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Joe Namath: Broadway Joe

Solitamente quando si parla di certi personaggi dello sport, atleti che hanno scritto pagine importanti in una disciplina, si preferisce parlare di atleti che non siano necessariamente usciti vittoriosi dalla propria carriera, ma si cerca di descrivere quelle figure che hanno lasciato emozioni vive nel tempo per i motivi più disparati.

Ogni tifoso porta in cuor suo un nugolo di eroi che prescinde dal numero di anelli che questi si sono messi al dito, ed i motivi che portano certe persone ad essere ricordate per sempre sono tra i più disparati. Capita, alle volte, che questi ricordi non siano nemmeno dovuti a gesta sportive, ma ad un modo esagerato di vivere fuori dal campo o alla maniera di porsi verso i mass media.

Può succedere che ci si senta attratti dalle provocazioni verbali di un buon trash talker o che nelle nostre memorie resti impressa un’unica giocata di spessore, una rimonta impensabile, una partita eroica. Ci sono poi personaggi che riescono ad essere un mix perfetto di ogni cosa che faccia spettacolo: sono sportivi di talento, hanno buona classe, al tempo stesso fuori dal campo riescono ad essere più in voga di un attore di Hollywood, e quando è il momento delle interviste, delle dichiarazioni, risultano irriverenti e presuntuosi come pochi.

Uno di questi è certamente Broadway Joe Namath, talentuoso quarterback che ha calcato i campi pro tra gli anni ’60 e ’70, facendo parlare di sé nel bene e nel male, per le sue giocate e per le sue “fidanzate”. Joe Namath, appunto, un antieroe sbruffone, un grande talento dalle ginocchia fragili che ha scritto importantissime pagine di football. Questo è un tentativo di ricordare chi sia stato Broadway Joe.

Gioventù e College

Joe Namath nasce il 31 maggio 1943 a Beaver Falls, Pennsylvania. Fin da piccolo mostra un’ottima attitudine allo sport, si allena e gioca un po’ a tutto e sembra riuscire bene quasi in ogni cosa. Giunto alla high school pratica con ottimi risultati basket, football e baseball, e lo fa ad ottimi livelli.

I Chicago Cubs tentano di accaparrarsi il talentuoso ragazzo con una buona offerta, ma Namath rifiuta e va al college. Nell’università di Alabama ad allenare c’è un mito del football, tale Bear Bryant, e Joe decide di giocare sotto i suoi insegnamenti. Il suo primo anno da titolare (1962) è statisticamente il migliore, Joe lancia più di mille yards (unica volta al college per lui), 12 td e mostra subito ottime qualità tecniche, una buona gestione del gioco e una discreta mobilità. Sulle corse il QB dei Crimson Tide di Alabama guadagna ben 228 yards al suo primo anno. Nei tre anni da titolare al college Namath guadagnerà un record di 29-4, comprensivo di tre apparizioni ai bowl, lancerà 2714 yards (25 td pass) e ne correrà 572 (15 td). Namath è già un mito, di lui si parla solo per indicare un futuro da pro, un futuro da vincente.

Broadway trova consacrazione definitiva nel 1964, il suo anno da senior. Pur accusando un infortunio al ginocchio (primo di una lunga serie) che ne limiterà le prestazioni e le presenze, il ragazzo stabilisce il proprio record in fatto di percentuale sui lanci completati (64%) e verrà eletto MVP dell’Orange Bowl perso 21-17 contro Texas. La sua partita è condita da 18 lanci completati per un guadagno di 255 yards e due touchdowns. Questa prestazione convince definitivamente i New York Jets a muoversi: il 2 gennaio 1965, ventiquattro ore dopo l’Orange Bowl, Namath viene firmato dalla squadra di coach Weeb Ewbank ed approda nella AFL. Lascia la University of Alabama dopo aver stabilito i record per lanci tentati (428), completati (230), yards guadagnate (3.055 comprensive di bowl) e td pass (29, anche qui contando i bowl giocati).

“Una vita come Steve McQueen…”

In AFL diventa titolare quasi subito, ma anche come backup è gettato rapidamente nella mischia: già alla seconda week coach Ewbank decide, infatti, di testarlo. La prima stagione conferma le attese e Broadway Joe viene eletto rookie dell’anno, lancia 2220 yards e passa per ben 15 td. Ma non è solo ciò che fa sul campo a far parlare di lui; Namath è un eccentrico, personaggio con un ego spaventoso che ama la vita, in tutti i suoi aspetti più eccitanti e spericolati.

Sono gli anni ’60, gli anni del Vietnam e delle contestazioni giovanili e il buon Joe non è il classico esempio di personaggio “positivo”, non è l’immagine che l’America “per bene” vuole dare di se. Namath ha i capelli lunghi, non lunghissimi ma più lunghi di quelli che dovrebbero essere, palyboy, giocatore d’azzardo e grandissimo chiacchierone, non si lascia sfuggire occasione per provocare un avversario o ironizzare su una squadra rivale.

Per guadagnarsi il nomignolo del quartiere dei teatri newyorkesi Joe ha bisogno di essere effettivamente fuori dalle regole tanto quanto il quartiere stesso: mai banale, in grado di sorprendere con giochi e luci, con un fascino completamente estraneo alle norme più comuni e conformiste. Inutile dire che tutto questo a Joe riesca naturale, come naturale gli sarà sembrato il fatto di mettersi in casa una piscina, una vera e propria vasca gigante installata nel suo appartamento di New York.

Il piacere delle donne lo ricopre di gossip di ogni tipo, quello per il gioco d’azzardo lo vede coinvolto in uno scandalo sulle bische, i suoi baffi (che per un certo periodo erano stati il suo marchio di fabbrica) vengono tagliati in diretta nazionale dietro il compenso di un’azienda che produce schiuma da barba. Joe è oltre ogni cosa, sempre oltre, talmente oltre che nella celebre “lista dei nemici” di Richard Nixon appare anche lui, unico atleta in mezzo a giornalisti, oppositori, scrittori, attori e chi più ne ha più ne metta. Anche questo era Joe Namath, l’altra faccia di una leggenda.

Momenti di gloria.

Se nel 1985 Broadway Joe è finito nella hall of fame lo deve comunque a quei pochi anni in cui le sue ginocchia hanno resistito ai colpi ed alla fatica, quei pochi anni in cui la sua stella ha illuminato il cielo della AFL/NFL. Nel 1967 diventa il primo QB della storia a lanciare più di 4000 yards (4007 per la precisione) ed è al massimo della forma, pronto per vincere. Nei primi quattro anni da pro Namath ha dimostrato una grande propensione nei lanci sul profondo, attacchi verticali precisi e potenti che lo rendono comunque molto vulnerabile agli intercetti.

In ben undici stagioni su tredici Namath subisce più intercetti di quanti TD non riesca a passare, ma non per questo il suo modo di giocare subisce cambiamenti. I Tempi del college sono passati e il QB non corre più, raramente azzarda fughe fuori dalla tasca, tantopiù per cercare di guadagnare yard con le proprie gambe, fragili e sempre sul punto di cedere. Nel 1968, finalmente, la grande occasione arriva ed è condita dalle tre partite più leggendarie della sua carriera.

In quella stagione Joe Namath disputa e perde il celebre Heidi Bowl contro gli Oakland Raiders, in quella che doveva essere la vera e propria anteprima della sfida per la finale AFL. La partita non verrà trasmessa del tutto causa la mandata in onda di Heidi, un film per ragazzini che fece andare su tutte le furie migliaia di appassionati. Solo una scritta in sovrimpressione avrebbe avvisato della sconfitta dei Jets, sconfitta venuta dopo che Namath era riuscito a mettere a referto ben 381 yards e 1 TD, con target preferito un “certo” Don Maynard, il quale ricevette 10 palloni per ben 228 yard. Come previsto le due squadre si ritrovarono per la finale AFL, ma stavolta furono i Jets a spuntarla.

Nel gelo della grande mela Namath giocò una partita da percentuale orribile (19/49), ma riuscì ugualmente a lanciare tre td pass, l’ultimo di questi nel quarto periodo per Maynard che completò il sorpasso e mandò al Super Bowl III i New York Jets. Lo Shea Stadium andò in delirio per i propri eroi, ma dopo il 27-23 sui Raiders giunse il momento della verità.

Il 12 gennaio 1969 si sarebbe disputato il terzo Super Bowl della storia ed i favoriti erano, di nuovo, i campioni NFL che dopo due anni di dominio Packers presentavano la squadra dei Baltimora Colts dell’infortunato Johnny Unitas. I Colts venivano da una stagione straordinaria, avevano perso una sola volta in regular season, erano una squadra completa con un buon attacco ed una difesa efficace. I bookmakers davano come pronostico più attendibile una vittoria di Baltimora per tre TD. Pochi giorni prima dell’incontro, Boradway Joe stabilì un altro record: fu il primo giocatore della storia a “garantire” la vittoria in un Super Bowl.

“Domenica saranno i Jets a vincere, ve lo garantisco”

Questo fu ciò che disse ai giornalisti e, probabilmente, furono in tanti a pensare che il numero 12 dei Jets non fosse solo eccentrico ma completamente pazzo. In realtà in campo, di fronte alle 75.389 che gremivano l’Orange Bowl di Miami, tutti si dovettero ricredere. In partita la difesa dei Jets limitò al massimo l’attacco avversario, intercettò per tre volte il QB Earl Morral provocando cinque turnover totali.

Il gioco delle provocazioni via mass media di Namath aveva probabilmete sortito gli effetti desiderati. Le sue dichiarazioni su Morral e il resto dei Colts avevano spianato il campo ai suoi Jets, almeno sul piano psicologico. Il gioco di corse dei newyorkesi fu fondamentale (121 yards per Matt Snell con l’unico td segnato per i suoi) per sfiancare la difesa avversaria e mantenere il pallone senza rischiare troppo, guadagnando buone posizioni di campo.

Namath si “limitò” a condurre il gioco con intelligenza e freddezza, senza sbagliare o commettere forzature inutili e pericolose. L’ansia del protagonismo non se lo mangiò. Portò tre volte i Jets in zona calcio e quando Johnny Unitas scese in campo nell’ultimo quarto i Jets erano sopra 16-0. Unitas, pur se intercettato, migliorò l’attacco dei Colts che segnarono una meta comunque inutile.

I Jets erano campioni e Broadway Joe Namath, icona e capitano di quella squadra, fu eletto MVP della finale (17/28 206 yards). Quella partita fu la vera conclusione della carriera di un grande campione che abbandonò il campo da gioco senza fermarsi mentre accedeva agli spogliatoi; non parlò coi giornalisti né salutò i tifosi. Lui, solo con sé stesso e la propria vittoria, passò davanti a tutti, quasi a testa bassa ma con l’indice puntato al cielo come a sottolineare, una volta per tutte, chi fosse il numero uno. Un’immagine che rimarrà nella storia del football. La sua dichiarazione dopo l’anello vinto è l’epitaffio della vita sportiva di questo fenomeno, e ne è in tutto e per tutto l’essenza:

“Se mai è esistita una squadra che si possa definire campione del mondo, bene, quella squadra siamo noi”

Dopo quella stagione ci sarebbe stato sempre Joe Namath, ma mai più un Broadway da celebrare. Una carriera in calando che trovò alcuni picchi di crescita in alcune stagioni, ma pur sempre sotto le 3000 yards a campionato. Stagioni che in ogni modo servirono a dimostrare che quando le ginocchia lo aiutavano, lui riusciva ancora a ad essere decisivo e a vincere. Come nel 1969, 1972, 1974 e 1975 ad esempio. Poi, nel 1976, quinto intervento chirurgico e addio ai Jets. Il canto del cigno l’anno successivo nei Los Angeles Rams con pochi numeri.

La sua carriera si chiuse con un totale di 140 partite giocate, 1886 lanci completati su 3762 effettuati (50.1%), 27663 yards, 7.4 di media 173 td e 220 intercetti. Per completezza corse 71 volte, guadagnando 140 yards e 7 td. Namath era questo, un giocatore sopra le righe sul campo e nella vita di tutti i giorni. Un giocatore ed un uomo imperfetti che scalarono una montagna gigantesca per accomodarsi di fianco ai più grandi di ogni epoca.

Legends | by Alessandro Santini | 15/02/07

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