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Joe Montana: Joe Cool

“Cause there’s only one reason for doing anything that you set out to do. If you don’t want to be the best, then there’s no reason going out and trying to accomplish anything.”

Secondo molti il quarterback più forte di tutti i tempi; certamente uno dei migliori tre; altrettanto certamente il più freddo e il più competitivo, quello che meglio di tutti era capace di rispondere alle avversità e alla pressione durante le gare con una calma olimpica. Non per niente il suo soprannome era Joe Cool.

Joseph Clifford, detto Joe, Montana nasce l’11 giugno 1956 a New Eagle, in Pennsylvania. Fin da piccolo, come molti ragazzi americani, inizia a giocare a basket, football e baseball, con la preferenza per il primo. Il padre, per farlo giocare, organizza una squadretta cittadina. La figura paterna sarà molto importante per il Joe uomo ma anche atleta, in quanto sarà proprio lui che vedrà fin da piccolo nel figlio un atleta naturale e che lo spronerà continuamente a migliorarsi e a cercare di fare di tutto per vincere.

Joe Sr. fu il suo primo allenatore e gli insegnò così bene che lo iscrisse alla squadra di peawee football a otto anni mentendo sulla sua vera età (per giocare l’età minima era 9 anni); nessuno però si accorse dell’inghippo perché Joe era bravissimo come passatore già da allora.

Joe frequentò la Ringgold High School e divenne subito il quarterback titolare nella squadra di football, non certo tra le migliori. Al suo ultimo anno, concluse con un record di 8-1, elevando di molto il rendimento in campo di tutta la squadra e ricevette il riconoscimento come Parade All-America Quarterback. Alla high school era anche un ottimo giocatore di basket e baseball e questo gli valse l’interessamento di molte università, ma alla fine scelse Notre Dame, nonostante le offerte di North Carolina State per il basket, di Georgia, Boston College, Minnesota e Pittsburgh per il football e di alcune squadre delle major league di baseball di partecipare ai loro tryout.

Joe Montana in panchina a Notre Dame

All’università la sua vita non fu semplice: dovette ripartire da zero, come uno tra i tanti, e conquistarsi pian piano un posto al sole. Nel suo anno da freshman era l’ottavo QB della squadra e si doveva accontentare di fare il tifo per gli altri. L’anno successivo ebbe qualche possibilità di giocare quando il titolare era infortunato o inefficace e subito si videro le potenzialità del ragazzo. Alla seconda partita giocata, entrò in campo sotto 0-14 e guidòla rimonta fino alla vittoria per 21-14. Ancora meglio fece contro USC: dal 7-30 al 31-30.

Il posto da titolare se lo guadagnerà l’anno successivo, quello da junior. All’inizio era il numero 3 nel roster, ma a causa degli infortuni nella stessa partita del titolare e della riserva, coach Devine fu costretto a metterlo in campo a poco più di un quarto dalla fine sotto per 14-24. Montana guidò tre drive vincenti per il 31-24 finale e nessuno ebbe più il coraggio di toglierlo dal campo: i Fighting Irish non persero più nella stagione e arrivarono a giocarsi il Cotton Bowl in casa della squadra più forte, i Texas Longhorns di Earl Campbell (vincitore dell’Heisman Trophy) e Brad Shearer (miglior difensore della nazione). La partita, contro ogni pronostico, finì 38-10 per Notre Dame grazie all’attacco stellare guidato da Joe.

Nell’anno da senior l’epilogo fu ancora l’approdo al Cotton Bowl, questa volta contro Houston. L’inizio della leggenda fu proprio quella partita, passata alla storia come “Chicken Soup Game”. Si gioca a Dallas con una temperatura polare e un forte vento che taglia come una lama ghiacciata; Houston sembra aver chiuso la partita quando è avanti per 34-12 a 7:25 dal termine, con un Montana quasi congelato che soffre di ipotermia, curata negli spogliatoi con un piatto di minestra di pollo (chicken soup). Un punt bloccato dai Fighting Hirish porta ad un TD dello special team e dà il via alla rimonta: Montana trasforma da due punti per il -14, nel drive successivo segna una meta su corsa e trasforma ancora da due per il -6 a 4:15 dalla fine. Nel drive seguente tutto sembra perduto quando Montana commette un fumble recuperato da Houston a due minuti dalla fine, ma la difesa rimette in partita Notre Dame fermando gli avversari su un quarto e 1 con 35 secondi da giocare sulle 29 yard di attacco.

Dopo una corsa di Montana da 11 yard e un passaggio da 10 yard, l’allenatore chiama il gioco 91, una quickout per il WR Kris Haynes. Purtroppo Haynes scivola e Joe lancia un incompleto intenzionale. La decisione sull’ultimo gioco della partita viene lasciata a Joe, che si presenta nell’huddle e chiede a Haynes: “Ce la fai a battere il tuo uomo?”. “Si” e’ la risposta decisa del ricevitore, quindi si va con lo stesso gioco: il risultato è un passaggio perfetto, basso ed esterno, mentre la nose guard sta arrivando addosso a Montana. Touchdown e vittoria per 35-34 dopo il punto addizionale per una delle più strepitose rimonte della storia del college football.
Devin ricorda quell’ultimo gioco così:

“Joe era così calmo! Giuro che non era diverso da com’era in allenamento”

Montana invece ricorda solo la minestra di pollo: “Un italiano porta gli Irish (Irlandesi) al trionfo grazie ad un antico rimedio ebraico”. Così scrive un giornalista nel commento alla gara.

Bill Walsh con Joe Montana

Nel 1979 diventa professionista e viene draftato con la 82-esima assoluta dai San Francisco 49ers al terzo giro. Gli scout non lo avevano dipinto come un gran giocatore (aveva preso 6.5 su 9, perchè non era molto alto e non aveva un gran braccio), ma il nuovo head coach dei 49ers, Bill Walsh, aveva visto in lui il giocatore capace di interpretare al meglio il suo attacco di tipo West Coast.

Dwight Clark, che diventerà uno dei bersagli preferiti di Joe, ricorda così la prima volta che lo ha visto:
“Stavo seduto accanto a lui. Lunghi capelli biondi, baffoni, gambette magre. Ho pensato: ‘Questo deve essere un kicker’. Poi si è presentato ed io non potevo credere che fosse lui quel tipo che aveva guidato Notre Dame alla rimonta nel quarto periodo contro di noi quando ero a Clemson”.

Nel suo primo anno vide il campo pochissimo in quanto Walsh voleva farlo crescere con calma; in questo processo fu aiutato molto dal titolare Steve DeBerg. Nella seconda parte della stagione 1980, Montana diventa il titolare e si rende protagonista della prima rimonta della sua carriera NFL contro i New Orleans Saints, cui recupera 28 punti di deficit (margine piu’ ampio mai recuperato per vincere una partita di regular season). Durante la stagione sviluppa un’ottima intesa con Clark grazie anche al lavoro che facevano al di fuori degli allenamenti di squadra. Il sistema di Walsh necessitava di una grande coordinazione tra quarterback e ricevitore, sia nel timing che nelle letture della difesa, perchè cercava di prendere quello che la difesa concedeva con passaggi corti e veloci sfruttando i mismatch.

“Joe una volta ha detto in un intervista: ‘Posso guardare tutto intorno al campo, posso guardare da un’altra parte, tornare con lo sguardo di nuovo sul campo e trovare Dwight, quel grosso, lento ricevitore’. Era capace di vedermi muovere per il campo […] Joe è un asso nel capire dalla tua posizione in confronto al difensore cosa stai per fare alla fine della traccia. Era capace di questo con me e lo è ora con Jerry Rice. Ricordo una gara contro i Rams in cui stavo correndo una traccia per pulire il campo al tight end. Ho corso all’interno e mi sono liberato e ho pensato: Maledizione, spero che Joe mi veda. Non avevo finito di pensarlo che già la palla stava arrivando verso di me. Dopo la partita gli ho chiesto: ‘Come diavolo hai fatto a trovarmi su quel lancio?’ Joe ha semplicemente scrollato le spalle”

Queste parole di Dwight Clark mettono in evidenza le principali caratteristiche di Montana, quelle che gli hanno permesso, nonostante non fosse fisicamente un mostro, di diventare un quarterback così forte: intelligenza tattica, capacità di leggere le difese, feeling con i ricevitori, grande freddezza e naturalezza nel fare le cose più difficili.

Nel 1981, alla prima stagione giocata con le redini della squadra in mano dopo la cessione di DeBerg, Montana, con il numero 16 sulle spalle, porta i suoi al successo: miglior record in stagione regolare con 13-3, un divisional vinto facilmente contro i Giants e un championship al cardiopalmo, contro l’american team, i Dallas Cowboys. I 49ers sono sotto 21-27 sulle proprie 11 yard con 4:54 da giocare. Montana entra in campo e dirige un drive perfetto: 5 corse e 7 passaggi portano i Red & Gold sulle 6 di Dallas con 58 secondi sul cronometro. L’azione designata era un passaggio per Freddie Solomon, ma il ricevitore era ben coperto dalle secondarie di Dallas; la pass rush dei Cowboys era riuscita a portare tre difensive lineman addosso a Montana che, costretto a correre verso la sideline, lanciò un passaggio molto alto sul fondo della end zone. Walsh aveva già distolto lo sguardo e stava pensando al gioco da effettuare sul quarto down, quando l’esultanza del pubblico riportò la sua attenzione sul campo. Dwight Clark stava esultando per The Catch, la presa che cambiò la storia dei 49ers: quello che sembrava un pallone sparecchiato per non perdere terreno, in realtà era un passaggio di Montana per il suo ricevitore preferito. Joe disse che non poteva vedere Clark perchè aveva dei difensori davanti, ma che sapeva esattamente dove doveva essere.

The Catch

“Sul gioco del touchdown il mio livello di concentrazione non era mai stato così alto. Ricordo di aver fatto una pump fake (finta di lancio) per congelare quei ragazzi che mi stavano rincorrendo per mandarmi fuori dal campo, proprio come facevo quando giocavo a basket con mio padre. Ricordo di aver provato a dare a Dwight la palla molto alta im nodo che nessun altro potesse prenderla. Non ho mai visto la ricezione. Ho sentito il boato della folla.”

Al Super Bowl XVI, si trova di fronte un altro QB cresciuto da Walsh, Ken Anderson, alla guida dei Cincinnati Bengals. La partita termina 26-20 per i 49ers con un gran primo tempo da parte di Montana, che conclude con 14 su 22 per 157 yard, un TD pass ed il primo TD su corsa da parte di un QB; da segnalare anche un drive da 92 yard, record per il Super Bowl. La prestazione gli vale il titolo di MVP della gara.

Tralasciando la stagione 1982, quella dello sciopero, il 1983 si rivela un anno discreto dal punto di vista statistico per Montana, ma i suoi 49ers perdono “di misura” al Championship contro i Redskins con un calcio a 40 secondi dalla fine. Nel 1984, Montana si riprende il titolo di campione NFL e di MVP del Super Bowl distruggendo i Miami Dolphins al Super Bowl XIX con 337 yard e 3 TD pass, dopo aver chiuso la stagione regolare con un rating di 102.9.

Nel 1985 i 49ers si fermarono alle wild card battuti dai Giants e Montana riportò in quella gara il primo grave infortunio della sua carriera: un colpo dal lato cieco di Lawrence Taylor danneggiò la spalla di Joe, che rimase comunque in partita. La stagione successiva si aprì come si era chiusa la precedente: contro Tampa alla prima giornata un infortunio alla schiena lo tolse dalla gara. Gli esami evidenziarono la rottura di un disco spinale ed un difetto congenito alla cavità spinale: i medici, dopo l’operazione gli consigliarono di abbandonare il football, ma per la fortuna di tutti gli appassionati di questo sport, Montana non era dello stesso avviso e due mesi dopo era di nuovo dietro il suo centro.

Queste le parole della madre che ricorda quel periodo:
“Pensavo che fosse finito. Ero nella sua camera di ospedale il giorno dopo l’operazione. Lo hanno portato dentro con la sedia a rotelle e lo hanno messo in piedi, o per lo meno ci hanno provato. Potevo vedere il dolore nei suoi occhi. Volevo piangere ma non di fronte a lui. Ronnie Lott, Dwight Clark, Wendell Tyler erano nella stanza e non hanno potutto trattenere le lacrime. Il giorno dopo gli ho chiesto: ‘Cosa vuoi fare?’. Mi ha risposto: ‘Voglio tornare a giocare a football’. Il giorno dopo era in piedi a fare esercizi, il giorno successivo stava lavorando con i pesi, roba leggera, ma stava facendo qualcosa.”

Rientrò alla decima giornata vincendo 5 delle ultime 7 gare e portando i 49ers ai playoff, scontrandosi di nuovo con i Giants. La partita fu un massacro: 49-3 per la squadra della Grande Mela, ma la notizia positiva fu che, nonostante un durissimo colpo, la schiena di Joe resse bene. Nel 1986 venne nominato Comeback Player of the Year.

Il momento più difficile della carriera di Joe Cool arrivò nel 1987: i 49ers avevano letteralmente dominato la stagione regolare (13-2) e Montana aveva lanciato il suo massimo di TD pass in carriera (31); ai playoff nessuno si aspettava sorprese, ma i Minnesota Vikings uscirono vincitori dal divisional per 36-24. Nel terzo quarto, quando l’attacco dei 49ers aveva dimostrato di non essere efficace, Montana viene sostituito da Steve Young ed i tifosi iniziano a chiedere la cessione di Joe, vista la sua età (32 anni) e la bravura del suo sostituto.

Joe Montana al termine del SB XXIII

La stagione 1988 fu dura: Young partì titolare in 3 partite ed entrò in campo a partita iniziata in otto gare. Montana doveva vedersela con infortuni vari alla spalla, alle ginocchia e alla schiena, ma se la sarebbe sentita di giocare. Nel finale della regular season (4 vittorie nelle ultime 5 gare) e poi ai playoff, Joe si butta tutto alle spalle: l’ennesima rimonta all’ultimo minuto (19 fino a quel momento in NFL) arriva nel Super Bowl XXIII vinto per 20-16 sui Cincinnati Bengals grazie ad un drive da 11 giochi per 92 yard. Montana fu quasi perfetto in quel drive: 8 su 9 ed il TD vincente per John Taylor con l’unico incompleto lanciato per non rischiare un intercetto.

Nel 1989 ha la sua migliore stagione sia statisticamente (112.4 di rating e 70.2% di completi) che come risultato di squadra: nonostante George Seifert subentri come head coach al posto di Walsh, i 49ers dominano la regular season con un record di 14-2 e passeggiano fino alla vittoria finale al Super Bowl XXIV. John Elway ed i suoi Denver Broncos furono spazzati via per 55-10. Questi i numeri del MVP della gara: 22 completi su 29 passaggi per 297 yard e 5 TD (record per il Super Bowl fino a quel momento), quasi il 76% dei completi, 13 passaggi consecutivi completati (anche questo, record per il Super Bowl). Joe conquista anche il titolo di MVP della lega per la prima volta in carriera e alza il suo livello di gioco ai playoff, conclusi con 11 TD e 0 intercetti.

Leonard Marshall atterra Montana nel Championship 1990

Montana si ripete nel 1990, confermandosi MVP della NFL e vincendo il premio come sportivo dell’anno conferito da Sports Illustrated. La miglior partita da un punto di vista statistico in carriera arriva contro gli Atlanta Falcons: 476 yard lanciate e 6 passaggi in meta (record per i 49ers pareggiato da Steve Young). I 49ers finiscono la stagione 14-2 ancora una volta, ma la postseason non ha il lieto fine della stagione precedente: nel Championship contro i New York Giants, giocato al Candlestick Park, il defensive end Leonard Marshall colpì Montana in maniera così dura da rompergli una mano, incrinargli alcune costole e causargli gravi contusioni allo sterno e al ventre. Fu l’ultima partita da titolare dei 49ers.

Joe Montana ai Kansas City Chiefs

Saltò completamente la stagione 1991 e al suo rientro nel 1992, la squadra era ormai in mano a Young. Joe aveva la consapevolezza di poter dare ancora molto a tutti i tifosi di football americano e la sua voglia di competere era troppo grande per rimanere in panchina a guardare il mancino da Brigham Young. Arrivò dunque lo scambio che lo portò alla corte di Marty Shottenheimer ai Kansas City Chiefs. Gli fu offerta da Len Dawson, quarterback entrato nella Hall Of Fame nel 1987, la maglia numero 16, sebbene ritirata, ma Joe preferì indossare il numero 19. Nella nuova franchigia ripartì da dove aveva lasciato: nonostante qualche altro piccolo infortunio, portò la squadra ai playoff e riuscì a vincere in rimonta la wild card contro Pittsburgh ed il divisional in casa degli Houston Oilers. Fu fermato al Championship dai Buffalo Bills di Jim Kelly e Thurman Thomas.

Tornò l’anno successivo per la sua ultima stagione, prendendosi un altro paio di soddisfazioni: la vittoria contro la sua ex squadra, quei San Francisco 49ers guidati da Steve Young che poi diventeranno campioni del mondo, e l’approdo ai playoff, pur terminati alla wild card contro i Miami Dolphins di Dan Marino. Fu quella la sua ultima partita, il 31 dicembre 1994.

Il 15 dicembre 1997, durante un Monday Night Football al Candlestick Park di San Francisco contro i Denver Broncos, la maglia numero 16 dei 49ers diventò l’ottava ritirata nei 51 anni di storia della franchigia. Nell’intervallo, Bill Walsh presentò Joe così:
“E’ per me un grande piacere presentarvi il più grande giocatore di football del nostro tempo, e probabilmente di tutti i tempi”

Eddie DeBartolo, allora proprietario della squadra rivolse a Joe queste parole di ringraziamento:

“Joe Montana è… cos’e’? E’ l’epitome di un quarterback all-pro che per una squadra ha fatto più di quanto una squadra possa mai dire”

Joe Montana nella Hall Of Fame

Il 29 luglio 2000, puntuale come un orologio svizzero, Montana viene introdotto nella Hall Of Fame di Canton, Ohio, alla prima occasione utile.

Quello che ci si può chiedere è se Montana sia stato o no il più grande quarterback di tutti i tempi. Se ci sono pochi dubbi sul fatto che lo sia per quello che riguarda gli ultimi 20 anni del millennio, pensando al passato spuntano i nomi di Johnny Unitas o Norm Van Brocklin, giocatori degli anni 50-60 che secondo alcuni, con le regole atte a favorire il gioco di passaggio di cui ha usufruito Montana, avrebbero fatto meglio di lui. Bisogna però considerare che anche i due sopraccitati non hanno dovuto affrontare le stesse difese che Montana ha costantemente sezionato per tutta la sua carriera. E’ difficile quindi, forse impossibile, fare confronti fra epoche diverse. La mia opinione è che la voglia di vincere, di competere e di migliorarsi, la freddezza sotto pressione, l’accuratezza nei passaggi ed il tocco di Montana, lo avrebbero fatto emergere in qualsiasi epoca, dagli inizi della lega ad oggi, come uno dei migliori di sempre.

L'esultanza di Joe Montana dopo un td pass

Statistiche di carriera

Regular Season

Post Season

Altri numeri e record

FONTI

Zimmerman, Paul. “Born To Be A Quarterback” Sports Illustrated.
Montana, Joe and Bob Raissman. Audibles: My Life In Football.
www.nfl.com/history
www.pro-football-reference.com
www.wikipedia.org
www.cnnsi.com
www.brainyquote.com

Legends | by Ciro de Mauro | 09/03/07

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