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Deion Sanders

Nello sport professionistico americano a quasi ogni atleta viene dato un soprannome. I motivi sono svariati, alcuni hanno radici che affondano nella vita personale del giocatore, altri per un singolo fatto qualificante, oppure una caratteristica del gioco o ancora un nome difficile da pronunciare che viene storpiato. Così nascono i soprannomi, alcuni indovinati, altri meno. Ma pochi, forse nessuno, riassumono perfettamente le caratteristiche un singolo atleta, e del personaggio, come “primetime” per Deion Sanders. Primetime, che potremmo tradurre come prima serata, ma che sarebbe più corretto definire come evento catalizzatore degli ascolti. Perchè Deion non si è limitato ad essere un grandissimo difensore, ma ha portato lo spettacolo anche nella fase difensiva del gioco. Quando doveva ritornare, quando si schierava per ricevere, quando la palla finiva al wide receiver che aveva in consegna.. insomma, come veniva coinvolto nell’azione, si creava nell’aria quell’elettricità, quell’attesa di qualcosa di particolare, di una giocata sensazionale, che solo lui riusciva a produrre.
Alcuni lo hanno definito il più grande all around player che ci fosse sul pianeta, e non è stato nemmeno un grande azzardo farlo, perchè questo è stato un atleta benedetto da madre natura, dotato di mezzi fisici tali da farlo primeggiare nel football, ma di permettergli anche di giocare nella major league e di correre ai trials di atletica leggera. Insomma, come dicono gli americani, Sky is the limit.
Ma non era solo un atleta completo, era anche uno showman. Sui campi da gioco è stato immenso, tanto che il termine shoutdown cornerback è stato coniato dopo di lui, ma ha ridefinito il concetto di “limite” anche fuori. Infatti amava le telecamere, amava avere tutti gli occhi del pubblico addosso. I balletti che faceva sulla sideline, come incitava la folla mentre aspettava di ritornare un punt, i festeggiamenti che iniziavano ben prima di entrare nella end zone con la palla, ma anche i video musicali, la pubblicità, il modo di vestirsi, i gioielli, gli occhiali da sole negli spogliatoi, la bandana sempre sotto al casco. Era un intrattenitore come non se ne erano mai visti prima. È stato il primo frontman del football. La migliore sintesi del personaggio l’ha fatta, con pochissime parole, Rod Woodson: “Pensate a «luci, motore, azione!», ecco, questo è Deion Sanders”.

L’avventura inizia nel 1967 in Florida, dove il piccolo Deion nasce il 9 agosto, e già dall’High School del suo paese, a Fort Meyers, fa vedere la sua polivalenza, diventando un all-state sia nel football, che nel baseball che nel basket.
Per il college rimane in Florida, frequentando Florida State, e qua abbandona il basket per dedicarsi “solamente” a football, baseball ed atletica leggera. Con il guantone eccelle come esterno, in più con la sua velocità è una macchina da doppi giochi se non da triple, senza contare che nel 1988 ruba 26 basi, più di ogni altro avversario nella nazione. Il ragazzo è un fulmine, tanto che nell’atletica trascina la sua squadra sino al championship dello stato.
Nel football, questo insieme di velocità, accelerazione e capacità di salto lo fanno brillare come cornerback, e basta poco per capire che in questo ruolo diventerà una stella. Viene eletto all-american CB sia nell’87 che nell’88, stesso anno in cui è il leader della nazione come yards su ritorno di punt. Purtroppo per lui, la strada verso il primo grande successo della carriera, l’Orange Bowl del ’88, gli viene sbarrata nel championship dai rivali di Miami. Nel derby universitario viene messo a marcare il suo futuro compagno di squadra Micheal Irvin, ed i due si sfidano a colpi di trash talking. Sarà il WR a spuntarla con una rimonta giudata proprio da lui, dando una lezione importante al suo rivale. Ma l’attesa di assaporare la vittoria dura solo un anno, e nello Sugar Bowl del 1989 contro Auburn, Deion regala la vittoria ai Seminoles con un intercetto decisivo in end zone a tempo scaduto, ed i 14 totali nella sua carriera universitaria stabiliscono il nuovo record per l’università. Superfluo dire che nel 1995 la sua maglia viene ritirata.

Nel 1989 viene draftato dagli Atlanta Falcons, con il proprietario dei Cowboys Jerry Jones che aveva già espresso gradimento nei confronti del prodotto di Florida State, ma che con la prima scelta doveva andare sul QB che gli serviva. Ma non solo football, perchè nel draft MLB, il pick degli Yankees viene speso su di lui. Non è il primo giocatore a venire scelto da due leghe, ma diventa il primo ad accettare entrambe le chiamate, continuando da professionista a giocare in entrambi gli sport, anche se l’eccellenza raggiunta come CB lo porta a dedicarsi di più alla NFL ed occasionalmente al baseball.
Al debutto con la franchigia della Georgia, mostra a tutti il suo biglietto da visita, riportando in end zone il primo punt ricevuto tra i pro, e nelle 5 stagioni passate nel roster dei Falcons mette a segno 24 intercetti, stabilisce record su record nei ritorni di kick off e nelle yard di ritorno, ma soprattutto eccelle nella copertura, e metterlo sui ricevitori più forti avversari significa spesso toglierli completamente dalla partita. Stella in campo e star fuori, gira il video “primetime” con M.C. Hammer, i soprannomi si moltiplicano, adesso anche “onetime” e “showtime” oltre a “neon”. E la sua stella inizia a sentirsi stretta nei confini di Atlanta, in una squadra che non ha ambizioni da titolo e che in 5 anni ha giocato solo una volta la post season, fermandosi nel divisional contro Washington.

Nel 1994 si trasferisce a San Francisco, accettando un contratto da un anno a cifre inferiori di quelle percepite ad Atlanta, ma con il desiderio che questo sacrificio lo porti sino al grande ballo. Il suo innesto eleva il livello della difesa secondo il teorema “metti Deion su un WR e poi disegni la difesa pensando agli altri 10 uomini”. Il suo arrivo, era stato fortemente voluto perchè nella baia si stava verificando una sorta di dramma sportivo. Dopo i successi negli anni di Joe Montana, la dirigenza aveva deciso di dare avvio al ricambio generazionale dando il timone della squadra a Steve Young, che però aveva collezionato sconfitte in due championship consecutivi contro i Cowboys, e nei quali era stato battuto anche nel confronto diretto contro Troy Aikman. L’arrivo di Sanders, e di altri giocatori che porteranno poi i cercatori d’oro a sforare il salary cap, determinano quell’upgrade difensivo che avrebbe dovuto imbavagliare Irvin, ancora lui, e riportare i Niners al Super Bowl.
La stagione regolare si chiude con il record di 13-3 mettendo i cercatori d’oro davanti ai rivali texani riguardo al record vittorie-sconfitte, con il contributo di Sanders parla di 6 intercetti riportati per 303 yards, 2 TD ed il trofeo di miglior giocatore difensivo della lega. Così, come da copione, si gioca per la terza stagione consecutiva il championship tra queste due squadre. Per tutti è questo il vero Super Bowl, è la partita attesa sin dall’inizio dell’anno, come recitato nella sigla di presentazione del match.
Si tratta di una di quelle sfide che vengono giocate punto a punto, pallone su pallone, che vengono ricordate da tutti ancora oggi. La spuntano i Niners 38-28, ed è la prima, e sarà l’unica, volta sotto la guida Young, con l’equazione Sanders=anello che inizia a delinearsi come corretta. A quel punto la strada è in discesa, il Super Bowl si gioca contro i Chargers, e San Diego cede le armi senza nemmeno combattere soccombendo per 49-26, con Deion che intercetta un lancio del QB Gale Gilbert in end zone.

Al termine della stagione Neon diventa free agent, non rifirma con San Francisco e quindi si ritrova senza una squadra. Contemporaneamente a Dallas si infortuna il CB all pro Kevin Smith e per Jerry Jones puntare sul suo vecchio pallino non è più una questione di scelta, ma diventa una necessità. Deion diventa così un cowboy, e per la prima volta nella storia dello sport professionistico americano, un’azienda, la Nike, crea uno spot per celebrare il trasferimento, nel quale l’owner dei Cowboys alza la cornetta e chiama il CB a salvare i destini della stagione, e il numero 21, incitato dalle leggendarie cheerleaders di Dallas, entra in campo dicendo “sono nato pronto”, intercetta e ritorna subito il pallone in end zone. Insomma, se da un lato il contratto da 35 milioni per 7 anni distrugge la struttura salariale della squadra, facendo già vedere quelle che saranno le complicazioni future che questo creerà, dall’altro bisogna sottolineare che l’operazione non ha solo motivazioni tecniche, perchè JJ non ha solamente tolto il miglior CB della lega ai rivali, bensì ha anche motivazioni economiche, visto che ad indossare il casco blu e argento sarà il giocatore più mediaticamente in vista degli Stati Uniti, con tutte le ricadute che questo avrà sulla squadra già più esposta ai riflettori dell’intero mondo della palla ovale.

Nella terra del football si ripete il copione già letto nella baia californiana. Il suo innesto eleva la qualità della difesa, anche se a causa di problemi fisici gioca solo 9 partite in cui registra 2 intercetti e 24 tackles. Ma i Cowboys giunti alla fine del loro ciclo riescono comunque, tra mille difficoltà, a chiudere per la terza volta consecutiva una stagione da 12 vittorie. Nella post season prima eliminano Philadelphia anche grazie ad un TD di Deion con un end around da 21 yards, quindi nel Championship affrontano non più i ‘49ers, ma la nuova corazzata di Green Bay, con Brett Favre e compagni che però dovranno attendere ancora un anno per realizzare i loro sogni di gloria.

Il Super Bowl vede in campo due delle 3 franchigie più titolate di questo sport. I ragazzi di Jerry Jones da una parte e gli Steelers dall’altra. Il CB più in evidenza sarà Larry Brown, autore di due fondamentali intercetti, ma questo perchè il QB di Pittsburgh Neil O’Donnell non si fida a lanciare in direzione di primetime, che come al solito elimina la sua zona di copertura dalle chiamate offensive degli avversari. Le uniche volte che viene sfidato, rompe i passaggi con facilità disarmante, e per questo gli Steelers pensano ad evitarlo. Sappiamo che meno si nota un CB, meglio sta facendo il suo lavoro, perchè significa che ha tolto dalla partita i giocatori che prende in consegna. Ed è quello che accade nella calda serata di Temple a Neon.
In più, in uno dei primi possessi dei texani, si schiera come ricevitore, esperimento già fatto durante la stagione, e riceve un pallone fondamentale per chiudere un passaggio profondo di 47 yards che porta i suoi nella red zone avversaria e rompe l’iniziale equilibrio della finale. Stabilisce così il difficilmente battibile primato di unico giocatore ad aver ricevuto nonché intercettato un pallone nella finalissima. La vittoria per 27 a 17 dei ‘boys lo porta ad essere uno dei 5 CB ad indossare un anello di due squadre differenti. Non solo, in questa stagione Deion si è fatto schierare da entrambi i lati della linea di scrimmage, diventando il primo giocatore a farlo da 34 anni, sfruttando così anche le sue ottime mani, arrivando in stagione a giocare quasi 90 snap a partita. Queste prestazioni definiscono un nuovo standard sul quale misurare le capacità atletiche e di tenuta fisica di ogni futuro atleta. È proprio necessario ripetere Primetime?

La sua carriera continua a Dallas, ma la tripletta tra infortuni ed età che avanza perde colpi, così come tutto il roster che pian piano si sfalda, salta l’head coach Barry Switzer e Jerry Jones non riesce ad attuare un ringiovanimento della squadra tale da riportare ai vertici il suo team. Così Deion, che nel frattempo ha abbandonato il baseball per dedicarsi pienamente al football, vincerà solo un’altra partita di playoffs al Texas Stadium nella wild card del 1996 contro i Vikings, sebbene le sue prestazioni rimangano eccelse, tanto da portarlo alle Hawaii a giocare il pro-bowl per tutte e 4 queste stagioni.
Dopo 5 anni passati in blu e argento, approda a Washington, con il nuovo owner Dan Snyder che a suon di milioni lo porta nella capitale, innaugurando una tendenza tipica di questa proprietà. E anche se da pellerossa aggiunge 4 intercetti al conto totale della sua carriera, dopo solo un anno lascia sia gli ‘skins che il football giocato, ritirandosi nel 2001. Ritorna sui suoi passi, seguendo una tendenza vista in tantissimi campioni convinti di avere ancora qualcosa da dare sul campo, nel 2004 per giocare un’ultima stagione a Baltimore dove mette a segno altri 5 intercetti, e tutti giocando da nickel cornerback all’età di 38 anni. Questi 38 anni sono un dato non trascurabile, dato che il ruolo necessità della massima reattività, e solitamente il declino di un CB è veloce se non addirittura quasi verticale, ed è probabilmente il ruolo nel quale le primavere fanno sentire maggiormente il loro peso.

Nel 2005 la sua carriera termina definitivamente, e questo gli comporta solo un’attesa di qualche anno in più prima di entrare nella Hall of Fame, perchè devono passare almeno 5 anni dal ritiro prima di diventare eleggibile per l’arca di gloria. Che ci finisca però è indubbio, visto che è uno dei CB più dominanti che si siano mai visti nei campi di football, capace di produrre 53 intercetti da cui sono nate più di 1300 yards, secondo di sempre, con una media di 25 yards per intercetto, record, e 9 TD, a cui sommiamo più di 5700 yards nei ritorni di punt e kick off. Il tutto senza dimenticare le 60 ricezioni da WR. Un atleta senza limiti.

Alcune voci però si sono levate dal coro, dicendo che Deion sia stato un CB sopravvalutato, perchè come tackler era inconsistente. In un suo libro, il critico sportivo Sal Paolantonio parla proprio di quei giocatori sopravvalutati e sottovalutati nella storia dell’NFL, definendo ingiusta questa critica a Sanders: “Alcuni ritengono che non sia stato un grande cornerback perchè non ha mai fatto un tackle. Questa critica è come quella in cui si dice che Dan Marino non è stato un grande QB perchè non correva. Sanders è stato il miglio cover CB nella storia. A chi importa quanti tackles ha fatto? Il gioco riguarda fare giochi esplosivi e prevenirli. E Sanders li faceva entrambi”.
Secondo Brad Sham, broadcaster della radio dei Cowboys, questa mediocrità come tackler era dovuto al fatto che lui prendeva sempre decisioni a sfondo pecuniario, e il non rischiare di infortunarsi gravemente utilizzando il suo corpo in azioni di scontro era una decisione economicamente profittevole. Teoria rafforzata notando come lui in determinate occasioni faceva tackles decisi e tecnicamente ottimi. Ma la quasi totalità delle volte, non andava a scontrarsi con il suo uomo con la determinazione e la violenza necessaria.
È pur vero che Deion poteva permettersi di fare un ragionamento di questo genere, perchè oltre alle doti atletiche senza eguali, aveva ball skills, capacità di lettura e un quoziente intellettivo riguardante il gioco che gli permetteva di capire le decisioni dei QB che hanno avuto pochissimi eguali, se non nessuno. Chad Johnson, personaggio che di complimenti per gli avversari ne ha spesi molto pochi in carriera, ha detto: “Vi sono due tipi di cornerback. I CB normali si muovono per non essere battuti. Deion si muove per creare gioco”.

Piuttosto possiamo dire che le sue prestazioni sono state parzialmente oscurate da tutto quanto ha fatto fuori dal campo. Non ha mai infranto la legge o creato qualsiasi tipo di problema alle società in cui ha militato, però aveva creato intorno a sé un’attenzione mediatica negli USA persino superiore a quella che aveva negli stessi anni Jordan. Aveva partecipato al Saturday Night Live, sponsorizzava un’infinità di prodotti, cantava rap in cui esaltava sé stesso, arrivando a creare un personaggio talmente grande da mettere in secondo piano le meraviglie che compiva con l’ovale. Non importava quanto studiasse il gioco, sempre Paolantonio dice che “studiava così tanto i wide receiver che arrivava a conoscerli meglio di quanto non fosse per i loro stessi QB”. E non importava che nonostante gli atteggiamenti da prima donna, rimaneva apprezzatissimo dai compagni ed era un collante per lo spogliatoio, perchè quando si raggiungono tali livelli di grandezza, si moltiplicano i detrattori, e per loro queste qualità passavano in secondo piano. Il punto è che Deion marcava così tanto la mano sul suo personaggio da rendere loro questo compito meno impegnativo.
A Rich Dalrymple, direttore delle pubbliche relazioni dei Cowboys, appena arrivato nella big D, Deion disse: “Rich, io non amo la telecamera. È la telecamera che ama me. E non amo i soldi. Sono loro che mi amano”.
Però fuori dal campo era tranquillissimo. Merton Hanks, suo compagno di squadra nei Niners campioni del ’94 lo descrive come chi “non beve, non fuma, una persona sostanzialmente tranquilla. È quel tipo di persona con la quale puoi parlare della vita bevendo aranciata in terrazza”.
Ora lavora come opinionista per NFL Network, ma le sue stravaganze non sono sparite. Rich Eisen racconta che il suo collega ha 2000 vestiti, ed ogni volta che indossa una camicia, poi non la tocca per i successivi tre anni…

Ma per chi lo ha visto giocare, non c‘è critica che regga. Anche limitandoci alla statistica, quando un CB realizza un intercetto ogni 3,3 partite, ed è il CB meno sfidato dagli attacchi avversari, bè, rimangono pochi appigli cui aggrapparsi per muovere una qualsiasi osservazione ad un giocatore atleticamente senza eguali e che possedeva un’etica lavorativa altrettanto impareggiabile. Deion ha cambiato il vocabolario perchè è stato grazie a lui che si è creato il termine shutdown cornerback.

Cosa possiamo dire in conclusione di questo giocatore benedetto da qualità fisiche che la quasi totalità degli altri esseri umani può solo immaginare di poter raggiungere? Come cornerback dominava gli avversari, togliendo ai QB avversari il target sul quale si stagliava la sua ombra. Come giocatore di baseball aveva una capacità di rubare le basi che non aveva eguali, 56 nel solo 1997, ha guidato la MLB nel 1992 nella classifica delle triple ed ha giocato le world series con Atlanta in cui, tra l’altro, ha battuto .533. Se poi prendiamo in considerazione che faceva tutte queste cose a livello professionistico e contemporaneamente, non pare esagerato utilizzare qualsiasi tipo di aggettivo superlativo per descriverne le capacità. I record più significativi per farvi capire l’immensità dell’atleta sono quelli che lo vedono come l’unico giocatore di sempre ad aver segnato un TD in 6 maniere differenti, ovvero su ritorno di kick off e di punt, nonché su corsa, ricezione, intercetto e fumble recuperato. Quello in cui è l’unico uomo sulla terra ad aver mai battuto un home run e segnato un TD nella stessa settimana, nonché ad aver giocato sia un super bowl che una world series. Nel 1988 si era qualificato per i trials olimpici dei 100 e 200 metri, e si è tolto lo sfizio di mettere un singolo rap nella top ten americana. Tutto questo fatto in una sola vita. Primetime.

Legends | by Alvin Gabbana | 22/08/09

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