante quegli anni i Raiders vinsero 7 titoli divisionali. Otto disputò ben 12 All-Star Games di seguito: l’AFL All-Star Game dal 1961 al 1969, e il Pro Bowl dal 1970 al 1972.
Ma il suo unico cruccio resta quello di non aver vinto il Super Bowl.
Ironia della sorte, i Raiders l’avrebbero vinto nel 1976, appena un anno dopo il suo ritiro.
Otto è ancora convinto che i Raiders avrebbero potuto battere i Green Bay Packers nel Super Bowl II, nonostante quell’incontro sia stato quasi un monologo della squadra di Vince Lombardi , che si impose per 33 a 14.
“Non ho mai pensato che fossimo inferiori, neppure per un attimo” , disse a tal proposito. “Nel Super Bowl II facemmo diversi errori, come un punt droppato, e i Packers portarono a casa la vittoria, ma credo che proprio quell’anno dimostrammo di essere una squadra potente.”
Per forza di cose, Jim Otto non ha ricordi memorabili della sua unica apparizione al Super Bowl. L’immagine ricorrente di quella partita non fu uno dei suoi blocchi, né il boato della folla dell’Orange Bowl, che per uno scherzo del destino era proprio il campo di gioco della University of Miami.
“Perdemmo” , ricordò qualche tempo dopo. “Ricordo solo di aver rincorso Herb Adderley dopo che questi intercettò un passaggio, e ricordo di aver provato a bloccare Ray Nitschke ed Henry Jordan. Ma ricordo anche di aver avuto la sensazione che avremmo potuto battere i Packers.”
Tutt’ora, Otto non riesce a stabilire quale sia stato l’avversario più difficile da fermare.
“Ho giocato contro tantissimi giocatori che adesso sono nella Hall of Fame, gente come Dick Butkus , Willie Lanier e Ray Nitschke, ed erano tutti fenomenali. C’erano tipi molto più grossi e potenti di me ma, una volta in campo, ero il miglior centro in circolazione. Questa era la mia unica motivazione, e mi piace pensare di aver guadagnato il rispetto dei miei avversari.”

Dopo aver appeso il casco al chiodo, nel 1975, Otto fu per qualche anno il “business manager” dei Raiders. Al tempo stesso stava diventando un uomo d’affari di successo, grazie allo spirito di iniziativa e al fiuto. Ad un certo punto era proprietario di una catena di negozi di liquori e di cinque Burger King, oltre ad essere coinvolto nel mercato immobiliare e a possedere una vasta distesa di castagni nella California settentrionale. Poi nel 1977 lasciò i Raiders per dedicare anima e corpo agli affari.
Nel 1980 arrivò il giusto e meritato ingresso nella Pro Football Hall of Fame, al primo anno di eleggibilità e proprio 20 dopo il suo debutto tra i professionisti. Era ufficialmente diventato un immortale del football, oltre ad essere il primo Oakland Raider di sempre ad essersi guadagnato l’elezione a Canton.
Sul versante privato, per quasi 20 anni i suoi affari sarebbero andati a gonfie vele, mentre nel frattempo, nel 1982, i Raiders avevano lasciato Oakland per trasferirsi a Los Angeles.
Paradossalmente, Otto divenne veramente ricco grazie alla sua vita dopo il football.

Nel 1994 fece parte di un gruppo di imprenditori che cercò invano di portare i Raiders a Sacramento. Ma l’anno successivo, quando Al Davis riportò la franchigia ad Oakland, nel rinnovato front office ci fu un posto anche per quell’uomo che tanto sangue e sudore aveva versato per la causa.
Un simbolo di continuità con un glorioso passato, ma non solo.
“Ho sempre portato avanti la loro causa, per questo sono stato un Raiders per oltre 40 anni. Fui l’ultimo membro originario a giocare per la squadra, e presi a cuore tutte le parole dei miei coach. A volte ero conciato proprio male, stremato e sanguinante, ma non volli mai lasciare il campo.”
Giocava seguendo una sola e semplice regola: essere il miglior centro della lega.
Indiscutibilmente è stato il miglior centro della sua epoca, e assieme a Mel Hein dei New York Giants e a Mike Webster dei Pittsburgh Steelers, è considerato da molti il miglior centro di tutti i tempi.
Otto aveva l’incarico di chiamare gli schemi di bloccaggio per il resto della linea offensiva ad ogni azione. In una stagione i Raiders eseguirono circa 650 azioni d’attacco e Otto commise sì e no 3 o 4 errori. “Non facciamo molti errori mentali, e la presenza di Jim Otto è la ragione principale” , ammise con orgoglio Ollie Spencer, coach della linea offensiva.
Non importa se stesse piantando alberi, vendendo cemento o bloccando un difensore avversario. L’approccio era sempre quello: totale dedizione alla causa, gettando il cuore oltre l’ostacolo.
Forse da qualche parte nella sua testa si insinuava la paura di fallire. Probabile che fosse sempre fresco il ricordo di tutte le frustrazioni conosciute in gioventù. Tutto ciò fu il propellente che lo spinse a cercare il successo ad ogni costo, la forza misteriosa che gli consentiva di cavarsela in ogni situazione di gioco, fino a dominare la linea di scrimmage.
E non è una sorpresa scoprire la sua scarsa opinione sui giocatori di oggi, che diventano milionari un secondo dopo aver lasciato il college. Semplicemente, quei ragazzi non hanno fatto sacrifici sufficienti a giustificare tutti quei soldi.
“Vogliono essere coccolati e cercano sempre qualcuno che gli dia pacche sulle spalle. Parecchi ragazzi non vogliono saperne di lavorare duro, vogliono solo i soldi facili. Molti di loro sono finiti dopo il football, perché non hanno imparato a vivere. Invece io non mi sono mai tirato indietro e mi sono fatto da solo. Sono venuto dal nulla, e nel nulla tornerò.”

Bibliografia

- 75 Seasons
- The Fireside Book of Pro Football
- http://www.raiders.com

Legends | by Roberto Petillo | 20/10/07

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