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I Chicago Bears del 1985

“Next time, bring your offense!”

Con queste parole, Ronnie Lott, safety dei San Francisco 49ers , si rivolse ad alcuni giocatori dei Chicago Bears al termine dell’NFC Championship Game del 1984. Chicago aveva disputato un’eccellente stagione, conquistando non solo il primo titolo divisionale dal 1963, ma anche l’accesso alla finale della NFC; la vittoria in trasferta contro i Redskins (23-19) aveva riportato la squadra dell’Illinois nell’elite del pro football. Purtroppo, la sfida contro i 49ers si rivelò un vero incubo per Chicago, che fu schiacciata senza pietà (23-0); la delusione per la sconfitta fu tale che molti giocatori scoppiarono in lacrime al termine dell’incontro.

Tuttavia quella batosta fu lo stimolo per la stagione successiva: durante il training camp, il vulcanico head coach Mike Ditka spronò i suoi giocatori con una forte esclamazione: “I don’t know for you guys, but second best isn’t good enough for me!”
I Chicago Bears avevano un solo obiettivo per il 1985: il Super Bowl.

Il punto di forza di quella squadra era l’incredibile reparto difensivo, guidato dal defensive coordinator Buddy Ryan: la difesa consisteva essenzialmente in una 4-3, ma con costanti blitz e penetrazioni da parte di linebackers e defensive back; spesso erano addirittura otto i difensori pronti a caricare il quarterback. Questo sistema era stato ideato agli inizi degli anni ’80 e fu chiamato 46 Defense, in “onore” di Doug Plank (che vestiva la maglia #46), defensive back noto per la durezza dei propri colpi. Gradualmente la difesa dei Bears raggiunse l’elite della nazione, diventando un incubo per gli allenatori avversari: Dan Hampton, Steve McMichael, Richard Dent, Mike Singletary, Wilber Marshall, Otis Wilson, Dave Duerson, Gary Fencik furono solo alcuni dei protagonisti di quell’irripetibile reparto. La scopo della difesa dei Bears non era semplicemente forzare l’attacco avversario ad un three-and-out, ma conquistare il possesso del pallone dopo un solo gioco e segnare! Mai si era vista in passato una difesa così aggressiva, dominante e spaventosa; in passato, solo la leggendaria Steel Curtain degli Steelers era in grado di incutere lo stesso timore negli avversari come la 46 Defense dei Bears.

Nonostante la forza difensiva, l’attacco non andava certo sottovalutato: i Chicago Bears erano una squadra che basava la propria tattica soprattutto sulle corse, avendo a propria disposizione il leggendario Walter Payton ; per anni, Sweetness era stato l’unico fuoriclasse in una squadra mediocre, ma il 1985 gli regalò dei compagni in grado di condurlo al Super Bowl. Pedina chiave per il funzionamento del gioco di corsa era sicuramente il fullback Matt Suhey, che seppe ricoprire un ruolo fondamentale: oltre a bloccare per Payton, Suhey era un ottimo ricevitore e portatore di palla.

Il gioco sui passaggi era indubbiamente secondario rispetto alle corse: il QB titolare era Jim McMahon, che pur non essendo un fuoriclasse come Joe Montana o Dan Marino , aveva le doti carismatiche per guidare l’attacco dei Bears purtroppo, la stagione di McMahon fu molto travagliata e costellata di infortuni, tanto che in diverse occasioni il suo posto fu preso da Steve Fuller. Il gruppo di ricevitori a disposizione di Chicago non era certo di primissima classe: Il WR principale era Willie Gault, velocissimo atleta che nel 1983 aveva vinto la medaglia d’oro nella staffetta 4×100, assieme a Carl Lewis, e la medaglia di bronzo nei 110 ostacoli ai mondiali di Helsinki; gli altri ricevitori, Dennis McKinnon e Ken Margerum erano discreti giocatori, ma nulla di più. Un buon supporto fu anche dato dal TE Emery Moorehead.

La stagione 1985 iniziò con la visita dei Tampa Bay Buccaneers, una squadra mediocre che non avrebbe dovuto creare alcun problema alla corazzata di Chicago: invece, Tampa Bay sorprese gli osservatori, chiudendo il primo tempo in vantaggio per 28-17; nella seconda metà di gara, i Bears si risollevarono, segnarono 21 punti, vincendo 38-28.

La seconda partita stagionale era contro i New England Patriots: la difesa dei Bears dominò per oltre tre quarti, regalando a Chicago un vantaggio per 20-0; tuttavia, nell’ultimo periodo, i Patriots realizzarono un TD, grazie ad una ricezione di 90 yards da parte del RB Craig James; seppur ininfluente per il risultato finale (i Bears vinsero agevolmente 20-7), quella segnatura palesò qualche crepa nella difesa dei Bears contro i passaggi.

E questi difetti furono evidenziati nella partita successiva contro i Vikings, giocata il giovedì susseguente: per i Bears, la vigilia non era stata certamente positiva, visto che coach Ditka aveva annunciato che il QB titolare sarebbe stato Fuller; McMahon, dolorante al collo e alla schiena, sarebbe sceso in campo solo in caso di “catastrofe”. Nel terzo quarto, i Vikings conducevano per 17-9, con l’attacco dei Bears assolutamente incapace di muovere il pallone. Spinto dalla disperazione, Ditka decise di sostituire Fuller, una scelta che si rivelò vincente: il primo passaggio di McMahon fu una bomba di 70 yards per Willie Gault, mentre il secondo fu una ricezione di 25 yards per Dennis McKinnon; con due TD in due passaggi, McMahon aveva girato l’inerzia dell’incontro. Tuttavia, Minnesota non si rassegnò: il QB Tommie Kramer lanciò per oltre 450 yards, che tuttavia non furono sufficienti per evitare la sconfitta (33-24) alla sua squadra.

La quarta settimana di gioco prevedeva la sfida interna contro i Washington Redskins. All’inizio del secondo quarto, la squadra della capitale segnò il FG del 10-0, ma a quel punto i Bears si scatenarono: sul kickoff susseguente, Willie Gault indovinò un ritorno da 99 yards che cambiò completamente la faccia dell’incontro; tra l’altro su quell’azione, il kicker / punter dei Redskins Jeff Hayes s’infortunò, creando numerosi problemi alla propria squadra. Nel secondo quarto, la difesa dei Bears aumentò la propria intensità, obbligando gli avversari a diversi punt: purtroppo, l’indisponibilità di Hayes obbligò prima Joe Theismann e poi Jay Schroeder ad effettuare quei calci; i risultati furono pessimi, tanto che l’attacco di Chicago poté entrare in campo in posizioni estremamente vantaggiose. All’intervallo, il punteggio presentava un pesante 31-10 in favore dei Bears che lasciava ben poche speranze agli avversari: estremamente fantasioso fu il quarto touchdown della giornata, realizzato con un TD pass di Walter Payton per il QB Jim McMahon.

Sette giorni dopo, i Bears si trasferirono in Florida per la seconda sfida stagionale contro i Buccaneers: nonostante avesse ottenuto quattro sconfitte nelle prime quattro partite, Tampa Bay rimase in vantaggio per quasi tre quarti di gioco. Chicago aveva ottenuto cinque successi consecutivi, eppure c’erano diversi dubbi sulla squadra: la partita successiva al Candlestick Park di San Francisco avrebbe fatto chiarezza sull’effettivo valore della compagine dell’Illinois. In verità, i 49ers non stavano attraversando un momento positivo, tuttavia erano i campioni in carica e soprattutto volevano confermare il risultato dell’NFC Championship Game di qualche mese prima. Questa volta, però, i Bears si presero una sonora rivincita, sbancando il Candlestick Park per 26-10: Chicago impose la propria forza fin dall’inizio, e nonostante il vantaggio di appena sei punti all’intervallo, San Francisco non riuscì mai ad impensierire gli avversari; la difesa dei Bears ruppe il ritmo dell’attacco guidato da Joe Montana , forzando numerose penalità per falsa partenza oppure procedura illegale.

Oltre a dimostrare la forza di Chicago, quell’incontro fu ricordato per altri due motivi: Walter Payton iniziò la propria striscia di nove partite consecutive oltre le 100 yards, mentre negli ultimissimi giochi, Ditka fece portare qualche pallone a William Perry, un gigantesco defensive lineman (oltre 350 libbre). Verso la fine del Championship dell’anno precedente, Bill Walsh aveva inserito Guy McIntyre, un uomo di linea d’attacco, nel backfield: sebbene utilizzato come bloccatore, Ditka aveva sempre criticato quella decisione, considerandola umiliante; le corse di Perry servirono al coach dei Bears per restituire lo sgarbo ai 49ers. Il mito del “Refrigerator” era appena iniziato: scelto al primo giro del draft 1985, Perry era stato accolto con molto scetticismo, eppure in pochissimo tempo si trasformò in un eroe nazionale.

Dopo la trasferta in California, i Bears rientrarono in Illinois, dove avrebbero sfidato i Green Bay Packers nella suggestiva cornice del Monday Night Football, e i Vikings: l’eroe della partita del lunedì sera fu proprio Perry, che segnò addirittura una meta su corsa, entrando nei cuori dei tifosi del Soldier Field. Due settimane più tardi (sempre contro i Packers), il Frigorifero ricevette addirittura un passaggio da TD; purtroppo, la trasferta nel Wisconsin causò un grave infortunio alle spalle a Jim McMahon, che fu costretto a lasciare il posto di QB a Fuller nelle seguenti quattro partite.

Per la decima settimana, era in programma la prima sfida stagionale contro Detroit: l’infortunio a McMahon, il fortissimo vento e la pessima difesa sulle corse dei Lions convinsero Mike Ditka a rinunciare al gioco sui passaggi, tanto che si dovette attendere il 22esimo gioco prima di vedere un lancio di Fuller; alla fine della giornata, non solo Payton, ma anche Suhey era andato oltre le 100 yards, mentre i Bears avevano mantenuto il possesso per quasi quaranta minuti. Sette giorni più tardi, fu la volta dei Dallas Cowboys: l’equilibrio fu rotto sul finire del primo quarto, quando i Bears forzarono gli avversari ad un 1st and 10 all’interno delle loro cinque yards; dalla propria endzone, il QB Danny White effettuò un passaggio che fu prima deviato da Dan Hampton e poi intercettato da Richard Dent. Il defensive end dei Bears dovette percorrere solo pochi centimetri per entrare in endzone. Da quel momento, ci fu una sola squadra in campo: la difesa di Chicago non solo segnò un altro TD (con Mike Richardson), ma mise KO Danny White , sostituito da Gary Hogeboom; i Bears ottennero il primo successo sui Cowboys dal 1971, ma soprattutto li condannarono al primo shutout all’interno del Texas Stadium (44-0). Nella dodicesima giornata, la stessa sorte toccò agli Atlanta Falcons , che poterono gioire soltanto per le cento yards guadagnate dal loro RB Gerald Riggs.

Il tredicesimo turno prevedeva la trasferta a Miami contro i Dolphins, l’unica formazione nella storia NFL in grado di completare la perfect season (1972): Dan Marino e compagni controllarono la partita sin dal kickoff, riuscendo nell’impresa di fermare Chicago (38-24). Ditka provò ad inserire McMahon (al rientro dopo l’infortunio), ma la sconfitta fu inevitabile. Gli strascichi di quella partita si fecero sentire anche nel turno successivo: gli Indianapolis Colts erano una delle peggiori squadre della NFL, eppure i Bears faticarono più del previsto per aggiudicarsi il successo finale.

Con un bilancio di 13-1, Chicago si era assicurata il vantaggio campo per i playoff: per questo motivo, molti osservatori avevano previsto una sconfitta a New York contro i Jets, una squadra che stava lottando disperatamente per la post-season. Effettivamente i Jets interruppero la striscia di Walter Payton (giunto a nove partite oltre le cento yards), ma quello fu l’unico motivo di gioia per i Newyorchesi. L’ultima gara stagionale fu la sfida al Silverdome contro i Lions: ancora una volta si mise in mostra William Perry, che, dopo avere recuperato un fumble, corse per 59 yards prima di essere placcato. La regular season terminò con il quindicesimo successo, che permise ai Bears di guidare l’intera NFL.

Prima di passare al racconto dei playoff, è opportuno analizzare qualche statistica. Come detto in precedenza, la difesa fu l’assoluta protagonista di quella stagione, risultando la migliore nelle seguenti categorie:

- Punti concessi – Yards concesse – Yards concesse su corsa – Percentuale di completi – Primi down concessi

Per quanto riguarda l’attacco, va ricordato ovviamente Walter Payton , che corse per 1.551 yards: con 483 yards su 49 ricezioni, Sweetness fu anche il bersaglio principale dei QB di Chicago; molto valido fu anche l’apporto di Suhey, che guadagnò 485 yards su corsa e collezionò 33 ricezioni, stesso numero di Willie Gault, il migliore WR. Indubbiamente questi dati dimostrano la netta preferenza dei Bears per il gioco di corsa. Tuttavia, McMahon si rivelò una pedina fondamentale ed un eccellente leader pur senza ottenere statistiche da record (56.9% di completi, 2392 yards, 15 TD, 11 intercetti, più altre tre mete su corsa e una su ricezione). William Perry portò la palla cinque volte, realizzando due touchdown, cui va aggiunta la meta su ricezione: tuttavia, “The Refrigerator” non ripeté più gli exploit del 1985, infatti nel prosieguo della sua carriera avrebbe portato il pallone appena due volte.

Il dominio dei Bears sulla NFL fu testimoniato dalla presenza di otto giocatori tra gli All Pro; tuttavia ciò che rese i Bears una squadra speciale fu l’atteggiamento fuori dal campo, spesso al di sopra delle righe; tra le trovate più divertenti, spicca ovviamente il Super Bowl Shuffle, un brano rap cantato dai giocatori e preparato prima della fine della regular season. Questo è il ritornello:

We’re the Bears Shufflin’ Crew. Shufflin’ on down, doin’ it for you. We’re so bad we know we’re good. Blowin’ your mind like we knew we would. You know we’re just struttin’ for fun. Struttin’ our stuff for everyone. We’re not here to start no trouble. We’re just here to do the Super Bowl Shuffle

Nonostante la regular season quasi perfetta, Chicago doveva ancora disputare i playoff e seppure tutti gli osservatori considerassero i Bears gli ovvi favoriti per il Super Bowl XX, la strada verso la finale era sicuramente tortuosa. Dopo aver riposato durante il Wild Card Game, i Bears ricevettero la visita dei New York Giants di coach Bill Parcells, del QB Phil Simms e del LB Lawrence Taylor: in una giornata ventosa, Chicago impose immediatamente la propria forza difensiva, mettendo Phil Simms sotto grandissima pressione. Nel primo quarto, i Bears si portarono in vantaggio in seguito ad un regalo dello special team di New York: dovendo calciare all’interno delle proprie dieci yards, il punter Sean Landeta ciccò clamorosamente la palla, che finì nelle mani di Shaun Gayle; per il safety dei Bears, la endzone era distante solo pochi passi. In verità sul finire del primo tempo, i Giants ebbero una ghiotta occasione per realizzare punti: la difesa dei Bears era riuscita ad evitare la segnatura pesante, ma il FG sembrava talmente facile che i tre punti parevano automatici; invece, il kicker Eric Schubert continuò la serie negativa (aveva sbagliato cinque degli ultimi sei calci), permettendo a Chicago di chiudere il primo tempo in vantaggio per 7-0. Nella ripresa, i Giants furono letteralmente annichiliti: McMahon lanciò due passaggi da TD per McKinnon, che fissarono il punteggio sul 21-0; l’attacco sulle corse dei Giants (che aveva la propria stella nel Pro Bowler Joe Morris) fu limitato ad appena 32 yards, mentre la spettacolare difesa di Chicago totalizzò sei sack.

I Bears si qualificarono alla finale della NFC, dove avrebbero affrontato i Los Angeles Rams, campioni della Western Division, che si erano liberati abbastanza agevolmente dei Dallas Cowboys (20-0). Nel Divisional Playoff, Eric Dickerson aveva stabilito un record per i playoff, correndo per 234 yards, ma al Soldier Field il risultato fu molto diverso: il RB dei Rams fu limitato ad appena 46 yards; il simbolo di quella partita fu la segnatura di Wilber Marshall, che riportò in endzone un fumble dopo un ritorno di 52 yards. Chicago vinse 24-0, guadagnandosi per la prima volta l’accesso al Super Bowl: inoltre, i Bears erano diventati la prima squadra nella storia della NFL ad ottenere due shutout nella stessa post-season.

Durante i playoff era iniziata una diatriba tra Pete Rozelle, commissioner della NFL, e Jim McMahon, il quale era stato multato per avere indossato una fascetta con la sigla “Adidas”; in risposta, il pazzo QB dei Bears propose due fascette con le scritte Rozelle e Pluto (in onore di Dan Plater, compagno di squadra di McMahon ai tempi di Brigham Young).

Il Super Bowl XX era in programma a New Orleans, la città più adatta ad accogliere gli stravaganti Bears: nonostante l’importanza della partita, i giocatori di Chicago trovarono il tempo per divertirsi nel French Quarter; McMahon, inoltre, si rese protagonista di un altro eccentrico episodio, quando durante un allenamento abbassò le mutande davanti ad alcune telecamere poste sugli elicotteri.

“Dad… He’s upstairs, taking notes, cheerleading… He’s with us. You don’t see him, but he’s with us”

Queste, invece, furono le parole di Virginia McCaskey, moglie di Ed McCaskey (presidente dei Chicago Bears), ma soprattutto figlia di George Stanley Halas (GSH), il fondatore della franchigia dell’Illinois: Papa Bear era scomparso nel 1983, ma il suo ricordo era ancora forte sia tra i dirigenti sia tra i tifosi; non sorprende che la grande cavalcata dei Bears fosse dedicata al loro indimenticato leader.

Gli avversari di Chicago nel Super Bowl erano i New England Patriots, che avevano raggiunto il Super Bowl partendo dal Wild Card Game, ma soprattutto vincendo tre partite in trasferta: la grande sorpresa era avvenuta nell’AFC Championship Game, quando i favoriti Miami Dolphins furono sconfitti per 31-14; nei tre incontri di post-season, New England aveva forzato addirittura sedici turnovers, di cui sei contro Miami. In verità, i Bears avrebbero voluto affrontare la squadra della Florida per così vendicarsi della sconfitta in regular season; i Patriots, invece, erano già stati battuti nella seconda partita stagionale al Soldier Field (20-7).

Alla vigilia del Super Bowl, la quasi totalità degli osservatori ed appassionati previdero una facile vittoria per i Bears: i Patriots si potevano considerare soddisfatti per aver raggiunto la grande finale. Nonostante le previsioni, le fasi iniziali del Super Bowl furono favorevoli a New England, infatti, sul secondo gioco dalla linea di scrimmage, Walter Payton commise un fumble: la difesa dei Patriots conquistò il possesso del pallone, regalando al proprio attacco un 1st and down a sole 19 yards dalla endzone avversaria. La difesa di Chicago forzò il QB Tony Eason a tre incompleti consecutivi, obbligando New England ad accontentarsi di un FG da 3 punti, realizzato da Tony Franklin.

(In verità, sui primi due lanci, i ricevitori di New England erano riusciti a distanziarsi dai difensori di Chicago, ma poi non erano stati in grado di controllare l’ovale; particolarmente grave fu la mancata ricezione di Stanley Morgan, che avrebbe potuto segnare un facile TD.)

Tuttavia questo vantaggio si rivelò un fuoco di paglia per New England, che ben presto dovette inchinarsi alla forza dei Bears: nonostante i primi tre drive di Chicago si chiusero con solo due FG, era evidente la fatica dei Patriots a reggere la forza d’urto degli avversari. Sul finire del primo quarto, la difesa di Chicago conquistò il secondo pallone della serata, regalando a Jim McMahon un drive ad appena 13 yards dalla endzone: due giochi più tardi, il possente Matt Suhey varcò la goal line dopo una corsa di 11 yards, portando i Bears sul 13-3. In quel momento la partita si chiuse: Chicago dilagò, mentre New England subì una pesantissima lezione. L’attacco dei Patriots fu letteralmente umiliato, tanto che nel secondo quarto Steve Grogan subentrò a Tony Eason: per la prima ed unica volta nella storia del Super Bowl, un quarterback partente era stato rimosso dalla partita senza aver completato nemmeno un passaggio (0 su 6).

Per capire il dominio totale di Chicago è sufficiente analizzare qualche dato: i primi nove giochi dei Patriots dalla linea di scrimmage terminarono con un passaggio incompleto oppure con una perdita di terreno, mentre soltanto sul finire del secondo quarto New England riuscì a conquistare un primo down; in quella circostanza, Mike Singletary rimproverò severamente i propri compagni di squadra, colpevoli di aver abbassato il livello di concentrazione. A metà gara, il tabellone segnava 23-3 in favore dei Bears, che segnarono altri tre touchdown nel terzo quarto, portandosi sul 44-3; oltre a Suhey, i marcatori delle mete furono McMahon (due), il defensive back rookie Reggie Phillips (su ritorno di intercetto) e William Perry, che effettuò una corsa da una yard, provocando un’ovazione da parte dei tifosi presenti al Superdome.

Finalmente, nel quarto periodo Chicago allentò la pressione, permettendo a New England di segnare: il TD pass di Steve Grogan per Irving Fryar fu l’unico concesso dai Bears in tutta la post-season; a cinque minuti dalla conclusione, il defensive lineman Henry Waetcher atterrò Steve Grogan nella endzone, realizzando la safety che fissò il punteggio sul 46-10 finale. Mai nessuna squadra era riuscita a segnare 40 punti in un Super Bowl (impresa poi completata da Washington, San Francisco, Dallas e Tampa Bay), mentre la differenza di 36 lunghezze rappresentò un record nella storia della finale (poi superato dai 49ers quattro anni più tardi).

Il titolo di MVP fu assegnato giustamente al defensive end Richard Dent, anche se il premio avrebbe dovuto comprendere tutta la difesa: complessivamente, i Bears totalizzarono sette sack, forzarono sei turnovers e limitarono l’attacco avversario ad appena 123 yards, molte delle quali conquistate nel garbage time del quarto periodo. Nelle tre partite di playoff giocate, i Bears concessero mediamente 144 yards e 10 primi down, statistiche che si riducono ulteriormente se vengono esclusi i quarti periodi, quando il risultato non era più in discussione. Anche Jim McMahon disputò un partita molto solida(12 su 20, 256 yards, 2 TD su corsa), che forse in un’altra situazione avrebbe potuto valere l’MVP.

Con quel successo, Mike Ditka diventò il secondo uomo a vincere il Super Bowl sia da giocatore (era il Tight End titolare dei Dallas Cowboys nel Super Bowl VI) sia da head coach. Questa prestigiosa accoppiata era stata realizzata soltanto da Tom Flores (QB di riserva dei Kansas City Chiefs nel Super Bowl IV, head coach degli Oakland / Los Angeles Raiders nei Super Bowl XV e XVIII) e sarebbe stata completata 21 anni dopo da Tony Dungy, guarda caso nell’anno in cui i Bears tornarono al Super Bowl.

L’unica delusione della serata fu Walter Payton, che guadagnò appena 61 yards in 22 portate, senza segnare neanche un touchdown: per questo motivo, Mike Ditka fu criticato dagli osservatori, soprattutto in seguito alla decisione di consegnare la palla a William Perry per il TD del 44-3; il leggendario Sweetness avrebbe meritato la segnatura molto più del Refrigerator!

Ciononostante, i Chicago Bears avevano raggiunto il loro scopo: erano diventati campioni del mondo! Per la nona volta nella loro storia (la prima dal 1963), la squadra dell’Illinois aveva raggiunto la vetta della NFL. Finito il Super Bowl, gli appassionati si chiesero se i Bears avrebbero potuto continuare il loro dominio sul football professionistico; nonostante Buddy Ryan avesse lasciato il ruolo di defensive coordinator per diventare head coach dei Philadelphia Eagles, le previsioni per il futuro erano sicuramente rosee. Nelle stagioni a venire, Chicago si mantenne nell’elite della NFL, ma fallì sempre l’appuntamento nella post-season, subendo due eliminazioni con Washington nei Divisional Playoff e una sonora sconfitta contro San Francisco nella finale NFC del 1988. Negli anni successivi, gli addetti ai lavori espressero molti dubbi sul reale valore di Mike Ditka, che nonostante la spettacolare difesa, conquistò un solo titolo.

Tuttavia, i Chicago Bears del 1985 segnarono la storia del football professionistico come pochissime altre compagini sia del passato, sia del futuro: ancora oggi quella difesa è la pietra di paragone per valutare il livello di una squadra. Per molti storici, i Chicago Bears del 1985 sono la migliore formazione di tutti i tempi: questa affermazione può risultare forzata, anche perché, a differenza di Packers, Steelers, 49ers, Cowboys, i Bears non riuscirono a ripetersi negli anni a venire; ciononostante, se consideriamo ogni singola stagione NFL, difficilmente troveremo un dominio così schiacciante come quello dei Chicago Bears del 1985.

Fonti:
- The Super Bowl, Celebrating a Quarter-Century of America’s Greatest Game, Simon & Schuster, New York 1990.
??- Richard Wittingham, The Bears, 75-Year Celebration, Taylor Publishing Company, Dallas, 1994. ??

Speciali | by Stefano Quaino | 22/02/08

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