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O.J. Simpson: The Juice

Lo chiamavano “The Juice”, da OJ, abbreviazione che in America significa orange juice, ed è stato, con Barry Sanders, il più elettrizzante running back che la NFL abbia mai visto nella sua lunga storia.

Purtroppo tutto quello che di grande ha fatto in un campo da football è stato presto dimenticato quando, nel 1994, fu accusato di aver barbaramente ucciso la sua ex moglie e il suo amante, dando vita ad un inseguimento tra le autostrade di Los Angeles in diretta nazionale e, successivamente, ad uno dei più famosi processi degli ultimi vent’anni, dal quale, grazie ad una magistrale difesa dei suoi avvocati, fu assolto.

L’opinione pubblica ha dimenticato OJ Simpson, colpevole secondo loro di aver ucciso quelle due persone, ma noi appassionati di football americano, attraverso questo articolo, vogliamo dimenticare per un attimo i tragici fatti di quel periodo, e ripercorrere la carriera di un giocatore che ha fatto la storia della palla ovale.

Orenthal James Simpson nasce nel luglio del 1947 a San Francisco, e fino alla fine dell’high school non ha un grande seguito a livello nazionale, cosa che lo spinge a considerare l’idea di arruolarsi nell’esercito americano finita la scuola superiore. Fortunatamente un amico di lo convince, proprio nell’ultimo giorno disponibile, a iscriversi al Junior College di San Francisco, dal momento che lui non aveva la possibilità di fare la squadra e in quell’istante la carriera di “The Juice” ha un’impennata esponenziale.

Nei suoi due anni al San Francisco’s City College, Simpson va in meta in 54 occasioni, e tutte le scuole della West Coast fanno a gara per averlo nelle loro fila. Alla fine la spuntano i Trojans di USC, che da quel momento in avanti diventeranno una delle più forti squadre del college football.

La sua abbagliante velocità (cronometrato 9.4 sulle 100 yards, record all time della NCAA football), unita ad una capacità quasi irreale di cambiare traiettoria in una frazione di secondo, fanno di OJ un’autentica star di USC, portata per due volte al Rose Bowl e chiudendo i due anni ai Trojans con 3424 yards corse e 36 touchdowns.

Il suo più grande momento al college rimane l’epica sfida contro l’acerrima rivale della Pac-8, UCLA, del 1968, quando le due squadre si presentarono come n.1 (i Bruins) e n.2 (i Trojans) d’America. In una partita dai contorni epici, con le due squadre in parità 14-14, e il QB di UCLA, Beban, eroe incontrastato con 300 yards lanciate nonostante un infortunio al braccio, Simpson decide di far suo il proscenio, con la famosa chiamata del “Red-23 blast”, dettata dal QB di riserva di USC, Page, che cambiò sulla linea di scrimmage un gioco di lancio con una corsa per Juice.

OJ, esausto dopo una partita molto tirata, ricevette palla tagliando attraverso la propria offensive line e immediatamente dopo, in campo aperto, si liberò dei difensori con una finta a sinistra e un taglio repentino verso destra, liberando di lì in poi la sua velocità che lo portò in meta dopo 64 fantastiche yards. USC vinse l’incontro per 21 a 14, scavalcò UCLA in vetta al ranking e, successivamente, trionfò nel Rose Bowl contro Indiana (con 128 yards e 2 td di Simpson), aggiudicandosi il titolo nazionale.

L’anno successivo USC arrivò ancora al Rose Bowl, dove Simpson fece impazzire la difesa di Ohio State, chiudendo con 171 yards corse, ma i Trojans uscirono sconfitti, mancando il bis del titolo del ’68.

Nel draft NFL del 1969, OJ era la stella incontrastata, nessuno aveva dubbi sulla possibilità che Buffalo scegliesse qualcun altro come primo pick assoluto. E Simpson arrivò. Senza sorprese ma tra mille proclami, la nuova stella del football approdò a Buffalo come prima chiamata assoluta.
Arrivato nella NFL come un’autentica star, con un mega contratto e la pressione di dover essere il nuovo fenomeno del football professionistico, OJ si scontrò subito con la dura realtà di Buffalo, una delle peggiori squadre dell’intera Lega, in cui un solo giocatore, seppur fortissimo, non avrebbe portato il cambio di rotta auspicato dai tifosi.

Al di fuori della prima chiamata però, coach John Rauch era solito utilizzare Simpson quasi solo come ritornatore, relegandogli un ruolo marginale nel gioco di corsa della squadra. Proprio in un ritorno di kick-off l’ex stella di USC si ruppe un ginocchio terminando dopo solo 8 partite la sua seconda stagione in NFL, il tutto dopo aver corso poco più di 1000 yards nella prima stagione e mezza tra i pro, segnando solo 7 touchdowns.

Alla vigilia della stagione del 1972, i Bills diedero le chiavi del comando a Lou Saban, che immediatamente cercò nella offseason di creare una squadra che supportasse in tutto e per tutto il proprio n.32. Creò una linea offensiva abile a proteggere il gioco di corsa e OJ, da quel momento, esplose in tutto il suo splendore.

Nella prima stagione sotto Saban chiude con 1250 yards e 6 tds, vincendo il titolo di best rusher NFL per la prima volta. La squadra rimane abbondantemente sotto il 50% di vittorie, ma OJ dimostra finalmente alla NFL il suo immenso valore.

E’ però la stagione successiva, quella del 1973, che segna l’ascesa nell’olimpo di The Juice.

Fin dalla prima partita contro i New England Patriots, OJ fa capire che quella sarà una stagione magica. 250 yards corse, record all-time per una sola partita, e 1 td da 80 yards, record stagionale, in una gara dominata dal gioco di corsa dei Bills. The Juice nelle prime cinque partite stagionali supera le 100 yards (sette consecutive considerando le ultime della stagione precedente) e solo la difesa di Miami e un lieve infortunio riescono a fermare la sua incredibile striscia.

Alla settima giornata, contro i Kansas City Chiefs, Simpson diventa il primo runner ad arrivare a 1000 yards in sole sette gare e la sua corsa al record di yards corse in una stagione del mitico Jim Brown sembra inarrestabile.

Dopo tre sconfitte consecutive dei Bills, in cui l’apporto di OJ non è determinante, la possibilità per Buffalo di raggiungere i playoff sembra compromessa, ma nelle ultime quattro partite The Juice prende la squadra in spalla e la porta ad un passo dalla offseason, entrando prepotentemente nella storia della NFL.

Contro i Baltimore Colts inizia una serie di partite in cui corre rispettivamente 124, 132, 219 e 200 yards, frantumando il mark delle 2000 yards in stagione (2003 in totale) e il record di Jim Brown di 1863 yards corse nel 1963, diventando il primo uomo della storia a correre per così tante yards in una stagione (e in soli 14 incontri), a collezionare più gare oltre le 100 yards (10) e oltre le 200 yards (3), nonché il primo a raggiungere la media di 6 yards a portata in un’intera annata.

Vince quasi all’unanimità l’MVP stagionale e quello del Pro-Bowl.

“Ero solo nella locker room pochi secondi prima della fine della gara. Ho cominciato a camminare e pensare. Ero parte della storia del gioco. Se non avessi fatto nient’altro nella vita, avrei comunque avuto il mio record.”

Queste le parole di OJ per testimoniare la grandezza del suo risultato, proporzionato al periodo in cui è stato fatto, in cui le difese erano parte dominante della NFL.

Dopo aver battuto un’infinità di record, il traguardo per Simpson era il raggiungimento dei playoff, e nel 1974 Buffalo, con il proprio running back ancora sopra le 1000 yards anche se molto distante dal record della stagione precendente, riuscì ad entrare nella post season, l’unica nella carriera del n.32.

Il cammino nei playoff dei Bills si fermò subito di fronte alla corazzata degli Steelers, poi divenuti campioni del mondo, e OJ dovette soccombere di fronte alla mitica Steel Curtain, la difesa impenetrabile di Pittsburgh, che fermò il runner di Buffalo a sole 49 yards corse.

Nei successivi anni la grandezza di OJ Simpson diventò leggenda, soprattutto per Buffalo, nella quale il runner spese la quasi totalità della sua carriera.

The Juice corse altre tre stagione oltre le 1000 yards, raggiungendo le 1800 yards nel 1975, con il record di 23 touchdowns stagionali, diventando nel 1976 il primo uomo a superare in due occasioni la soglia delle 250 yards corse in una sola partita. Numeri da capogiro che segnano l’assoluta grandezza di un running back che per molti non aveva punti deboli, se non quello di trovarsi di fronte difese che puntavano esclusivamente alla sua annientazione sportiva.

Dopo che Saban fu licenziato all’inizio del 1976, e Buffalo ridiventò una delle peggiori squadre della Lega, Simpson perse il feeling con compagni e dirigenza, e alla fine del 1977, dopo la prima stagione chiusa sotto le 1000 yards dal 1971, giocando solamente sette gare, chiese di essere scambiato, obbligando i Bills ad accettare la trade che lo portò a casa, a San Francisco, in cui i 49ers cedettero ben cinque scelte (1 di primo giro e 2 di secondo tra le altre).

Ritornato nella west coast, a casa sua, OJ corse per altre due stagione con la maglia dei 49ers, restando lontano dagli standard a cui era abituato, sia in termini di yards che di touchdowns, e alla fine del 1979, a 32 anni, causa anche continui infortuni.

Chiuse la sua carriera NFL all’undicesimo anno, con 11.236 yards corse in più di 2.400 portate e 61 touchdowns, a cui vanno aggiunte altre 2.142 yards e 14 tds su ricezione. Quattro volte vinse il titolo di miglior running back e sei volte venne convocato per il Pro Bowl. Incredibile rimane il dato dell’era Saban, in cui Simpsn corse ad una media di 110 yards per partita, lungo quattro anni, risultato che moltissimi running back acclamati sognano di raggiungere anche solo per una stagione.

Nel suo primo anno di eleggibilità, il 1985, The Juice venne introdotto nella Hall of Fame del Football, e nel 1991 i Buffalo Bills resero omaggio al più grande giocatore che avesse mai indossato la casacca blu, inserendolo nella personale Arca della Gloria della franchigia.

La vita fuori dal football per Simpson diventò subito quella di commentatore telesivo per le principali televisioni nazionali, poi subentrò il cinema hollywoodiano, che per un nativo della California divenuto star con lo sport, è un viatico quasi naturale.

Il suo maggiore successo fu sicuramente la serie “Naked Gun”, qui da noi tradotto in “Una Pallottola Spuntata”, protagonista Leslie Nielsen, dove The Juice caratterizzava un poliziotto molto “sfortunato”, quasi a lenire il suo passato di uomo di ferro del football.

Nel luglio del 1994 la vita di OJ Simpson ebbe una svolta che nessuno immaginava, e iniziò una discesa all’inferno che probabilmente non ha ancora avuto fine.

L’omicidio, l’inseguimento, il processo televisivo, i trucchi della difesa, la consapevolezza in molti che hanno seguito la vicenda che OJ fosse colpevole, il proscioglimento e poi l’oblio.
E’ bastato un solo giorno, un solo momento, per cambiare una vita da superstar con una vita da delinquente, da assassino. Ora e per sempre il nomignolo “The Juice“ verrà identificato con un probabile pluriomicida e non con uno dei più grandi giocatori della storia del football.

Queste righe non servono a dimostrare l’innocenza o la colpevolezza di OJ, cercano solo di far ricordare a tutti quelli che l’hanno dimenticato cos’era Juice in un campo da football. Ricordarlo, anche solo per un attimo, per riviverne la gloria sportiva cancellata in quella tragica notte di cui lui solo può essere il vero testimone. Del suo football, invece, lo siamo tutti noi.

Legends | by Teo | 28/02/07

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