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Warren Moon

A Houston il football è tornato da poco tempo con la nascita dei Texans, il cui arrivo in città ha riportato una franchigia professionistica per la prima volta dal 1994, anno in cui il vetusto Astrodome venne abbandonato e gli Oilers vennero sostituiti e trasferiti verso Nashville, prima di trovare un nuovo stadio e cambiare nominativo in Tennessee Titans.
La squadra con il pozzo di petrolio sul casco ha lasciato diverse tracce di storia da ricordare ed una di queste riguarda la carriera del suo giocatore più rappresentativo di sempre, un quarterback di colore partito dal Canada pur di continuare a giocare nel suo ruolo,ed arrivato ad essere titolare per lunghi anni scrivendo pagine di storia prima nella CFL, quindi nella NFL: Warren Moon.

Moon, californiano di Los Angeles, nato il 18 novembre del 1956 frequentò la Hamilton High School di Los Angeles per poi iscriversi al West Los Angeles Junior College, ottenendo in seguito il reclutamento da parte dell’università di Washington, l‘unica che gli diede la garanzia di rimanere nel suo ruolo di quarterback, riuscendo a portare gli Huskies alla vittoria nel Rose Bowl nel 1978 risultando MVP della partita vinta contro Michigan grazie a due TD su corsa ed uno su passaggio.

Nonostante una carriera universitaria di tutto rispetto che lo vedeva proiettato per essere scelto intorno al terzo o quarto giro del draft di quello stesso 1978, nessuna squadra NFL decise di selezionarlo, dando luogo a speculazioni su suoi presunti limiti tecnici; dato che a Washington il sistema offensivo era strutturato con diversi schemi in scramble, schema non utilizzato nella NFL tanto quanto ai giorni nostri, e dando contemporaneamente adito a voci riguardanti la riluttanza degli scouts a fidarsi di un quarterback afroamericano, uno stereotipo vinto al tempo solo da James Harris e sparito ai giorni nostri proprio grazie a carriere come quelle di Warren, al quale nei vari provini fu consigliato varie volte di cambiare il suo ruolo in tight end. Ignorato dai pro americani, Moon decise di cominciare la sua carriera professionistica in un’altra lega, la Canadian Football League, firmando un contratto con gli Edmonton Eskimos.

Giocò in Canada per sei anni, togliendosi enormi soddisfazioni: lui e Tom Wilkinson, suo pari-ruolo, furono le pedine fondamentali per un’incredibile striscia vincente che consegnò ad Edmonton 5 titoli nazionali consecutivi, fatto che lo aiutò a trovare un impiego nella NFL con un notevole ritardo rispetto al previsto.
Nel 1984 firmò quindi un contratto da free agent con gli Houston Oilers, i quali riuscirono a sconfiggere un’agguerrita concorrenza e team del quale avrebbe vestito l’uniforme per i successivi 10 anni rimanendo nella storia della franchigia come il quarterback più prolifico di sempre per la squadra texana e dopo averla condotta diverse volte ai playoffs anche senza riuscire a fare il passo finale.

Gli inizi non furono semplici: Houston veniva da stagioni perdenti, la stella della squadra, Earl “The Pearl” Campbell era in netto declino e c’era bisogno di nuova leadership in squadra tanto che la dirigenza, dopo 6 partite di campionato ed una sola vittoria, decise di privarsi del suo storico running back affidando il peso dell’attacco al nuovo arrivato Moon, inizialmente con risultati non proprio eccezionali.
Problemi grossi in difesa, un gioco di corsa molto limitato al quale non giovò l’arrivo della ex-stella della USFL Mike Rozier, ed i problemi di turnovers dello stesso Warren portarono a tre anni di sofferenze, con records rispettivamente di 2-14 e due 5-11 consecutivi, con il quarterback a lanciare ben 26 intercetti nella sola stagione 1985.

Alla quarta stagione Moon si scrollò di dosso le difficoltà e cominciò a diventare quell’arma letale che ci si aspettava diventasse, dotato com’era di un braccio in grado di lanciare molto profondo e con due gambe molto agili che lo guidavano fuori dalla tasca con disinvoltura, riuscendo a far venire fuori tutte le qualità per le quali era stato ingaggiato e trovando la giusta continuità, conducendo gli Oilers ai primi playoffs dal 1980 dopo un’attesa di 7 anni, grazie ad una nuova tipologia di attacco che fece le fortune del club negli anni successivi, la Run’n’Shoot, perfezionata dalla presenza di coach Jerry Glanville.

Il 1987, iniziato con le riserve in campo a causa dello sciopero dei giocatori, vide dunque Houston conquistarsi un posto nella postseason in rimonta, grazie a 3 vittorie nelle ultime 4 partite, con il quarterback a confezionare per la prima volta nella NFL un numero di passaggi da TD superiore al numero di intercetti, 21 contro 18, fattore che nelle annate precedenti gli aveva fatto piovere addosso diverse critiche.
Nei playoffs di quell’anno gli Oilers riuscirono a sbarazzarsi dei Seattle Seahawks, battuti all’Astrodome per 24-21 al supplementare grazie al field goal decisivo da 42 yards di Tony Zendejas (Moon completò 21 passaggi su 32 per 237 yards con una meta ed un intercetto), ma capitolarono contro i Denver Broncos nel turno successivo uscendo sconfitti per 34-10.

Proprio in quel momento si stava cominciando a plasmare un gruppo interessante per la squadra texana, un gruppo che sarebbe stato in grado di garantire delle stagioni vincenti negli anni successivi: oltre a Moon ed a Rozier, che nel 1988 riuscì a segnare 10 TD su corsa, la linea offensiva poteva contare su una leggenda come Bruce Mathews e su Mike Munchack, mentre nel reparto wide receivers si distinse Drew Hill, capace, sempre in quell’anno, di superare le 1.000 yards su ricezione.

Nonostante un infortunio che lo tenne fuori per 5 partite, Warren riuscì a segnare 17 passaggi da TD di fronte a soli 8 intercetti con il 54.4% di completi, mettendo inoltre a segno anche 5 mete su corsa (career high) grazie alle doti di scrambler note dai tempi del college:
Houston si aggiudicò un posto nei playoffs per il secondo anno consecutivo, ottenendo il diritto di sfidare i rivali divisionali di Cleveland nel freddo e nevoso pomeriggio del Natale di quell’anno: gli Oilers riuscirono a portare via la vittoria dal Municipal Stadium di Cleveland vincendo di un punto, 24-23, nonostante i 3 intercetti lanciati dal loro leader e, esattamente come un anno prima, la corsa verso la gloria terminò al secondo turno contro i Buffalo Bills di Jim Kelly, che si imposero per 17-10 nel gelido freddo di Orchard Park.

Il 1990 fu caratterizzato dall’esonero di Jerry Glanville, sostituito da Jack Pardee, fu l’inizio di un quadriennio statisticamente straordinario, dove Warren registrò molti dei suoi massimi di carriera in varie categorie statistiche e dove il giocatore visse i momenti di forma agonistica più alti di sempre: nel 1990 stesso superò per la prima volta le 4.000 yards stagionali mettendo a segno qualcosa come 33 TD su passaggio completando il 62% dei tentativi, nel 1991 lanciò per 4690 yards, suo massimo in carriera di sempre, e nel 1992, nonostante un altro infortunio, ammassò 2521 yards completando il 64.7% dei passaggi tentati, altra pietra angolare della sua militanza NFL.

Questi ultimi due anni coincisero naturalmente con numerose vittorie di regular season, trasformate però in puntuali delusioni nei playoffs, che tutti ricordano per le due storiche rimonte subite dagli Oilers, la prima ad opera dei Broncos, e la seconda, la più pesante, contro i Bills.
Con 21 vittorie in due anni, un premio di offensive player of the year per Moon ed il primo, storico, titolo della AFC Central, gli Oilers vennero dapprima sconfitti nei playoffs della stagione 1991 sprecando un vantaggio di 24-16 entrando nel quarto periodo a causa di una delle rimonte che fecero la storia di John Elway, capace di condurre i suoi Broncos per 26-24.
Andò peggio nel 1992 quando, nel primo tempo della sfida contro Buffalo, gli Oilers si trovarono in vantaggio all’intervallo per 35-3 con Moon a lanciare per 371 yards e 4 TD nel solo primo tempo, salvo subire nella ripresa la più grande rimonta mai effettuata nella NFL, con i Bills ad aggiudicarsi la gara per 41-38 in overtime sotto la guida del quarterback di riserva Frank Reich.

Non proprio contento di ciò, l’owner Bud Adams diede allo staff un’ultima occasione per raggiungere l’ormai dichiarato obiettivo degli Oilers, il Super Bowl, con Moon e la squadra a rispondere con un 1993 positivo, seppur partito molto male.
Con una vittoria e 4 sconfitte al passivo la stagione del potenziale riscatto non iniziò certo bene per Houston, che con Pardee a rischio di licenziamento e la stagione in pericolo riuscì a raggruppare le idee intraprendendo un viaggio inaspettato: seguirono 11 vittorie consecutive, Moon si riprese alla grande dopo una partenza molto difficile e lanciò 21 passaggi da TD, la maggior parte dei quali equamente distribuiti tra i 4 pericolosi wide receivers a disposizione, ovvero Ernest Givins, Haywood Jeffries, Curtis Duncan e Webster Slaughter, i principali protagonisti delle esecuzioni a lunga gittata della Run’n’Shoot.

Gli Oilers vinsero entrambi i confronti con gli Steelers, e chiusero la stagione con un’importante vittoria a San Francisco per 10-7 in una partita dominata dalle difese e con uno shut-out ai danni dei Jets, battuti all’Astrodome per 24-0 nella gara che garantì a Warren e compagni di vincere la division e saltare il primo turno di postseason qualificandosi direttamente per i Divisional Playoffs.
Per la terza volta in pochi anni, la partita contro i Kansas City Chiefs di Joe Montana vide Houston condurre, seppur di poco, nel punteggio fino al terzo quarto solamente per subire un blackout offensivo al momento di chiudere la partita, permettendo a Montana di condurre un paio di drives vincenti per il 28-20 finale, sbarrando i sogni di una finale della AFC che se raggiunta avrebbe permesso a Moon di affrontare nuovamente quei Buffalo Bills che li avevano brutalmente eliminati l’anno prima. Ancora una volta, quella macchina da yards che tanto bene funzionava nelle 16 partite di stagione regolare e che veniva puntualmente presentata come candidata al Super Bowl si inceppò quando più contava, contribuendo a fare di Houston la Choke City, un nomignolo che venne tolto dalla memoria di tutti solo dai due titoli dei Rockets nella NBA.

La partita segnò la fine di un’era, in quanto nella offseason che seguì Moon venne scambiato dagli Oilers dei quali infranse numerosissimi records statistici ogni epoca ed intenti a ricostruire, con destinazione Minneapolis, alla corte di quei Vikings che aggiunsero così al proprio attacco un quarterback decisamente ancora in salute, nonostante i 38 anni che avrebbe compiuto in quel novembre del 1994. La sua presenza a roster fruttò un viaggio ai playoffs in due stagioni sotto le direttive di Dennis Green, un altro coach orientato verso i passaggi, con un record di 9-7 ed una sconfitta per 35-18 a Chicago contro i Bears il primo anno, ed un record di 8-8 senza postseason nel secondo, con Warren a lanciare per più di 4.200 yards in ciascuno dei due campionati, a dimostrazione del fatto che il suo braccio aveva ancora un più che discreto raggio d’azione.

Al termine di questi due anni Moon, free agent dopo che i Vikes decisero di puntare su Brad Johnson, si accordò per un biennale con i Seattle Seahawks, che nel ruolo di quarterback cercavano identità da diversi anni con risultati decisamente negativi: nonostante una carriera ormai in parabola discendente, nel 1997 riuscì a registrare records di franchigia per passaggi completati con 313 e per yards lanciate con 3.678, chiudendo la stagione con 25 passaggi da TD, 12 dei quali per Joey Galloway, portando Seattle ad un record in pareggio, mentre nel 1998 la sua stagione fu caratterizzata da diversi infortuni, che di fatto gli terminarono la carriera e gli permisero di giocare solo 10 partite lasciando il posto da titolare a John Kitna, con i Seahawks a compilare il secondo 8-8 consecutivo.

Gli ultimi due anni da pro Moon li passò a Kansas City facendo il backup di Elvis Grbac entrando in campo solamente in tre occasioni decidendo poi di ritirarsi alla fine della stagione 2000 alla ragguardevole età di 45 anni con lo status, al momento del ritiro, di terzo quarterback ogni epoca per numero di yards lanciate e quarto per numero di passaggi vincenti messi a segno: queste statistiche, assemblate avendo a disposizione una carriera NFL più corta di molti altri colleghi data la militanza di 6 anni nella CFL, gli hanno permesso di essere indotto nella Hall Of Fame il 5 agosto 2006 al primo anno di eleggibilità, in una classe che ha visto la presenza di gente come John Madden e Troy Aikman.

I suoi numeri riassuntivi parlano di 49.325 yards su passaggio, 3988 completi su 6823 tentativi, 291 passaggi da TD, 233 intercetti, un rating-carriera di 80.9 e di 1736 yards su corsa accompagnate da 22 TD, il tutto in 208 partite disputate da professionista Nfl con 9 selezioni per il Pro Bowl; impressionanti le sue statistiche se sommate a quelle della Cfl, altra lega per la quale ha ricevuto l’induzione nella Hall Of Fame: più di 5.000 passaggi completati, oltre 70.000 yards lanciate, 435 passaggi da TD.

Attualmente impiegato come analista per le telecronache dei Seattle Seahawks, Moon sarà ricordato per sempre come quel ragazzo di colore che decise fermamente che avrebbe giocato quarterback a qualsiasi costo, scegliendo di passare 6 anni in un altro stato e in un’altra lega sognando un giorno di giocare in quella NFL per la quale non scese mai a compromessi, ottenendo alla fine il giusto premio per la sua determinazione diventando uno dei registi più incisivi di sempre pur senza anelli di campione del mondo al dito.

La sua carriera è un esempio per tutti i ragazzi afro-americani che oggi ricoprono un ruolo di titolare nella Lega: senza la presenza di Warren Moon, giocatori come Steve McNair, Donovan McNabb, Dante Culpepper e Michael Vick avrebbero avuto vita meno facile nella Nfl; gente come lui, come Doug Williams e come Randall Cunningham è tutt’oggi fonte d’ispirazione per tutti quei giovani registi di colore che stanno piano piano cambiando il volto offensivo della lega professionistica più bella del mondo e che hanno dimostrato che il ruolo più importante dell’attacco non può e non deve più avere preconcetti razziali.

Legends | by Dave Lavarra | 13/03/07

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