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John Elway: Captain Comeback


Raccontare la storia di John Albert Elway dall’inizio è come raccontare un bellissimo film col lieto fine più scontato, come spulciare un intrigante romanzo dalla trama comunque prevedibile; la storia di Elway, letta dall’inizio, ha lo stesso sapore di un film hollywoodiano del quale si prevede già il finale ma che nonostante tutto ci tiene attaccati allo schermo. Una vita dedicata al football, una storia fatta di imprese eroiche che per anni avevano regalato zero-titoli-zero, proprio nel Paese dove vincere è tutto. Il martirio di Dan Marino è unico ed intoccabile e un secondo scempio di tale dimensione abbatterebbe le quotazioni del mitico Dan the Man. John Albert Elway è andato oltre, più in alto di Marino e, spesso, più in alto di chiunque altro. La sua storia comincia il 28 giugno 1960, ma se fosse un film cominceremmo a raccontarvela qualche anno più avanti, com’è giusto che sia. Ed anche se il finale sembrerà scontato dopo che avrete letto la sua storia, bene, sappiate che a un certo punto, nella carriera del quarterback diventato Re a Denver, tutto sembrava definito, eccezion fatta per il raggiungimento di un titolo.

Se la storia di John Albert Elway inizia nel 1960, quella di John Elway inizia nel 1979, dopo qualche stagione nella Pop Warner League a livello sovrumano che spinse il padre a trasferire tutta la famiglia in California per favorire la carriera sportiva del figlio. Mai scelta fu più saggia e meglio ripagata. Giocatore di incredibile livello atletico, forte fisicamente e tecnicamente, intelligente come pochi sul campo, Elway già durante le scuole superiori mostra una certa affinità col football e nei suoi 4 anni alla Granada Hills High School scaglia l’ovale per 5711 yards completando ben 49 TD. Il futuro è già tracciato: per chiunque ne segua le gesta sin dai primi passi Elway è un predestinato.

“The Play” sconfigge Stanford

E’ tempo di college, e quando John Elway approda a Stanford è diviso tra il baseball e il football. Due sport completamente diversi, ma le sue qualità sportive sono utili a soddisfare buona parte dei fini palati che popolano le arene dello sport americano. Elway predilige comunque il lancio dietro ad una offensive line piuttosto che quello dal monte e, in NCAA, stabilisce una serie di record che fanno rabbrividire gli scout di ognuno dei cinquanta stati. La favola del futuro quarterback dei Denver Broncos va però oltre le 9349 yards lanciate, i 77 touchdowns, i due Player of the Year vinti nella Pac-10 (1980-82), il titolo di All-America ed il secondo posto nell’Heisman Trophy (dietro a Herschel Walker). Riduttivo: Elway va oltre tutto questo, oltre la più bassa percentuale d’intercetti di sempre a livello di college football; Elway è l’uomo delle rimonte, ed è anche l’uomo che, una volta finito nella polvere del “perdente di successo” è riemerso con due anelli al dito.

Nel 1979, quando approda a Stanford, John Elway è il miglior prospetto collegiale in tutti gli Stati Uniti e sorprende non poco il fatto che, visto il talento, il ragazzo si impegni fortemente anche con il baseball. Membro della confraternita Delta Tau Delta, il giovane Elway ha successo anche tra i banchi di scuola ed arriva a conseguire la laurea in economia nel 1982, quando però le sue fortune sportive hanno già portato i New York Yankees a offrirgli un contratto giusto un anno prima. Il ragazzo, che non vuole mollare la scuola, passa solamente due estati ad allenarsi con NY e a giocherellare in una squadra “satellite”: gli Oneonta Yankees, formazione di una serie minore dello sport batti e corri inseriti nella NY-Penn League.

L’ultima partita da collegiale di Elway rimane scolpita nella storia come uno dei match più intensi ed incredibili del football americano di ogni epoca. Dopo anni di record e di giocate che avevano deliziato il pubblico, Stanford crolla nel modo peggiore e lo fa nella partita contro gli odiati rivali della University of California di Berkeley, meglio nota come Cal. L’uomo dalle trenta partite con più di 200 yards lanciate in NCAA guida i suoi compagni a una vittoria ormai sicura grazie a due lanci miracolosi che portano i Cardinals in posizione di field goal sul finale del match. Il kicker centra i pali e porta Stanford a più uno sul tabellone. Lo squib kick successivo avrebbe dovuto chiudere la partita, ma mentre la banda di Stanford invadeva il terreno di gioco musicando note di vittoria, sul campo nacque l’azione più clamorosa di sempre e conosciuta come The Play. Per i tifosi di Stanford la delusione di perdere il Big Game (soprannome del rivarly game che disputano queste due università ) in quel modo fu incredibile. Il receiving team dei Golden Bears di Cal recuperò il pallone con Kevin Moen sulle proprie 46 yards e lo riportò in meta dopo cinque passaggi laterali che consentirono, sempre a Moen, di riprendere l’ovale e chiudere in endzone dopo che gli uomini di Cal si erano bevuti giocatori e banda musicale avversari. Un delirio. Ed un cattivo presagio per Elway, il quale perse anche la corsa all’Heisman Trophy e arrivò al draft come… perdente di successo.

Il rifiuto post-Draft e l’arrivo in NFL

Furono i Baltimore Colts a scegliere per primi nel draft del 1983 e la loro chiamata andò su John Albert Elway in quello che per molti fu il draft più ricco di talento di sempre. Insieme a Elway arrivarono tra i professionisti anche Dan Marino, Jim Kelly, Eric Dickerson, uno dei più versatili e resistenti offensive lineman di sempre come “Deluxe” Bruce Matthews e il velocissimo CB Darrell Green. Questo per citare i più noti, ovviamente. Finisce qui, comunque, la storia del giovane John Albert, di quel ragazzo che partì con la famiglia per la California in cerca di successo; e comincia qui l’epopea di uno dei più grandi giocatori di ogni tempo: semplicemente John Elway, The Duke of Denver, The Master, Mr. Comeback. Sì, avete letto bene: Denver. Già , perché dopo la chiamata dei Colts, Elway stupì tutti minacciando di lasciare il football per i NY Yankees se non fosse stato ceduto. I termini di tale decisione sono ancora oggi poco chiari, e la stampa non mancò di sottolineare questo atteggiamento più come la motivazione di un atleta che sa ciò che vuole piuttosto che come quello del bambinetto viziato e della superstella immatura che vuole tutto e subito. Baltimora acconsentì alla trade e, in cambio del QB Mark Herrmann, dell’offensive lineman Chris Hinton e di una prima scelta al draft del 1984 (poi sfociata nella guardia Ron Solt), il 2 maggio 1983 lasciò partire Elway per il Colorado. Il popolo di Denver impazzì, la stampa locale si affrettò a cercare un nome che rendesse l’idea del valore che andava ad aggiungersi ai Broncos e aprì rubriche quotidiane a lui dedicate. Presto, per molti tifosi, Elway fu semplicemente il Duca di Denver, la speranza di una città di essere portati a braccetto verso il titolo di campioni del mondo. Più tardi sarebbe diventato anche Captain Comeback, ma certe musiche dovevano ancora essere composte.

Elway mostra sin dalla prima stagione le proprie doti, il titolare Steve Deberg lascia il posto al predestinato in poche partite. Elway non sembra diverso da quello del college, non ha imbarazzi, offre subito un buon impatto, le basi sono ottime già nell’anno da rookie. Il 1983 è la stagione che segue quella dello sciopero del 1982 quando i Broncos chiusero 2-7 nelle sole nove partite disputate. Elway guida i suoi a un 9-7 che significa Playoffs. Seattle chiude subito i conti, ma la strada dei giocatori guidati da Dan Reeves sembra in discesa. Elway lancia 1663 yards in 11 partite, con una percentuale inferiore al 50% ma per via della pressione che spesso è concessa agli avversari perde l’infallibilità negli intercetti subendone ben 14 a margine di soli 7 td pass. Eppure Elway ha le idee chiare, capisce gli schemi, li applica perfettamente, è freddo nelle situazioni difficili anche se soffre inevitabilmente, a soli 23 anni, il salto tra i grandi. Mette comunque subito in evidenza il tocco, la capacità di leggere le difese anche dopo lo snap, l’abilità di muoversi nella tasca, anche se la linea non è il massimo per un QB come lui e questo gli costerà , negli anni, il record di sack subiti (più di 500). Non striscia i piedi John, si muove bene sulle gambe, facendo roteare gli occhi in cerca di un receiver e scagliando spirali perfette che affettano il cielo in due. Negli anni la maturità lo porterà ad essere un giocatore perfetto, in grado di riuscire a prendere decisioni importanti in una frazione di secondo, in grado di spingersi fuori dalla tasca con gesta eroiche, di trovare receiver in momenti di totale chiusura, di rilasciare il pallone in maniera semplicemente esemplare. Snap, drop back di due passi, palla saldata alla mano, sguardo fisso in avanti, movimento laterale, lancio. Tutto perfetto, un meccanismo quasi infallibile e in grado di funzionare in ogni condizione di partita. In vantaggio di 30 punti o in svantaggio di 5 a 40 secondi dalla fine.

Il suo primo playoff è giocato in modo molto conservativo come vuole la regola del suo coach; in stagione Reeves non ha praticamente nessuno a cui affidare un running game concreto, Deberg viene spesso messo in campo per non bruciare troppo rapidamente la giovane stella e i Seahawks passeggiano 31-7 su Denver, con Elway fermo a un 10/15, 123 yds, 1 intercetto. Negli anni successivi Elway prende sempre maggior confidenza con il mondo NFL ed anche se i giocatori che lo circondano in attacco non riescono a dare la profondità nel gioco offensivo al quale si era abituato a Stanford, i suoi numeri migliorano sempre, così come il record stagionale della franchigia che però non approda ai playoffs del 1985 dopo essere uscita al primo turno, di nuovo, in quelli del 1984.

Elway diventa un “perdente”

Nel 1986, di nuovo senza RB di valore vero e WR in grado di dare reale profondità alla manovra, i Broncos pareggiano il record dell’anno precedente (11-5), ma questa volta approdano ai playoffs con un Elway in piena esplosione di talento. Dopo aver battuto New England al Divisional Playoff, Denver espugna il campo dei Cleveland Browns grazie a una giocata finale proprio del quarterback che con un’azione poi definita nientemeno che The Drive porta il kicker scalzo Rich Karlis a colpire per il 20-20 che, in over-time, verrà ritoccato di tre punti sempre dallo stesso Karlis e sempre dopo un drive di Elway. Poco più di cinque minuti per Elway, in quel finale, per guadagnare le yards necessarie partendo dalle proprie 2. “Era l’azione che avevo sognato prima della partita” dirà poi Elway, “un grande quarterback fa grandi giocate durante grandi partite”. Come dargli torto? Di sicuro non sarà Reeves a smentirlo, il suo coach per buona parte della carriera, il quale parlando di The Drive dirà che “non vedevo molto bene la situazione, partendo così indietro sul campo. Ma quando hai John Elway in squadra hai sempre una chance. Sempre”.

Sempre. Come nel Super Bowl, il primo per Elway, la prima grande delusione da professionista. Una sconfitta desolante dovuta alla prevedibilità di un attacco che trovava nel solo Elway ogni risorsa. La difesa dei Broncos crollò quando (sul 10-7 per Denver), Elway subì una safety che aprì la rimonta dei New York Giants guidati da Phil Simms. Una sconfitta che brucia dall’alto di 304 yards lanciate con un td pass ed un rushing td. Ma un attacco troppo monodimensionale che produsse pochissime yards su corsa e vide nel proprio QB anche il proprio miglior runner con 27 yards. Un leader troppo solo, un fenomeno che, come al college, sembrava non riuscire a vincere la partita “che conta”. I Giants dominarono il secondo tempo e chiusero 39-20. Fine dei giochi.

Nel 1987 Elway è MVP della NFL, lancia 3198 yards, 19 td e sembra aver ormai stabilizzato in senso nettamente positivo il rapporto con gli intercetti. La sua tecnica migliora costantemente, la sua leadership è sempre più influente sul campo e dopo un record di 10-4-1 i Broncos approdano ai playoffs e, nuovamente, al Super Bowl dopo aver spazzato via Houston (34-10) ed eliminato per il secondo anno di fila i Browns (38-33). Stavolta sembra persino che il running game (settimo della lega) funzioni in modo più concreto, ma la corazzata dei Washington Redskins risulterà fatale ai malcapitati Broncos. Un 10-0 nel primo quarto mette al riparo Denver persino da corsi e ricorsi storici, ma gli ‘Skins piegano la storia stabilendo un record di 35 punti (a zero) nel secondo periodo. La difesa dei Pellerossa blocca le corse e pressa su Elway, lo intercetta tre volte e, dopo avergli concesso il td pass più veloce di un Super Bowl a inizio partita, non gli lascia più scampo. Elway esce a pezzi, e non lo conforta il fatto di essere riuscito a diventare il primo QB a ricevere un lancio (su una option giocata dal RB Steve Sewell) in un Super Bowl; abbandona sconfitto per la seconda volta consecutiva con statistiche mediocri (14/38 per 257, TD, 3 INT) e con il marchio del perdente sempre più impresso sulla propria reputazione. Come per Dan Marino la maledizione della vittoria sembra invincibile, ma a differenza del QB dei Dolphins Elway ha già sprecato due chances… e non è ancora finita.

Nel 1988 la banda guidata da coach Reeves appare demotivata e, nonostante una buona stagione del proprio leader, i Broncos chiudono 8-8 perdendo il treno per i playoffs. Post-season rinviata di un anno e che va a coincidere con il terzo Super Bowl. Il problema del rapporto TD-INT torna a galla, ma Bobby Humphrey dà l’impressione di essere il RB giusto per togliere pressione all’ex quarterback di Stanford. Elway passa di nuovo le 3000 yards in stagione e ai playoffs, dopo una tiratissima gara vinta di un punto sugli Steelers, elimina per la terza volta i Cleveland Browns. Potrebbe essere la svolta, ma di fronte ai Broncos, nella terza finalissima in quattro anni, ci sono i San Francisco 49ers di Joe Montana, gente con già tre anelli al dito e grandi dominatori della decade che va a concludersi. Sarà un massacro: 55-10 per i Niners che ai Broncos non lasciano nemmeno la “solita” partenza in vantaggio che aveva caratterizzato i due precedenti balli di fine anno. Humphrey colleziona la miglior prestazione di un runningback di Denver in un Super Bowl, ma delle sue 61 yards 34 sono conquistate in un’unica portata. Joe Montana è perfetto, completa 22 lanci su 29 e manda in endzone 5 volte i compagni di squadra. Elway crolla di fronte al più grande, 10/26 per 108 yards, 0 touchdown, 3 intercetti. Un massacro in quello che sarebbe dovuto essere il duello del secolo. La difesa dei Broncos non crolla solo sotto big plays come accaduto due anni prima, Montana l’affetta con calma e perizia chirurgiche, insieme a Craig e Rathman mette in piedi 461 yards di guadagno e tiene palla 19 minuti in più degli avversari. Stavolta, per John Elway, sembra davvero finita. Tre Super Bowl persi sono un chiaro segnale di come la strada del predestinato sia stata decisamente ostruita dalla mancanza di running game efficaci, di difese solide e continue, di una linea che riuscisse a dare la stessa protezione su ogni snap invece di avanzare a fasi alterne e di un coach che sembra non riuscire a tirare fuori il meglio dal talento del proprio QB ostinandosi su un gioco conservativo e senza una protezione efficace.

E’ facile intuire che, con un coach differente, Elway avrebbe avuto numeri ancora più incredibili di quelli messi a referto durante la sua carriera. Ma è l’insieme del meccanismo che pare non funzionare; Elway è il solo giocatore a poter fare la differenza, WR in grado di occupare più di un difensore non se ne vedono e, sui raddoppi, serve sempre un miracolo del QB. Il gioco di corse è prevedibile e, da anni, troppo debole nonostante l’exploit di Humphrey. La linea gioca solo per il QB, ma la pressione sulla tasca degli avversari fa crollare spesso la O-line. I turnover si sprecano, la difesa è spesso sfiancata e, a sua volta, cede non arrivando al top a fine partita, né tantomeno a fine stagione. Le forzature sono all’ordine del giorno, i tentativi di rimonta anche.

I tifosi non abbandonano Elway, ma per gli analisti il “treno è passato”. Il quarterback predestinato al successo è un perdente; di successo, certo, ma non riesce a vincere l’ultima tappa, la più importante. Arrivano gli anni ’90, arrivano il salary cap e le nuove regole di mercato. Il dominio della NFC, delle squadre fortissime in difesa e dagli attacchi stellari sembra non finire mai. Chiusa l’era dei 49ers comincia quella dei Dallas Cowboys, fin quando non spunta Brett Favre, altro predestinato che, alla prima occasione, stende i New England Patriots di Bill Parcells e riporta il Super Bowl nelle gelide terre di Green Bay dopo quasi trent’anni. I Broncos calano vistosamente. Nonostante i numeri di Elway siano sempre di tutto rispetto e le giocate da campione e da highlights non manchino, i Broncos balbettano, cominciano a conoscere stagioni perdenti, cambiano due coaches dopo Reeves e i playoffs si presentano solo ad annate alterne e sempre per una sola partita. Gli acciacchi e i problemi alle ginocchia avuti negli anni precedenti si fanno sentire sempre di più, l’età avanza e, per Elway, si avvicina la fine di una carriera onorevole ma solo ad un passo dall’essere stellare. Denver salta i playoffs del 1990, del 1992 (con Elway infortunato e non impegnato per tutta la stagione), del 1994 e del ’95. La mobilità di John Elway diminuisce di intensità , ma non in quei disperati tentativi che lasciano al quarterback ancora la forza di spostare quelle doloranti ginocchia alla ricerca di azioni sorprendenti. Con Mike Shanahan sulla sideline Denver trova di nuovo stagioni d’oro: chiude 13-3 nel 96 e 12-4 nel 97. Nel 1995 erano approdati ai Broncos due giocatori che finalmente davano un certo spessore al gioco offensivo della franchigia del Colorado. Terrell Davis, RB dinamico e potente, e Rod Smith, WR di grandi qualità che affiancava (e superava) Shannon Sharpe, eterna promessa della NFL. Da quel punto la storia dei Broncos aveva cominciato a riscriversi.

L’età dell’oro

Nelle stagioni che hanno seguito il Super Bowl perso con San Francisco Elway è riuscito a catturare alcuni record personali (come le 4030 yards lanciate nel 93), ma l’acuto di squadra continua a latitare. Shanahan trova la quadratura del cerchio, porta con sé un coaching staff d’eccellenza e crea una linea offensiva abile a giocare la celebre zone-blocking così che, nel 1997, porta Denver ai playoffs con Elway che lancia 3635 yards, Terrell Davis che ne corre 1750 e Rod Smith che ne riceve ben 1180. L’anno precedente l’apparizione in post-season è stata fulminea ed ha visto l’eliminazione contro Jacksonville per 30-27. Di nuovo i Jaguars alle Wild Card, ma stavolta è un massacro… a favore di Denver: 42-17. Trasferte a Kansas e Pittsburgh con vittorie di misura (14-10 e 24-21) ed è di nuovo Super Bowl. Il quarto per Elway, contro la stella Brett Favre e gli strafavoriti Green Bay Packers che a San Diego scendono in campo con l’anello al dito. La partita è equilibrata, la pressione schiaccia Elway che non gioca a livelli esagerati pur trovando numeri da fuoriclasse, i numeri che ti aspetti da un leader nei momenti cruciali. Nel terzo quarto chiude prima un 3rd & 6 trovando un ricevitore coperto con un tocco magistrale. Poi chiude di sua volontà un 3rd & 10 scagliandosi contro due difensori dei Packers dopo una corsa di 8 yards e trovando, dopo l’impatto, la forza e la spinta per arrivare a chiudere il down. MVP e mattatore della serata sarà quel RB che ha finalmente dato fiato al proprio QB, quel giocatore in grado di completare sotto ogni aspetto l’attacco di una squadra di football. Terrell Davis correrà per 157 yards e 3 TD, ma quelle due giocate di Elway valgono più delle 123 yards lanciate (con intercetto). La partenza a razzo di Favre si rivelerà inutile, Elway riuscirà a vincere il suo anello quando era ormai dato per spacciato e a fine carriera. Ci riuscirà grazie a Davis, Smith, Shanahan (che ha finalmente creato un sistema perfetto per lui), e soprattutto grazie a sé stesso e alla carica emotiva che quella corsa contro la safety LeRoy Cutler ha dato a tutta la squadra. Due giochi dopo Denver avrebbe infatti segnato.

Dopo l’anello Elway annuncia il ritiro, non prima però di una stagione giocata da campione in carica. A 38 anni e senza la pressione dell’eterno sconfitto, John guida i Broncos a una stagione di 14 vittorie e 2 sconfitte. Gioca conservativo, si copre dietro alla linea che lavora per le uscite di Davis, il quale macina yard su yard. Arriva in forma ai playoffs con il secondo miglior running game della lega e la miglior difesa contro il gioco di corsa. Lascia spazio a Bubby Brister per essere pronto nella post-season dove, ormai è ovvio, punta al più incredibile back-to-back di sempre. Finita la regular season i Broncos non hanno rivali. Spazzano via Miami al Divisional (38-3) e fanno esplodere il Mile High con il 23-10 sui Jets che proietta Elway al quinto Super Bowl in carriera. Gli Atlanta Falcons sono gli avversari di turno e si portano avanti con un field goal. Subito sale però in cattedra Elway che chiuderà con un 19/28 da ben 336 yards, un TD per Rod Smith (152 yards) e correndo, ormai distrutto, solo tre volte per un netto di 2 yards ma con un rushing TD a statistica. Verrà eletto come MVP del Super Bowl e potrà dire addio alla NFL come un vincente, uno dei più grandi di sempre, in attesa della*Hall of Fame* che arriverà nel 2004, il primo anno di eleggibilità .

King of Denver

John Albert Elway, nato a Port Angeles (Washington) il 28 giugno del 1960, aveva tutto. Braccio, tocco, fisico (6-3 per 215), atletismo e intelligenza. Un leader che ha fatto parlare di sé per le proprie giocate, per la propria determinazione, per quella pazzia che gli fatto credere di poter vincere un Super Bowl a 37 anni dopo averne persi tre. Negli anni passati ad inseguire un anello Elway ha fatto parlare di sé solo per quello che ha fatto sul campo di gioco, diventando l’eroe di un’intera città e un simbolo dello sport e della perseveranza che in esso si può riporre. Mai una sbavatura nella vita privata, mai eccessi apparenti. Inseguendo questo anello Elway ha deliziato le platee del football portando una squadra discreta ma non fenomenale a cinque Super Bowl e ad un serie di stagioni vincenti incredibilmente lunga, senza mai paura di sbagliare e cogliendo ogni attimo buono per colpire, diventando il più grande clutch player della NFL di sempre, sfruttando al top l’innesto di due giocatori che, finalmente, gli diedero ossigeno e gli permisero di giocare con più varietà e più profondità .

Quando anche la difesa fu regolata al top dal coaching staff Elway non potè che volare nell’Olimpo del football vincendo ben due Super Bowl.

Leggende da brividi, storie per i nipotini. E numeri da far paura. Come le 51475 yards lanciate in carriera, secondo QB (dopo Marino) a superare quota 50000 e appena superato da Favre, col quale è comunque in credito di… un anello. Unico passer a lanciare almeno 50000 yards e correrne almeno 3000, segno che la sua abilità nel muoversi non era utile solo dietro la linea di scrimmage per guadagnare tempo sui lanci o per provare a spiazzare i blitz avversari.

La sua freddezza e la sua abilità di guidare l’attacco in situazioni disperate lo hanno portato per 47 volte a pareggiare o vincere partite con un drive nell’ultimo quarto (record NFL). In un certo senso questo record è dovuto a coach Reeves, allenatore che ha “curato” Elway nei suoi anni migliori ma che, pur non avendone davvero i mezzi, prediligeva un gioco conservativo puntando spesso su corse e possesso palla senza avere gli uomini giusti e costringendo Elway a troppi sack e a troppi intercetti subiti per via delle frequenti forzature. Questo ha spesso costretto Denver a dover inseguire gli avversari ed è probabilmente la causa che ha mantenuto i Broncos una squadra di profilo discreto piuttosto che ottimo, ma è anche il motivo per cui ci viene consegnata una leggenda come quella di Capitan Rimonta. Liberato il talento e trovato l’innesto giusto i Broncos sono esplosi definitivamente. Nei Super Bowl giocati Elway è secondo per yards lanciate solo a Joe Montana (1128 a 1142), ma è l’unico quarterback ad averne disputati cinque ed il solo ad aver segnato 4 volte su corsa. Entrando nella endzone avversaria su corsa in ben quattro differenti finali è secondo solo al RB Thurman Thomas (5 rushing TD).

Il 13 settembre 1999 i Denver Broncos hanno inserito John Elway nel Ring of Fame ritirando la sua jersey #7 saltando, per la prima volta, i cinque anni che di prassi si attendono per questo genere di eventi. Sempre nel 1999 è stato inserito nel Colorado Sports Hall of Fame. Elway è l’uomo che ha fatto esplodere Mile High, che ha dato trionfi inimmaginabili a Denver, che ha aperto una parentesi dominante nella lega quando tutti lo davano per spacciato. Sempre con l’intelligenza di chi sa cosa fare con la palla in ogni occasione, di come affrontare una difesa in qualsiasi condizione atmosferica, tecnica e tattica. Per quante ne sentiate raccontare in giro, quel quarterback coi denti un po’ da coniglio, col sorriso sempre stampato sulla bocca, è uno degli uomini che ha meglio incarnato il football giocato ed ha saputo regalare emozioni incredibili per sedici stagioni. E ha vinto, con quella forza interiore che lo ha sempre contraddistinto, quando tutto sembrava perduto; quando nessuno avrebbe più scommesso su di lui. Grazie a Davis, Shanahan, Smith… ma soprattutto grazie a Elway.

Ora, provate a leggere la sua storia dalla fine… non credereste mai a com’era cominciata.

Legends | by Alessandro Santini | 22/02/07

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