Menu:

Ricerca articolo


Sid Luckman: Brooklyn Boy


Il lancio in avanti, la giocata probabilmente più simbolica del football americano, è l’arma in dotazione al quarterback, giocatore che difficilmente può portare a grandi risultati la propria squadra se il suo livello nel gioco aereo non è piuttosto elevato. Eppure, questa giocata che sembra mantenere il proprio fascino solo con il nome originale, forward pass, quasi come a un richiamo esotico di bellezze fuori dal comune, non ha avuto una gestazione così semplice, anzi, tutto il contrario. Dagli albori, con i primi tentativi all’inizio del secolo scorso, alle proposte di John Heisman quando, nel 1905, propose di legalizzare il gioco in avanti anche per rendere meno pericoloso uno sport che faceva più feriti sul campo che altro, fino agli anni trenta quando, dopo il Tom Thumb Gridiron, diventerà praticamente obbligatorio dotarsi di un quarterback in grado di mettere in aria il pallone.

Lo scontro tra Bears e Spartans del 1932, quel primo ufficioso Championship NFL che regalò un titolo, quello sì ufficiale, a Chicago, fu il vero e proprio spartiacque tra un football antico e uno un po’ più moderno, anche se lontano da quello che sarebbe seguito dalla fine degli anni Sessanta in poi. La giocata di Bronko Nagurski per Red Grange, contestatissima da Potsy Clark, coach dei Portsmouth Spartans, diede il la a un cambio di regolamento. Dal 1933, infatti, ogni giocatore dietro alla linea di scrimmage avrebbe potuto passare il pallone in avanti, senza limiti regolamentari, di spazio o di tempo. Da questa regola si svilupparono nuovi giocatori, nuovi quarterback che, a differenza di chi li aveva preceduti, sarebbero stati in grado di giocare attaccando le profondità del campo avversario; inutile dire che, l’evoluzione del gioco, avrebbe coinvolto anche i tight end per dare poi successivamente modo di “creare” i wide receivers.

Per avere un’idea di come giocassero quelli che, per dirla all’americana, definiremmo signal caller, basta dare un’occhiata ai numeri di John “Paddy” Driscoll, Earl “Dutch” Clark o Jimmy Conzelman, tutti hall of famer che segnarono la propria epoca, ma tutti specializzati spesso più nel correre e dare ordini ai propri compagni che nel lanciare. Quella partita del ’32 cambiò, secondo molti, il modo di intendere il football e, soprattutto, le modalità di gioco di un quarterback. Già negli anni Trenta si vedranno giocatori tentare sempre più spesso il gioco aereo; lo stesso Conzelman, in campo al Chicago Stadium per lo “spareggio” del 1932 con Portsmouth, vedrà le proprie statistiche su lancio avvicinarsi sempre di più a quelle su corsa all’interno della propria carriera (1931-38). Il primo prototipo di quarterback moderno a raggiungere la NFL fu, comunque, quasi certamente Sammy Baugh , che approderà nel 1937 ai Washington Redskins e sarà seguito, due anni più tardi, da Sid Luckman, convinto dai soldi di George Halas ad unirsi ai Chicago Bears, per i quali scriverà le pagine più vincenti della lunghissima storia della franchigia. Per capire però quanto fondamentale sia stato l’impatto di Luckman sul football era giusto definire, anche se solo in piccolissima parte, come venisse inteso il ruolo di quarterback prima di quel 1932.

Sammy Baugh e Sid Luckman sono ad oggi i quarterback più intercettati di sempre all’interno delle rispettive franchigie, figli di schemi e metodi di gioco ancora troppo portati alle corse, ma diedero vita al primo vero duello a distanza tra passer innovativi, simili a quelli di oggi, confrontandosi spesso anche sul campo ed affrontandosi in ben tre finali di campionato. Luckman, faccia da bravo ragazzo e pettinatura da playboy, diverrà in breve tempo il pupillo di Papa Bear, aiutando quei Bears ad instaurare la prima vera grande dinastia all’interno della lega.
Nato a Brooklyn da immigrati tedeschi di origine ebraica il 21 novembre del 1916, Sidney Luckman mostrò sin da piccolo un certo atletismo nelle pratiche sportive. Cresciuto come giocatore di baseball e football alla Erasmus Hall High School di New York, raggiungerà poi la Columbia University dove praticherà, di nuovo, entrambe le discipline ad ottimi livelli all’interno della prestigiosa Ivy League.

Lontano dal concetto americano del “for the love of the game” saranno proprio i tanti bigliettoni raffiguranti ex presidenti americani messi a disposizione da Halas a convincere Luckman a giocarsi la carta NFL. Nel periodo collegiale il quarterback di Columbia alzerà 2413 yards e 20 td passes, numeri che all’epoca spostarono tutta l’attenzione dell’America sportiva su di lui, che non riuscirà in ogni caso ad aggiudicarsi l’ Heisman Trophy giungendo terzo dietro Davey O’Brien e Marshall Goldberg. La NCAA lo ripagherà nel 1960 inserendolo nella College Football Hall of Fame. Il giornalista Jimmy Cannon scriverà che “avreste dovuto essere là per capire quanto Sid fosse grande”, dove “là” sta per il campo da gioco della Columbia e Sid è, ovviamente lui, quel Luckman che Halas non perderà tempo ad andare a vedere infilandosi sul primo volo Chicago-New York per assistere dal vivo al nuovo fenomeno.

Bastò poco al padre dei Bears per capire di che pasta fosse fatto Sid Luckman, e l’idea di modificare il proprio sistema offensivo migliorando quella T-Formation già abbastanza celebre nelle università americane sembrava dover passare per forza da un giocatore di quel tipo. In un’epoca dove il lancio era effettuato soprattutto in situazioni di “terzo e lungo” e dove la figura del tailback era spesso più sfruttata per queste giocate rispetto a quella del quarterback, ecco che Halas sembrò aver trovato il proprio uomo. Con i suoi collaboratori ridisegnò la T-Formation e convinse Luckman a far parte di un nuovo progetto offensivo come il suo invogliando il giocatore, fino ad allora solo “incuriosito” dalla lega professionista, grazie all’importanza che egli avrebbe ricoperto in quella squadra e ad un salario di 5000 dollari a stagione.

Halas era rimasto fortemente scottato dalla sconfitta subita in finale dai Redskins nel 1937, quando il rookie Sammy Baugh aveva lanciato 335 yards e tre touchdown contro la sua forte difesa. La rivincita doveva per forza passare da lì e se convincere Luckman non fu impresa proibitiva, nemmeno quella di “obbligare” i Pittsburgh Steelers a scegliere la stella da Columbia University alla seconda assoluta per poi scambiarla con Chicago risultò troppo complessa. Il gioco era fatto, Sid Luckman era il nuovo quarterback dei Chicago Bears, finito dritto di volata nientemeno che alla corte di George Stanley Halas. Nell’era dei caschetti in cuoio senza la protezione facciale in metallo (il face mask), Luckman si fece subito notare per il coraggio unito ad un atletismo non indifferente che gli permetteva di correre benissimo la palla per rendersi utile come returner, ma anche come difensore dove collezionò 17 intercetti in carriera. Quarterback e punter titolare, Luckman si insediò subito alla perfezione nel gioco che stava nascendo a Chicago, lanciando nella sua stagione da rookie ben 636 yards con un incredibile rating di 91.6 e giocando da vero quarterback da tasca, forzando pochissime uscite dai tackle e controllando alla perfezione un campo non ancora percorso da wide receiver puri.

Amante della bella vita ma non dei vizi eccessivi, Luckman si costruì la fama di bello e intelligente, capace di gestire benissimo le situazioni della propria vita quanto quelle sul campo, anche le più impegnative e ricche di pressione. Dotato di un braccio impressionante, forte quanto quello dei quarterback di oggi, Luckman guiderà al suo secondo anno i Bears al Championship, in quella che sarebbe stata la rivincita contro i Redskins della finale del 1937, la partita che Halas aspettava da tre anni, la partita per cui Luckman era giunto a Chicago; la sfida in cui la T-Formation nuova di zecca studiata dal coaching staff dei Bears sarebbe esplosa in tutta la sua potenza.
E’ il 1940, i Bears chiudono la regular season 8-3 e il loro quarterback ha lanciato 941 yards e 4 TD. La T-Formation studiata per la finale è qualcosa di mai visto, i Redskins si perdono dentro le decine di movimenti giocate dai runningbacks di Chicago e non leggono mai una volta il gioco avversario. Luckman è il cuore dell’esecuzione di questa formazione creata sul “man-in-motion” ed il 7-3 conquistato dai “pellerossa” in regular season è un lontanissimo ricordo.

Luckman lancerà solo sei volte completando però quattro passaggi per 102 yards, il resto lo farà un attacco stregato ed una difesa insuperabile persino da Sammy Baugh ; 73-0 il risultato finale, il più grande scarto mai visto nella NFL, la consacrazione di Luckman e dei suoi Bears, l’inizio di una dinastia che in sei stagioni conquisterà quattro titoli e ben cinque finali.
Una volta sbloccatosi e col titolo in tasca, Luckman perde ogni “timidezza” e nel 1941 lancia 1181 yards e 9 TD a fronte di un rating pari a 95.3. Chicago giungerà ai playoffs dove si scontrerà in uno “spareggio” ad un Divisional istituito dalla NFL (le due squadre giunsero pari 10-1 nella propria division) contro i Green Bay Packers sconfiggendoli per 33-14 prima di vincere il secondo titolo consecutivo contro i NY Giants al Wrigley Field.
Sotto incredibilmente a fine primo tempo (9-6), i Bears si affidarono al rookie da Stanford Norm Standlee, un colosso da 105 chilogrammi (non pochi per l’epoca), che segnerà due mete per il successo finale (38-9) rimettendo sui giusti binari il corso della storia.

L’aggravarsi della situazione in Europa nel 1942 e l’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, obbligheranno Halas ad abbandonare la squadra per aggregarsi all’esercito impedendogli di assistere ad una cavalcata di 11-0 in regular season fermata solo in finale da Sammy Baugh ed i suoi Redskins (14-6) e annullando le possibilità di Perfect Season dei Bears. Il disappunto di Luckman sfocerà in un’esplosione di gioco e talento senza eguali per quegli anni quando subito l’anno dopo si lancerà a colpire i propri compagni per 2194 yards, 28 TD (12 INT) e un rating spaventoso pari a 107.5. L’apoteosi il 14 novembre, quando al Polo Ground di NY, il ritorno a casa del figliol prodigo viene salutato dal “Sid Luckman Day”, una prestazione che annulla i Giants ed entra nella storia dall’ingresso principale.

I Bears chiuderanno la pratica 56-7 con un Luckman a 21 su 32 per 433 yards e 7 TD pass. Primo uomo a superare le 400 yards su lancio e a raggiungere sette TD su lancio in una sola partita, record, il secondo, ad oggi solo eguagliato ma mai battuto. Il Brooklyn Boy e la sua corazzata perderanno una settimana dopo l’unica partita dell’anno contro gli ormai odiatissimi Redskins di Baugh in una sfida divenuta eterna in pochi anni, ma prendendosi rivincita e titolo nel Championship di poche settimane dopo (41-21). A fine anno non mancherà il più che meritato titolo di MVP stagionale per Luckman, primo giocatore dei Bears a fregiarsi di tale onore ed eguagliato solo nel 1977 da Walter Payton.
Dopo l’ennesimo trionfo Luckman si aggiungerà ai 638 giocatori NFL richiamati alle armi per la guerra in atto tra Europa e Pacifico e i Bears incontreranno diverse difficoltà, perdendo il proprio leader per buona parte del campionato 1944 e trovandolo non in gran forma l’anno dopo, dove cadranno nell’oblio con un record di 3-7. Luckman, però, aveva già dimostrato cosa fosse in grado di fare dopo una batosta troppo amara per essere digerita.

Nel 1946 Halas riprende il proprio posto in squadra, riportando con Luckman il titolo a Chicago dopo un record stagionale di 8-2-1. A cadere sotto i colpi dei Bears, in finale, di nuovo i New York Giants, sconfitti 24-14 dopo che Luckman aveva chiuso a 1727 yards la stagione. I Bears non vinceranno più nessun titolo in quella decade, né riusciranno a giocarsi l’opportunità di provarci. Luckman, dal canto suo, attraverserà una fase discendente che culminerà nelle ultime due stagioni giocate dove, colpito da acciacchi vari, cederà il palcoscenico da titolare a John Lujack. Prima, però, riuscirà a collezionare una stagione da 2712 yards (1947) anche se condita da ben 31 intercetti.
La sua carriera si concluderà nel 1950, anno in cui i Bears perderanno la finale NFL contro i Los Angeles Rams (24-14).

Sid Luckman si ritirerà come uno dei migliori quarterback di sempre e, ad oggi, può essere considerato il più forte dell’era pre-moderna del football. Il suo atletismo e la forza del suo braccio gli hanno permesso di lanciare il gioco in una nuova dimensione, insieme all’eterno rivale Sammy Baugh , col quale ha condiviso battaglie memorabili dalla parte opposta della barricata. A dimostrazione di quanto detto all’inizio, ossia che senza un ottimo quarterback difficilmente vedrete una squadra ottenere risultati eccellenti va ricordato come Chicago sia sprofondata quasi nel nulla e si sia aggiudicata pochissimi titoli dopo il ritiro di un giocatore che non è mai stato pienamente sostituito in quel ruolo e che, con le proprie 14686 yards lanciate è tuttora il recordman dei Chicago Bears.

Brooklyn Boy, come lo aveva ribattezzato qualcuno, morirà a 81 anni il 5 luglio 1998, pochi mesi prima di un’altra immensa leggenda di Chicago: Walter Payton praticamente gli unici due atleti della storia della franchigia ad essere stati nominati MVP stagionali dalla NFL legati dal medesimo destino fino alla fine.
Il numero 42 della sua maglia da gioco sventola da decenni solo per il Soldier Field e nessuno potrà mai più indossarlo.
Dopo aver dominato la Ivy League negli anni Trenta e la NFL nei Quaranta, Sid Luckman verrà inserito nella Hall of Fame nel 1965 ove dimorerà per sempre da campione.

Per completezza dell’articolo, oltre alle fonti citate in homepage, l’autore è ricorso anche alla lettura di “100 Greatest Quarterbacks”, di Roland Lazenby (USA, 1988 – Bison Books Corp.)

Legends | by Alessandro Santini | 27/03/07

blog comments powered by Disqus