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The Catch - Il Championship NFC del 1981

5 vittorie al Super Bowl. 16 stagioni vincenti consecutive. Per quasi 20 anni i San Francisco 49ers hanno dominato la Nfl e sono stati una delle più grandi dinastie del football professionistico.
Sicuramente tanti anni al vertice di uno sport che ha per caratteristica un ricambio costante al potere e l’equilibrio tra le franchigie della Lega non possono scaturire da una singola partita e meno che mai da una singola azione di gioco, ma, se consideriamo la delicata situazione di equilibri interni tra dirigenza e spogliatoio esistente all’ epoca, il turbolento rapporto di amore-odio che intercorreva tra Eddie De Bartolo, il proprietario della squadra e Bill Walsh, il capo allenatore, e le aspettative di una città che attendeva il titolo da decenni, possiamo anche presumere che, senza la ricezione che poi è entrata nella leggenda come “The Catch”, magari Walsh non avrebbe avuto altre possibilità di guidare la squadra e la storia avrebbe potuto prendere una direzione ben differente.
E invece “The Catch” proiettò una squadra verso l’ appellativo di “Team of the ‘80s” e scagliò l’ altra in una spirale discendente che sarebbe durata una decina di anni.

La regular season 1981
Nella stagione 1980 Joe Montana si era guadagnato in pianta stabile il ruolo di quarterback titolare con una serie di fenomenali prestazioni, tra le quali una rimonta da uno svantaggio di 35-7 all’ intervallo contro i New Orleans Saints per vincere 38-35 all’ overtime.
Ma Montana non poteva fare tutto da solo, perché la difesa continuava a subire troppi punti. Prima del draft del 1981 Walsh fu costretto a prendere una decisione: rinforzare ulteriormente l’ attacco o iniziare a costruire una solida difesa? Il problema più evidente erano i defensive backs. Di tutti quelli presenti in squadra il solo Dwight Hicks, la free safety, era all’ altezza di giocare come titolare nella Nfl, ed inoltre le proiezioni sul ruolo per il draft dell’ anno seguente non erano incoraggianti, così Walsh decise di puntare in modo pesante: quattro delle prime cinque scelte furono spese per costruire un defensive backfield da sogno.
Ronnie Lott ed Eric Wright, scelti al primo ed al secondo giro, formarono da subito un’ accoppiata di formidabili cornerbacks. Lott, feroce colpitore, diventerà da subito il leader della difesa e rappresenterà per una decade quello che Montana era per l’ attacco, costruendo con il quarterback una relazione speciale anche fuori dal campo, frequentandosi spesso anche con le rispettive famiglie. Wright era uno shut-down corner, forse migliore di Lott in copertura anche se non possedeva la selvaggia attitudine distruttiva del collega.

Carlton Williamson, il terzo rookie starter, ricoprì la posizione di strong safety e Lynn Thomas quella di nickel back.
Walsh, saggiamente, ingaggiò anche degli esperti veterani che avevano il compito di guidare i suoi nuovi gioiellini. Jack “Hacksaw” Reynolds, un linebacker appena rilasciato dai Los Angeles Rams, che si era guadagnato il suo nomignolo per aver distrutto un’ automobile con una sega elettrica dopo una sconfitta al college, portò nello spogliatoio quel fuoco competitivo che era mancato ai 49ers nelle prime due stagioni da head coach di Walsh. Le sue qualità fisiche erano in declino, ma Reynolds usava tutta la sua esperienza nel posizionarsi perfettamente in campo e per creare big plays.
Ma l’ acquisizione decisiva per completare la difesa fu sicuramente quella del defensive end Fred Dean, rilasciato dopo sei anni di carriera dai San Diego Chargers per dispute contrattuali. Dean era legato alla sua prima squadra da un contratto capestro che i Chargers si rifiutavano di aggiornare al reale valore del giocatore, che intanto era diventato uno dei migliori della Lega nel suo ruolo.
Dean possedeva un’ eccezionale velocità per un defensive end ed una straordinaria forza fisica per un uomo che non pesava più di 103 chili. I pesanti tackles della linea d’ attacco venivano sistematicamente aggirati prima che potessero iniziare a bloccarlo, e questo convinse Chuck Studley, il defensive coordinator dei 49ers, a passare in pianta stabile alla difesa 4-3, dopo aver constatato che Dean era talmente produttivo che era uno spreco utilizzarlo solamente nei down di ovvio passaggio.

I risultati furono evidenti anche dal punto di vista numerico, in quanto la difesa, nel computo delle yards concesse, saltò dal 27° posto nel ranking dell’ anno precedente al secondo assoluto, e si piazzò al primo posto nel differenziale turnovers con un secco +23.
Quell’ anno tutte le nostre mosse furono azzeccate. – dicharò Walsh – Tutto quello a cui io puntavo era semplicemente sopravvivere e competere, infatti non parlai mai di Super Bowl durante la stagione, ma solo di battere il prossimo avversario.
Così i 49ers furono pronti per una stagione nella quale scioccheranno un po’ tutti, incluso loro stessi.

Si è spesso detto che il 1981 sia stato il migliore anno di Walsh come coach. Negli anni a venire i 49ers erano ormai una super-corazzata imbottita di star-players, sempre grazie alle abilità di Walsh come general manager, ma quell’ anno avevano due fuoriclasse, Montana e Lott, diversi buoni giocatori, tanti gregari ed altrettante falle da colmare.
Il fatto è che il loro head coach aveva sempre una risposta pronta ed efficace a qualsiasi problema.
Hai una guardia undersized, Dan Audick, che gioca nella delicata posizione di left tackle? Montana farà i roll-out prevalentemente sulla destra. Hai due mediocri running backs, il migliore dei quali (Ricky Patton) correrà solo per 547 yards? Non c’è problema, perché il tuo quarterback eseguirà degli swing pass come se fossero dei lunghi handoffs ed il tuo attacco continuerà a muoversi con piccoli e costanti guadagni, come se avessi un efficace gioco sulle corse.
In realtà lo stesso establishment della Nfl non era pronto per l’ ascesa al potere di una squadra come i 49ers, in quanto la filosofia di gioco installata da Walsh era l’ esatto opposto del machismo che aveva dominato nella Lega, e nel football in generale, dai suoi albori. Negli anni ’80 gli allenatori ancora caratterizzavano il football come uno sport la cui essenza era “bloccare e placcare”, e questo implicava che la strategia fosse considerata una cosa da ragazze, ma anche che il gioco fosse molto prevedibile. Bill Walsh trasformò tutto questo in un punto a suo favore, superando il concetto di prendere quello che la difesa concede con quello di costringere le difese ad eseguire ciò che imponeva la sua strategia.
Inoltre questo aspetto del suo gioco celava agli occhi degli altri addetti ai lavori, che bollavano i 49ers come “finesse team” (con il termine “finesse” inteso in senso dispregiativo), quello di un’ indubbia fisicità della squadra. Certo i colpi assestati da Lott e Williamson non potevano essere considerati tanto “finesse plays”, ed anche questo giocava a favore di Walsh, in quanto le altre squadre non erano preparate ad essere aggredite fisicamente. Dwight Clark, il ricevitore primario, disse: Sembrava di essere tornati al college, anche noi ricevitori avevamo il compito di colpire gli avversari, ma funzionava.

Due partite di quella regular season furono emblematiche: quella giocata in casa contro i Dallas Cowboys, ad ottobre, ed un’ altra a Pittsburgh a novembre.
Nella prima i 49ers distrussero i rivali Texani per 45-14, dominandoli dall’ inizio alla fine e sotto tutti i piani del gioco. Tom Landry era considerato un innovatore ma in quell’ incontro fu semplicemente “outcoached” da Walsh. Landry era un allenatore inflessibile, che aveva vinto tanto anche perché disponeva sempre di un parco giocatori eccellente, ed anche nel 1981 la sua squadra era superiore, nelle individualità, a quella di Walsh, ma nei due scontri diretti di quell’ anno prevalse sempre il sistema di “The genius”.
A Pittsburgh, invece, i Californiani misero in mostra tutto il lato fisico a loro disposizione, e proprio nella tana di quella che era da sempre la squadra più aggressiva di tutta la Lega. Carlton Williamson mandò KO due ricevitori degli Steelers dopo due ricezioni, il clima si accese e tante risse scoppiarono tra i giocatori durante tutto l’ incontro, ma i 49ers alla fine prevalsero 17-14.

I Dallas Cowboys erano in fase di transizione. Alla fine del 1979 Roger Staubach si era ritirato ma con il nuovo quarterback Danny White i Texani erano ancora una squadra da playoffs e con serie aspirazioni di giungere al Super Bowl. Nel 1980 avevano dominato la Nfc East, per poi arrendersi ai sorprendenti Philadelphia Eagles nel Championship, perso per 20-7 in casa. Nel 1981 un solido draft-day li avrebbe seriamente proiettati al Super Bowl di Detroit, e la dirigenza concentrò le proprie scelte sull’ obiettivo di rinforzare la linea offensiva, i linebackers ed i defensive backs. Ma proprio quell’ anno i giocatori scelti non si dimostreranno all’ altezza: su 13 picks solo 5 giocheranno per i Cowboys, e solo uno, il cornerback Ron Fellows (scelto al 7° giro), diventerà uno starter di una certa importanza, insieme al suo collega, il rookie free agent Everson Walls. Tutte le altre scelte andranno sprecate, tra queste, il ricevitore Mike Wilson sarà un backup per San Francisco per 10 stagioni, vincendo anche 4 Super Bowl.
Gli Eagles mantennero il passo dei Cowboys nella corsa al titolo divisionale per arrendersi solo a causa di quattro sconfitte consecutive nelle ultime quattro giornate, Tony Dorsett ebbe la sua migliore stagione da pro, correndo per 1.646 yards (e quasi 2.000 in totale se aggiungiamo quelle guadagnate su ricezione), un record di squadra che verrà battuto solo nel 1995 da Emmitt Smith.
Dallas mostrò però delle lacune in difesa durante la prima metà della stagione, raggiungendo un apice negativo proprio con la sconfitta a San Francisco che abbiamo già menzionato. Tom Landry a fine gara non riuscirà ad esprimere nulla se non: Potrei parlarne per ore ma non cambierebbe nulla. Tutto ciò che ho potuto fare è stato restare immobile e guardare la peggiore partita della nostra storia.
La settimana successiva Dorsett rimise in moto l’ attacco correndo per 160 yards contro i Rams, ma il punto di svolta fu nelle ultime sei gare, quando la difesa dimezzò la media delle yards concesse su passaggio e quella ben più importante dei punti subiti, portando queste cifre a 116.2 yards e 9.2 punti da 256.5 e 20.2 a partita.

I playoffs
La nuova attitudine difensiva servì anche a superare di slancio i Tampa Bay Buccaneers nella prima partita di playoffs. Il front four non diede pace al quarterback Doug Williams per tutta la serata, totalizzando quattro sack e forzando altrettanti intercetti, mentre Dorsett e compagni guadagnarono 212 yards sul terreno segnando ben quattro touchdowns e chiudendo la gara con un altisonante 38-0.
A fine partita il linebacker D.D. Lewis esclamò ai giornalisti: Scommetto che direte che siamo meravigliosi (“awesome” nell’ originale), confermando ancora una volta che “The America’s Team” era anche sinonimo di arroganza tutta Texana.
San Francisco, con un record di 13 vinte e 3 perse, si aggiudicò la Nfc West e ospitò i New York Giants al Candlestick Park nell’ incontro di Divisional Playoff. I Giants presentavano il solito insormontabile grattacapo per gli attacchi avversari: Lawrence Taylor e la sua inarrestabile pass rush, ma ancora una volta la strategia di Bill Walsh si dimostrò superiore.
Le altre squadre di solito cercavano di contenere Taylor con le corse ed il controllo di palla, ma inevitabilmente si trovavano ad affrontare delle situazioni di ovvio passaggio nelle quali il linebacker dei Giants volava verso il quarterback. Walsh fece eseguire ai suoi uno script che prevedeva 16 giochi di passaggio nei primi 22 dell’ incontro, e siccome la difesa dei Giants si aspettava dei passaggi corti, li aggredì invece con lanci sul profondo. Taylor fu costretto a scendere molto spesso in copertura, che non era il suo forte, e fu ulteriormente disorientato da delle reverse dei ricevitori, allineati addirittura in coppia nel backfield.
Frustrata l’ arma principale dei New Yorkesi, i 49ers presero un largo vantaggio, costringendo i Giants a cercare la rimonta con il passing game, neutralizzando quindi anche l’ altro loro punto di forza, cioè le corse di Rob Carpenter, e prevalendo alla fine per 38-24.
Il mondo del football vide così i 49ers ad una vittoria dal Super Bowl, ma i fans sapevano che il vero Super Bowl si sarebbe giocato la settimana seguente, a San Francisco, contro gli odiati rivali di sempre, i Dallas Cowboys.

Il Championship
Che i Cowboys fossero odiati nella Bay Area non era solo un modo di dire. Per tre anni consecutivi “The America’s Team” aveva cancellato i sogni di gloria di una franchigia che era finalmente diventata competitiva superandola in due Championship, nel 1970 e 1971, e con una clamorosa rimonta negli ultimi 5 minuti orchestrata da Roger Staubach al Candlestick nel Divisional del 1972. Di quella squadra di dieci anni prima non era rimasto nessuno nell’ attuale roster dei 49ers, e quindi i giocatori avrebbero potuto anche non accollarsi quella rivalità e quei sentimenti di rivalsa, ma Walsh e tutto lo staff fecero in modo da far aumentare la temperatura. Per tutta la settimana non si sentì parlare di altro, e ogni volta che ci si riferiva ai rivali si usava il termine “the Goddamn Cowboys”.
Anche dal punto di vista della preparazione tattica della partita Walsh e Sam Wyche, l’ offensive coordinator, fecero man mano salire la fiducia nella strategia adottata: Potevi sentirlo dal modo in cui parlavano – disse Clark – e più si avvicinava l’ ora dell’ incontro, Bill, Sam e il resto dello staff, invece di diventare più tesi, sembravano sempre più confidenti e rilassati, come se sapessero che avremmo vinto.
E infatti i 49ers ebbero qualcosa in più proprio dal punto di vista della preparazione e della direzione tecnica. Landry dettava le regole sia dell’ attacco che della difesa, anche se la sua specialità era quest’ ultima. Probabilmente non ci si rese conto della sua debolezza come mente offensiva finchè il livello di talento che aveva avuto a disposizione per tutti gli anni settanta non era sceso, in quanto tante grandi giocate del passato erano state originate da audibles chiamati da Staubach, che quel giorno era presente al Candlestick, ma solo come analista per la Cbs. Difensivamente, la “Doomsday Defense” giocava un sistema chiamato “The Flex”, che era basato totalmente sulla disciplina dei giocatori, ognuno dei quali aveva la responsabilità di una determinata zona e reagiva in base alla lettura del gioco avversario, a seconda se fosse una corsa o un passaggio. La teoria era che gli attaccanti non avrebbero mai potuto sfruttare dei buchi nella difesa perché ci sarebbe stato sempre un giocatore dei Cowboys a presidiare, ma Walsh sapeva di poter superare l’ inflessibilità di questo sistema sia mascherando le formazioni d’ attacco sia con l’ inganno sull’ esecuzione. Ad esempio confuse i difensori mandando in pull le guardie, facendo così pensare ad una corsa, e invece il gioco si sviluppava come un passaggio, oppure fece eseguire delle traiettorie improprie ai suoi ricevitori, partendo da una data formazione, in modo da avere il ricevitore primario dell’ azione in copertura singola invece che raddoppiato, Potevamo avere un ricevitore aperto ogni volta che volevamo – dichiarò in seguito.
E con questi presupposti l’ incontro fu davvero avvincente, con le due squadre che si rincorsero per tre ore con selvaggia intensità, sei capovolgimenti nel punteggio, giocate spettacolari, tanti turnovers, chiamate arbitrali controverse e un finale da cardiopalma.

I 49ers mettono subito in chiaro che aggrediranno i Cowboys da ambedue i lati del pallone, infatti nel primo drive costringono Danny White ad un terzo e lungo dalle 28 yards e, sul profondo drop-back del quarterback, il defensive end Dwaine Board lo atterra facendo esplodere il tifo del Candlestick.
L’ aggressione continua anche in attacco, infatti a Montana basta completare quattro lanci per coprire 62 yards e portare i Niners in vantaggio con un passaggio per Freddy Solomon, l’ altro ricevitore.
E’ curioso notare che il secondo passaggio completato nell’ incontro, uno sprint out sulla destra ricevuto in acrobazia dal tight end Charle Young, con il defensive end Ed “Too Tall” Jones all’ inseguimento di Montana e con botta finale presa da quest’ ultimo sulla sideline, sia praticamente uguale alla famosissima azione che chiuderà la partita.
Dallas rimonta subito con un field goal di Rafael Septien, il kicker Messicano, e con uno splendido touchdown pass di Danny White per Tony Hill originato da un fumble del running back Bill Ring e ricoperto dalla difesa sulle 29 yards dei Niners. Nell’ occasione Hill bruciò Eric Wright sulla sideline sinistra e si esibì in una grande ricezione over-the-shoulder.
10-7 per i Cowboys alla fine del primo quarto.

Il secondo quarto inizia con un’ altra magia di Montana ai danni di “Too Tall” Jones. Joe, su un terzo e lungo, sembra ormai nelle grinfie dell’ avversario, che non aveva bevuto la play-action, ma con una mossa rapidissima riesce a trovare il timing per un lancio profondo ricevuto da Clark. Purtroppo il drive si conclude con un altro turnover, perché Everson Walls riesce ad intercettare un passaggio nell’ angolo destro della endzone, passaggio a dire il vero un po’ underthrown da parte di Montana.
La difesa dei 49ers tiene e riconsegna il pallone all’ attacco a metà campo. Golden Joe si riporta ancora nella red-zone dei Cowboys e conclude il drive con un altro miracoloso passaggio per un touchdown di Dwight Clark. Stavolta il miracolo consiste nel fatto che la tasca collassa, ma Montana evita il sack e completa l’ azione di lancio con un linebacker abbrancato alle caviglie, riuscendo a non perdere la coordinazione ed il timing col ricevitore.

Poi, grazie alla linea offensiva, che inizia a prendere la misure alla pass rush dei Niners, dando in questo modo un tempo enorme a White per lanciare, ma anche approfittando di un paio di cattive chiamate arbitrali, i Cowboys si riportano in vantaggio.
Walsh era sempre stato dell’ idea che gli arbitri fossero intimiditi dal general manager di Dallas, Tex Schramm, che era talmente intimo del Commissioner Pete Rozelle da essere soprannominato “The assistant Commissioner”, e quelle due chiamate sembrarono dargli ragione.
La prima fu su un passaggio di White per Hill che fece avanzare i Cowboys sulle 47 avversarie, passaggio che sembrò a tutti essere stato ricevuto da Hill oltre la linea laterale. Era nettamente out-of-bounds – disse Walsh – non era neanche vicino alla linea. Io ero proprio sull’ azione e vidi chiaramente.
La seconda, sul gioco successivo, fu ancora peggiore. Ronnie Lott intercettò un lungo passaggio per Drew Pearson ma gli fu chiamata pass interference dando la palla ai Cowboys sulle 12 yards difensive. I replay televisivi mostrarono chiaramente che Pearson era dietro Lott e stava cercando di arrampicarsi sulle sue spalle per prendere il pallone. Se c’ era interferenza era ai danni dell’ attaccante.
Il side judge Dean Look in seguito dichiarò che aveva visto la penalità molto prima, quando Lott aveva spinto eccessivamente Pearson subito dopo la linea di scrimmage, da cui si sarebbe dovuta generare al massimo una penalità per contatto illegale, con la palla piazzata molto più dietro, ma poi il fazzoletto giallo sarebbe stato gettato in ritardo, al momento dell’ intercetto. Chiaramente l’ arbitro stava cercando di evitare critiche per una chiamata che era indifendibile.
Il risultato fu che i Cowboys andarono al riposo in vantaggio per 17-14 dopo l’ inevitabile touchdown su corsa di Tony Dorsett.

Nel primo drive del terzo quarto Walsh, constatando che la sua leggera linea d’ attacco iniziava a soffrire la pressione del front four di Dallas, chiama qualche gioco di corsa in più. Bill Ring, Earl Cooper e Lenvil Elliott portano il pallone di nuovo nella red zone avversaria, ma proprio quest’ ultimo commette un errore lasciandosi scappare dalle mani un lancio nel mezzo di Montana, il pallone si impenna e viene intercettato dal linebacker Randy White, togliendo così di nuovo inerzia al gioco dei 49ers.
I capovolgimenti di fronte sembrano non avere mai termine in quest’ incontro, perché sul gioco successivo il running back di Dallas Ron Springs commette lo stesso errore ed il linebacker Bobby Leopold intercetta Danny White riconsegnando di nuovo il pallone all’ attacco, ben dentro la red zone dei Cowboys.
Stranamente, le due squadre che hanno perso meno palloni in tutta la stagione hanno commesso già 6 turnovers (4 San Francisco e 2 Dallas, senza contare l’ intercetto negato a Lott) e siamo solo a metà terzo quarto.
Dopo tre giochi di corsa Walsh deve affrontare un’ importante decisione su un quarto down e pochi pollici da prendere sulle 4 yards dei Cowboys: andare per il pareggio con un field goal o cercare di ritornare in vantaggio? Il boato del pubblico sottolinea il coraggio dell’ head coach. Tom Landry si sgola dalla sideline indicando che sarà una quarterback sneak, tutti lo sanno, Montana segue il proprio centro, Fred Quillan, prende il primo down ma anche un bel colpo sulle costole, restando a terra senza respiro per qualche secondo. Niente di grave, sul gioco seguente handoff per Johnny Davis che atterra nella endzone aiutato da un bloccaggio di Randy Cross.

I Cowboys ovviamente rispondono colpo su colpo e all’ inizio dell’ ultimo quarto sono già nella redzone dei 49ers, trascinati dalle corse di Dorsett. Eric Wright riesce a deviare un passaggio ed evita una ricezione da touchdown del tight end Doug Cosbie con un tuffo su un terzo down, quindi Septien porta l’ incontro sul 21-20 per i 49ers, che però sembrano provati dalla stanchezza.
Infatti nel drive successivo il rookie running back Walt Easley commette il quinto turnover perdendo il pallone a metà campo, mentre Tony Dorsett continua a correre nel mezzo di una difesa che non tiene più e Danny White alla fine del drive trova Cosbie libero in area di meta approfittando di un errore di posizionamento di Reynolds.
Montana rimette in moto l’ attacco ma sembra ormai notte fonda ed arriva anche la sesta palla persa quando prova a sfidare di nuovo Everson Walls, il miglior cornerback della Nfl (11 intercetti per lui in stagione regolare), con un passaggio profondo per Solomon sulla sideline destra che viene intercettato in tuffo dal numero 24 dei Cowboys.
I Texani provano a chiudere l’ incontro controllando il cronometro con le corse di Dorsett, che intanto ha messo insieme una grande partita con 91 yards, ma un ultimo sforzo di Eric Wright su un terzo down cruciale nega un completo a White e riconsegna la palla a Montana. Ora però bisogna conquistare 89 yards in 4 minuti e 54 secondi: l’ impresa sembra disperata.

L’ ultimo drive
Non ricordo di aver mai conosciuto un offensive coordinator talmente padrone del gioco – ricorda Clark – avevamo lanciato per tutto l’ incontro ed all’ improvviso ci trovammo a correre la palla. Walsh aveva realizzato che i Cowboys erano in prevent defense, con sei defensive backs e solo tre uomini di linea. Questo non solo concedeva a Montana maggior tempo per lanciare ma apriva anche qualche buco per correre.

Ma lasciamo che siano le parole dello stesso Bill Walsh a raccontarci gli ultimi, decisivi, 5 minuti di gioco:

Dopo i 6 turnovers riuscimmo a non auto-distruggerci. Dovevamo però muovere la palla per tutto il campo contro la “Doomsday Defense”. In passato questa sarebbe stata una vittoria dei Cowboys, perché i 49ers semplicemente non avrebbero concluso nulla a fine partita. Ma in quel caso riuscimmo a non pensare al fatto che le probabilità erano contro di noi, o a quello che era successo in passato.

C’ era tensione, moltissima, ma avevamo anche tempo per lavorare, e non cercavamo inutili eroismi, a quel punto dipendeva tutto dalla nostra esecuzione. Avrei anche potuto ordinare tre passaggi lunghi su Freddy Solomon e amen, invece intendevo muovere la palla metodicamente, tanto più che avevo letto perfettamente la loro difesa. Ne stavano giocando una molto solida ma stereotipata, e che presentava delle falle, ed io potevo perfettamente capire ciò che avveniva e prevedere quello che avrebbero tentato. Avevamo a disposizione una serie di giochi che non erano necessariamente da chiamare contro la nickel defense o a quel punto della partita, come la reverse o la sweep, ma era quello che ci stavano concedendo maggiormente.

In più permisero al nostro tight end, Charle Young, di bloccare in profondità e di avere un buon angolo di bloccaggio, questo concedeva alle nostre guardie di andare in pull ed al nostro fullback di prendere il linebacker.
Schierai Lenvil Elliott per correre. La ragione per cui era in campo era che io avevo lavorato con lui a Cincinnati, sapevo che non avrebbe commesso fumble e che era capace di leggere i bloccaggi delle guardie, John Ayers e Randy Cross, che erano il nostro punto di forza.

Eseguimmo i primi giochi molto bene, con guadagni moderati, e continuavamo a prendere i primi down, poi corremmo una reverse con Freddie Solomon dalla formazione per la sweep, il che ci portò sulle 35 dei Cowboys.
Io e Joe sapevamo che avremmo potuto completare dei passaggi se non ci fossimo fatti prendere dall’ ansia, schemi su cui avevamo lavorato tutto l’ anno, niente di unico, solo che conoscevamo molto bene la loro copertura su quelle tracce. Dwight e Freddie ricevettero un paio di questi, eseguiti in modo millimetrico da Joe contro i loro raddoppi, e arrivammo sulle loro 13 yards con un minuto e 15 da giocare.

Quindi ordinai di attaccare la endzone. Montana mancò Solomon sul primo down, Elliott corse una sweep sull’ end sinistro, fu anche sul punto di liberarsi per la meta ma giunse comunque fino alle 6. Ora era terzo down ed avevamo 58 secondi. Chiamai timeout per concertare l’ azione con Joe. A volte si chiamano i timeout solo per pensare un po’ in modo rilassato perché la pressione è insostenibile. Una cattiva chiamata e la gara è andata, la stagione finita. Sei giunto fin lì e non puoi commettere un errore.

La chiamata era una “sprint right option”, un gioco molto solido che aveva un’ alta probabilità di riuscita a partire da una distanza vicino alle 10 yards fino alla goal-line. Probabilmente è il gioco più usato nel football, praticamente tutti, dai pro al college lo usano, era una cosa molto naturale da fare.

Il gioco aveva come opzione primaria Freddie Solomon, e come ripiego Dwight Clark sul fondo della endzone. Dissi a Joe: “Abbiamo due tentativi, guarda Freddie, guarda Dwight e poi butta via la palla”.
Immaginavo che il gioco si sarebbe sviluppato in modo differente, perché fui stupido abbastanza da credere di poter bloccarli per più tempo e che Joe potesse addirittura provare a correre. Ma loro avevano un front four troppo potente e uscirono dai blocchi così rapidamente che Joe ebbe subito Ed “Too Tall” Jones in faccia, e gli restò solo l’ opzione di arretrare e cercare Dwight.

Loro coprirono il ricevitore primario senza problemi, conoscevano la formazione perché la avevamo usata precedentemente. Il mio sbaglio fu di non mascherarla in modo da fargli credere ad un altro sviluppo, ad esempio usando un uomo in movimento, invece usai la solita slot-formation.

Fortunatamente la “sprint right option” era un gioco su cui ci eravamo allenati molto anche tenendo presente il secondo ricevitore. Joe sapeva che Dwight era sul fondo della endzone, ma trovarlo sotto tutta quella pressione e lanciare il pallone dove solo lui avrebbe potuto riceverlo, fu probabilmente l’ azione più grande di tutta la sua carriera.
Dwight fece una grande ricezione, battendo Everson Walls, ma io ringrazio Dio per Joe. Lui era il più grande di sempre, senza discutere.

Segnare fu un tremendo sollievo, ed io forse ero l’ unico che non stava celebrando. Mio Dio, eravamo sull’ orlo di qualcosa di veramente grande. E c’ erano ancora 51 secondi da giocare, abbastanza per una squadra come Dallas per completare tre passaggi e calciare un field goal che ci avrebbe battuti. Ma la nostra difesa pensò al resto. Drew Pearson ricevette ma Eric Wright salvò un probabile touchdown con un placcaggio in campo aperto, ad una mano, prendendo Pearson per il colletto della jersey. Sul gioco seguente, con la palla sulle nostre 44 e 38 secondi rimasti, ordinai una pass rush più intensa e, ragazzi, lo stadio esplose quando ci fu il fumble. Lawrence Pillars colpì Danny White e Jim Stuckey ricoprì il pallone. Era finita. Non dimenticherò mai il rumore di quella folla, fu incredibile, realmente, non ho mai sentito nulla di simile, né prima né dopo di allora.

Dopo la partita Ed Jones insisteva sul fatto che Montana stesse cercando di liberarsi della palla, cosa che ancora oggi provoca la reazione fastidiosa di Clark: E’ falso. Avevamo provato quel gioco talmente tante volte in allenamento che ci trovavamo a memoria. Anche il primo touchdown della stagione era venuto su quel gioco.

I 49ers sfruttarono quel “momentum” per andare a vincere il Super Bowl XVI contro i Cincinnati Bengals, partita che è rimasta famosa per un altro episodio, l’ incredibile goal-line stand su quattro down con la quale la difesa impedì la rimonta ai Bengals nel terzo quarto.

Tra i tanti aneddoti che si raccontano su “The Catch”, il più divertente è quello in cui, durante la off-season, ad una cena a cui era presente la futura moglie di Dwight Clark, che evidentemente non si interessava minimamente di football, ai tanti complimenti ricevuti dai due protagonisti dell’ episodio replicò: Ma cosa diavolo avete fatto voi due di così grande?

Fonti:

- Glenn Dickey “49ers. The rise, fall and rebirth of the Nfl’s greatest dynasty”

- Dennis Georgatos “Game of my life”

- San Francisco 49ers 2008 media guide

- Wikipedia

In conclusione vorrei dedicare questo articolo a mio padre, che, tra le centinaia di cose che ha fatto per me, e che non potrò mai più ricambiare, mi ha insegnato ad amare lo sport e non il tifo.

Great_Games | by Domenico | 20/09/09

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