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The Curse Is Over...The 2006 AFC Championship

L’avevano presentata come la nuova rivalità più in voga della Nfl, paragonandola agli epici scontri tra Magic Johnson e Larry Bird nel basket, a Mohammed Alì contro Joe Frazier nel pugilato, ed a tutte quelle occasioni che avevano visto due personaggi scontrarsi più e più volte in combattimenti all’ultimo sangue, per la supremazia dell’uno sull’altro.
Nel giro di pochi anni, difatti, erano state molte le situazioni in cui Peyton Manning e Tom Brady avevano dovuto incrociare le armi conducendo Indianapolis e New England a numerose battaglie per la supremazia nella Afc (e della Nfl stessa), tuttavia, quando la partita contava veramente, era sempre e solo la squadra di Bill Belichick ad uscire vincente dal confronto, in un’epoca dove riuscì a catturare tre Super Bowl in cinque anni, ed il record playoffs della squadra di Foxboro con Brady al comando faceva impallidire chiunque, dall’alto di 12 vittorie e di una sola, misera, sconfitta.

Per Manning e soci, quella dei Patriots era diventata una sorta di maledizione (curse, in inglese), che accentuava ed appesantiva la sensazione generale che il grande quarterback di Indy fosse tale solamente in stagione regolare, e che nei playoffs si sciogliesse come neve al sole un pò troppo puntualmente.
Pesavano come macigni, difatti, tutte quelle fredde eliminazioni dalla postseason sempre per mano della stessa avversaria, nel 2003 e nel 2004, con i Colts e compilare due tra le loro numerose stagioni oltre le 10 vittorie, Manning aveva scelto sempre le stesse occasioni per sfornare la peggior prestazione dell’anno, uscendo dal Championship e dal Divisional Playoffs di quel biennio con uno score combinato a sfavore di 44-17, nonchè con la reputazione fatta a pezzi.
Ad un certo punto della sua carriera, Peyton era arrivato a quota 0-6 nel suo duello individuale con Brady, e 0-7 nelle sue apparizioni in carriera al Gillette Stadium, riuscendo a sfatare quel presagio solamente nel 2005.

Ma, ancora una volta, quella era regular season.

Contrariamente ad altre stagioni, dove Manning giocava particolarmente bene il primo turno per poi scontrarsi duramente con i Patriots, i playoffs del gennaio 2007 furono molto difficili per l’asso dei Colts, il quale navigò attraverso insospettabili difficoltà offensive sia nella Wild Card contro Kansas City, dove furono assoluti protagonisti Adam Vinatieri (illustre ex Patriots) ed i suoi cinque decisivi field goals, e sia nel Divisional contro Baltimore, nel quale per Peyton ci furono 3 intercetti, ed il successo arrivò per merito della criticatissima difesa di Indy.
Per merito di un record più favorevole ottenuto nella solita, stellare, stagione regolare dei Colts, il Championship di quell’anno si giocò all’Rca Dome, ponendo un primo ma ancora del tutto ipotetico punto a favore dei padroni di casa, che partirono da subito con il piede sbagliato.

Nel primo drive di New England successe l’inimmaginabile: un primo brutto segno era stato presto dato dalla conversione di quarto down che Corey Dillon aveva effettuato con qualche millimetro da prendere per spostare le catene, finendo per guadagnare addirittura 35 yards grazie ad un imponente blocco del fullback Heath Evans e mettendo già i Patriots in prossimità dell’area di meta; sembrava scontato il touchdown, vista la minima distanza da coprire, quando Tom Brady e Lawrence Maroney mancarono completamente l’intesa sul passaggio consegnato al running back, che perse il pallone, poi terminato, in mezzo ad una selva di giocatori, proprio in endzone.
Il caso volle che Logan Mankins, guardia offensiva dei Pats, fosse l’uomo più vicino all’ovale, finendo per ricoprirlo segnando nel modo più bizzarro possibile il la meta del 7-0 New England, trasformando una sanguinosa palla persa in una beffa di dimensioni colossali a carico degli avversari.
Cercando di non farsi soprassedere psicologicamente, Manning mantenne la calma una volta entrato in campo per il secondo drive offensivo (il primo fu una fugace apparizione), e trovò subito l’immenso Dallas Clark per una ricezione acrobatica (il tight end mise la mano tra palla e terreno in totale disequilibrio), valida per tenere vivo un drive molto lungo, penalizzato da un holding comminato a Ryan Diem e fruttato solamente 3 punti, grazie al field goal dell’ex Vinatieri.
Indianapolis era andata vicinissima al touchdown, ma uno straordinario intervento di Ellis Hobbs su Reggie Wayne aveva tolto dallo scoreboard una meta praticamente fatta.

Altri apparenti segni del destino, in seguito, parvero mettersi inderogabilmente a sfavore del team di Tony Dungy, quando una serie bloccatasi sulle 37 dei Colts venne tenuta viva da una conversione di un quarto e sei dei Patriots, (ricezione di Troy Brown), la quale diede la possibilità a Corey Dillon di passeggiare indisturbato in meta per il 14-3; il tutto parve precipitare sempre più in basso quando Manning forzò un lancio su un Marvin Harrison, nell’occasione rimasto eccessivamente passivo, vedendosi anticipato dall’elemento più pericoloso delle secondarie, il temuto Asante Samuel, che prese l’ovale e lo riportò dritto fino in fondo.

Quel 21-3, ottenuto a nove minuti dal termine del primo tempo, sembrava sancire l’ennesimo disastro nella carriera playoffs di Peyton Manning, mentre Tom Brady sembrava già assaporare di nuovo quel gusto di vittoria che aveva imparato a conoscere così spesso.

La difesa dei Colts contenne i danni prima di rientrare negli spogliatoi, riuscendo ad atterrare il quarterback avversario su un terzo down dopo che un ritorno di Hobbs era giunto sino a metà campo, mentre l’attacco si vede negare altre due mete, la prima da un’intervento provvidenziale di Lewis Sanders su Clark, la seconda a causa della caduta di Wayne, andato ad inciamparsi sul suo stesso piede: un possesso di colossale importanza, fruttò altri tre insufficienti punti, per un parziale di 21-6 all’intervallo.

Nel secondo tempo, i padroni di casa iniziarono con un’altra strategia offensiva, meno sbilanciata sui troppi passaggi chiamati per via di una situazione da rimontare, orientata alla costruzione di drives più pazienti, che cominciassero finalmente a coinvolgere un gioco di corsa fino a quel momento sostanzialmente assente.
Da questo presupposto nacque la serie di giochi che riuscì a ridurre le distanze, le corse del fondamentale Dominic Rhodes, furono determinanti per tenere a lungo in campo la difesa dei Patriots, che dovette arrendersi alla qb sneak da una yarda che Manning terminò personalmente in endzone, aprendo uno spiraglio di speranza in un contesto altrimenti raggelato dagli eventi.
Ma i Colts presero molto coraggio da quella segnatura, che riportava, non si sa come, il tutto ad una sola segnatura di distanza, e dopo che la difesa annullò anche la seconda gita offensiva di Brady della ripresa, una fondamentale ricezione di Clark, le corse di Rhodes e Addai, ed un’interferenza chiave di Hobbs, posizionarono Indy sulla linea della yarda, dalla quale Manning lanciò un Td pass per il defensive end/fullback Dan Klecko, altro ex Patriots.
E quando Marvin Harrison andò a ricevere una difficilissima palla sull’ennesima traiettoria percorsa in comeback, venne decretato anche il successo della conseguente conversione da due punti, buona per l’incredibile 21 pari a tre minuti dal termine del terzo quarto.

Il momento magico dei Colts sembrò svanire nuovamente nel giro di pochi secondi, il tempo necessario ad Hobbs di inventarsi un ritorno di kickoff di 80 yards, sfociato nel touchdown di Jabar Gaffney, a lungo rivisto dagli arbitri (il giocatore mise un solo piede in endzone, ma venne forzato fuori dal campo dal placcaggio, quindi TD buono per il regolamento) e quindi convalidato.

Nel momento migliore di Indianapolis, era arrivata un’altra mannaiata psicologica da digerire e sopportare.

La squadra di casa non mollò, ed ottenne un nuovo pareggio a quota 28 restituendo il favore agli odiati rivali: l’ennesima, grande ricezione di Dallas Clark mise l’attacco dentro le 20 yards, qualche azione dopo venne chiamata una corsa per Rhodes dalla linea della yarda, ed il pallone schizzò via di nuovo, proprio com’era successo in precedenza a Maroney: al termine del caos, fu Jeff Saturday, il centro, ad emergere con il possesso della palla, facendo letteralmente esplodere l’Rca Dome. I Colts, sostenuti dai loro fans, si erano rialzati un’altra volta.
Mentre il cronometro continuava imperterrito il suo cammino verso il triplo zero, le squadre si scambiarono un paio di field goals: la conclusione di Stephen Gostkowski arrivò in conseguenza ad un clamoroso drop di Reche Caldwell, che si mangiò addirittura due mete certe in quella partita, mentre Vinatieri segnò la terza parità a quota 31 dopo una serie tenuta viva da una ricezione di 52 yards da parte di Clark. A quel punto Ellis Hobbs mise in piedi un altro ritorno spettacolare, coprendo 41 yards nel kickoff successivo, e consentendo a Gostkowski, con nemmeno quattro minuti rimasti, di infilare il 34-31 dalle 43 yards, in un momento di pressione devastante.
La fantastica rincorsa dei Colts sembrò terminare quando, a 3:23 dalla fine, Hunter Smith si trovò costretto a liberarsi del pallone, permettendo a Tom Brady di rientrare in campo e congleare la partita: la difesa di Indianapolis resistette ancora stoicamente, e Bob Sanders, con eccellente tempismo e nonostante la stanchezza, ruppe un gioco fondamentale, costringendo i Pats al punt in prossimità del two minute warning.

Manning sapeva che un’occasione del genere non si sarebbe mai più potuta ripetere, con un drive gestito a dovere avrebbe potuto liberarsi di tutti i fantasmi che l’avevano inseguito in quegli anni.

Il quarterback si mise al lavoro con un lancio di 32 yards per Reggie Wayne, che prima di finire placcato si vide sfuggire il pallone dalle mani: con un balzo verticale istantaneo riuscì a recuperare il possesso, evitando l’intervento del rapace Samuel, nonchè un disastro assoluto in un momento del genere. Il cuore di ogni tifoso dei Colts smise di battere per un istante, ed il conseguente sospiro di sollievo non fu sufficiente ad eliminare il pensiero di tutta la strada che mancava per arrivare in fondo.
A fine azione, ci fu tuttavia un motivo per esultare: un difensore di New England era rovinato addosso a Manning dopo il rilascio del pallone, ed il roughing the passer fischiato contro i Patriots mise il pallone sulle 11 yards.
Due azioni più tardi, in seguito a due corse, la serie era arrivata sulle 3 yards.
La terza chiamata fu quella buona, l’entrata in area di meta di Joseph Addai diede il primo vantaggio della gara ai Colts, per giocatori, allenatori e tifosi quel momento rappresentò una grandissima liberazione, ed il coronamento di una rimonta straordinaria partita dal -18, la più grande di sempre nella storia del Championship.

Ma restavano 54 secondi, e Brady ebbe la possibilità di rifare ciò che aveva già fatto numerose altre volte, con il sangue freddissimo: risolvere una partita con un drive veloce e ben gestito.
Il re delle rimonte riuscì a portare il suo attacco fino alle 45 yards dei Colts, ma proprio in quel mentre arrivò la giocata decisiva: non ci sarebbe stata nessuna rimonta, quel giorno, perchè con grande tempismo Marlin Jackson intercettò il passaggio seguente fissando il 38-34 definitivo con 17 secondi da disputare, facendo cadere in un solo colpo un enorme gorilla dalla spalla di Peyton Manning e tutte le delusioni che quel nucleo di giocatori aveva dovuto sopportare.
Il presagio terminò in quel preciso istante, e per i Colts si aprirono le porte del Super Bowl XLI, che sarebbero andati a vincere contro i Chicago Bears nel clima surreale di Miami, sotto una pioggia torrenziale, ma mai così bella da ricordare.

“Ho detto una piccola preghiera durante quell’ultimo drive dei Patriots. Non so se sia corretto pregare per cose di questo genere, ma ho detto una piccola preghiera.” – Peyton Manning

Great_Games | by Dave Lavarra | 21/06/09

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