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Earl Campbell

Quando si parla di “power backs”, uno dei primi nomi a venire in mente è quello di Earl Campbell.
La sua potenza distruttiva, marchio di fabbrica del suo stile di corsa, era paragonabile a quella di un toro impazzito, al punto da richiedere spesso e volentieri due o più difensori per fermarlo.
“Il nostro gameplan era molto semplice. Entravo nell’huddle e gli chiedevo se fosse stanco. Se lui rispondeva di sì, allora chiamavo un paio di lanci”, dichiarò Dan Pastorini, quarterback degli Houston Oilers.
Nonostante sia passato alla storia per le poderose sgroppate in mezzo ai tackles avversari, Campbell era anche capace di girare l’angolo e involarsi off tackle in campo aperto, eludendo i tentativi di placcaggio dei defensive backs. Potenza, ma anche agilità e velocità nel gioco di piedi. Una combinazione semplicemente letale.

Earl Campbell nacque a Tyler, Texas, il 29 Marzo 1955. Tyler è una cittadina del Texas orientale famosa specialmente per le immense distese di campi di rose. Da ciò nacque il nickname che avrebbe accompagnato Earl per tutta la sua carriera sportiva: The Tyler Rose.
Sesto di undici figli, imparò ben presto il significato della parola “etica lavorativa” aiutando il padre B.C. nelle fatiche nei campi di rose sotto lo spietato sole texano.
Il primo approccio con il football avvenne durante i tempi della Dogan Junior High School, scuola di soli ragazzi di colore, quando fu reclutato da Thorndike Lewis, coach della squadra di flag. Ironicamente, la carriera di un runner destinato a piantare senza troppi complimenti il casco in mezzo al petto degli avversari iniziò in totale assenza di contatto fisico! Oltretutto Earl cominciò a giocare come kicker, per poi essere impiegato a partire dall’anno successivo anche come middle linebacker e running back.
Dalla Dogan passò alla Moore Junior High School, dove conobbe altre due persone fondamentali per la sua crescita di atleta e di uomo: coach Lawrence La Croix e la futura moglie Reuna Smith.
In quel periodo Campbell sviluppò una personalità che lo avrebbe fatto imporre come uno dei leader carismatici di quella scuola.
Quando giunse il momento di passare al liceo, la John Tyler High School, La Croix lo salutò con delle parole che si sarebbero rivelate profetiche: “Farai la differenza, sia in campo che fuori”.
I primi tempi furono durissimi: la John Tyler HS stava abbandonando troppo lentamente la mentalità segregazionista che aveva imperato per più di cento anni. Gli studenti di colore erano mal visti dai bianchi e questo rese il giovane Earl insolitamente schivo e riservato, al punto che saltò la prima sessione degli allenamenti autunnali. Corky Nelson, head coach della squadra di football, ignaro del suo talento sul campo di gioco, non fu impressionato positivamente da quell’assenza. Così lo dirottò nella seconda squadra, dove iniziò a mostrare principalmente le sue doti di middle linebacker. L’ingresso del suo vecchio mèntore Lawrence La Croix nel coaching staff della John Tyler fu forse la svolta. All’inizio dell’ultimo anno di high school, il 1973, Campbell fu schierato unicamente da running back e la stagione fu trionfale: la John Tyler finì imbattuta e vinse il titolo di stato per 21-14 contro la Austin Reagan.
Nella sua prima stagione da runner a tempo pieno, Campbell totalizzò 2224 yards e 28 touchdowns.

Era chiaro che un giocatore così sarebbe stato l’oggetto dei desideri di tutti gli scouts della nazione. Alla fine, per non allontanarsi troppo da casa e dalla madre Ann, Campbell restrisse le sue opzioni ai due college più prestigiosi della zona: Texas e Oklahoma. Grazie ad un corteggiamento spietato e alle premure del leggendario coach Darrell K. Royal, la spuntarono i Longhorns. La scelta fu combattuta fino all’ultimo: alla viglia del National Signing Day, Campbell era ancora indeciso tra le due. Così, prima di andare a dormire, si rivolse in maniera inusuale al “piano di sopra”: “Signore, se vuoi che io vada alla University of Texas, allora fammi alzare per andare a pisciare. Se invece dormirò senza interruzioni, allora saprò che la tua volontà è quella di farmi andare alla University of Oklahoma”, ricordò Campbell.
Anni dopo Barry Switzer, leggendario coach degli Oklahoma Sooners, venne a sapere di questo aneddoto ed esclamò: “Se l’avessi saputo, mi sarei fiondato a Tyler e mi sarei nascosto sotto al suo letto per tutta la notte!”
Earl lasciò la piccola Tyler e si presentò al gigantesco campus di Austin con un solo paio di jeans, due t-shirts, un abito che la sua futura moglie aveva cucito per lui e 40 dollari in tasca.
Il suo obiettivo non era soltanto quello di eccellere sui campi da gioco, ma anche quello di sgobbare sui libri per conseguire la laurea. Il suo anno da freshman fu estremamente positivo, grazie alle 928 yards guadagnate su corsa. Anche l’anno seguente fu molto proficuo: Campbell corse per più di 1000 yards e i Longhorns chiusero la stagione con un record di 11 vittorie e 2 sconfitte, imponendosi contro Colorado nel Bluebonnet Bowl. Ma il 1975, suo junior year, iniziò nel peggiore dei modi quando si lacerò un tendine durante una sessione di allenamenti. Per non deludere la squadra, Campbell decise di giocare nonostante l’infortunio. Al termine di quella stagione piena di alti e bassi, chiusa con il deludente record di 5-5-1, coach Darrell Royal si ritirò lasciando spazio a Fred Akers. Questi abbandonò la wishbone in favore della straight back formation, di cui Campbell sarebbe stato il cardine portando palla dalle 35 alle 40 volte a partita.
Gli fu chiesto di perdere peso, e dopo mesi di dure sessioni scese da 245 a 220 libbre.
Era l’alba di una stagione fenomenale: si impose come miglior runner della nazione con 1744 yards (ben 800 di queste erano state guadagnate dopo un contatto con l’avversario) e vinse l’ Heisman Trophy, primo Longhorn di sempre. Oltre a questo, vinse il Davey O’Brien Memorial Trophy e fu nominato All-American.

La logica e naturale conseguenza di una carriera collegiale di tale livello era l’ingresso tra i professionisti con una scelta altissima.
L’head coach degli Houston Oilers, Bum Phillips, amico di lunga data di Darrell Royal e anch’egli texano fino al midollo, voleva assolutamente assicurarsi le prestazioni del fenomeno locale.
Così gli Oilers spedirono il tight end Jimmy Giles e ben quattro scelte ai Tampa Bay Buccaneers, entrati a far parte della NFL nel 1976 come expansion team, per poterlo prendere con la prima assoluta al draft del 1978.
Campbell firmò un contratto da 1.4 milioni di dollari qualche giorno dopo il draft, con la prospettiva di diventare anche l’uomo immagine della franchigia.
Il suo impatto sulla NFL fu istantaneo: con 1450 yards divenne il primo rookie dai tempi di Jim Brown a vincere il rushing title della lega.

Houston, che non conosceva la postseason dal 1969, iniziò a fare davvero sul serio e divenne una contender. Tutta la nazione se ne accorse durante il Monday Night Game dell’ottava giornata, quando gli Oilers andarono a espugnare Pittsburgh. Campbell strappò 89 yards contro la famigerata “Steel Curtain” e guidò i suoi alla vittoria per 24-17.
Earl Campbell fu particolarmente straripante nel Monday Night Game del 20 Novembre 1978 contro i Miami Dolphins. Una grande prestazione di Bob Griese (23/33, 349 yards su passaggio e 2 TD) non fu sufficiente per gli uomini di Don Shula: Campbell guadagnò ben 199 yards sul terreno, segnando 4 touchdowns tra cui anche quello decisivo con una corsa di 81 yards.
“Quell’azione era un classico pitchout. Earl prese palla e andò off tackle. Cinque avversari avevano un buon angolo di placcaggio, due di essi erano cornerbacks, ma non lo presero. Una volta in campo aperto, Earl era inarrestabile”, ricordò Bum Phillips. Houston vinse 35-30 ed ebbe inizio la cosiddetta “Luv Ya Blue Era”.
Le sue prestazioni contribuirono significativamente al record di 10-6 registrato da quegli Oilers, che riuscirono a farsi strada nei playoffs battendo prima i Miami Dolphins e poi i New England Patriots.
Ma gli Oilers erano troppo monodimensionali per avere la meglio sui futuri campioni Pittsburgh Steelers, che uscirono vittoriosi per 34-5 dall’AFC Championship Game giocato nella pioggia gelida del Three Rivers Stadium.

La delusione di quella sconfitta spinse Campbell a lavorare ancora più duramente, al punto che si presentò ai nastri di partenza della stagione 1979 nella miglior forma fisica di sempre. Una condizione così brillante che gli permise di aggiudicarsi il secondo rushing title consecutivo, con 1697 yards e 19 TD.
Gli Oilers terminarono la regular season con l’ottimo record di 12-4, per poi farsi strada nei playoffs sconfiggendo prima i Denver Broncos e poi i San Diego Chargers. Ma quella che sembrava una marcia trionfale si interruppe proprio nel Championship Game giocato in territorio amico contro i “soliti” Pittsburgh Steelers, che riuscirono a imporsi per 27-13 sul turf dell’Astrodome.
La stagione 1980 fu la migliore in carriera per The Tyler Rose: con 1934 yards risultò il miglior runner della NFL per il terzo anno di fila.
“Se dovessi morire oggi, potrei dire di aver realizzato il mio sogno. Se c‘è una cosa che mi piace fare, è giocare a football. Ma questo non è un one-man show”.
E difatti al termine di quella regular season Campbell mostrò il suo affetto verso i suoi compagni regalando a ciascun componente della linea offensiva un Rolex in oro 18 carati!

Gli Oilers chiusero con 11 vittorie e 5 sconfitte, riuscendo anche ad estromettere gli Steelers campioni uscenti dalla corsa ai playoffs. Ma il cammino verso il Super Bowl finì ancora una volta prematuramente, questa volta per mano degli Oakland Raiders nell’AFC Wild Card Game.
Bum Phillips fu ritenuto il principale caprio espiatorio del mancato salto di qualità definitivo e venne sollevato dall’incarico di head coach in favore dell’assistente Ed Biles.
Questi decise di abbandonare la single back formation, preferendo schierare 2 split backs e utilizzare maggiormente Campbell come ricevitore in uscita dal backfield.
Per Campbell e gli Houston Oilers iniziò un periodo estremamente difficile: prima un record di 7-9 nel 1981, poi uno sciagurato 1-8 nel 1982 (stagione accorciata dal famoso sciopero dei giocatori) e un 2-14 nel 1983. Era chiaro che la “Luv Ya Blue Era” era finita nella polvere, mentre lo stile di corsa irruento di Campbell lo aveva inesorabilmente logorato.
Nonostante fosse ben spremuto, riuscì a correre per 1301 yards (12 TD) nel 1983, conquistando la quinta e ultima convocazione al Pro Bowl.

Dopo 6 partite della stagione 1984 gli Oilers lo mandarono ai New Orleans Saints, dove ritrovò Bum Phillips come head coach, in cambio della loro prima scelta del draft 1985.
Earl aveva appena accompagnato il figlio dal barbiere quando apprese la notizia soltanto quando accese la radio. Fu uno scambio che scontentò tutti: i tifosi degli Oilers era ancora legati al loro idolo, mentre la stampa di New Orleans considerò la prima scelta una contropartita troppo alta per una star in chiaro declino. Nella “Big Easy” Campbell accumulò 468 yards su 168 portate, dividendosi gli snaps con il rookie George Rogers.
La stagione 1985 sarebbe stata l’ultima in carriera, con 643 yards guadagnate in 158 portate.
Durante l’Agosto del 1986, in piena preseason e dopo un duro scrimmage contro i New England Patriots, Campbell sentì che era arrivato il momento di fermarsi. Il suo fisico era così provato che riusciva a malapena a camminare. Convocò una breve conferenza stampa e comunicò a tutti la decisione. Quindi prenotò un volo per Houston e tornò a casa.

Leggendo attentamente le cifre si può notare quanto gli Oilers fossero dipendenti dalla loro stella. Tra il 1978 ed il 1981, Campbell ebbe una media di 22.6 portate e 104 yards corse a partita (e gli Oilers registrarono un record di 39 vittorie e 25 sconfitte). Nelle ultime 4 stagioni ebbe una media di 14.8 portate e 56 yards corse a partita, e il record totale vinte-perse (tra Oilers e Saints) recita un impietoso 12-47.
Dopo il ritiro, gli strascichi di quello stile di gioco così fisico e degli innumerevoli gang tackles si sarebbero aggravati con il passare degli anni. Una grave forma di artrite ad entrambe le ginocchia ed i dolori lancinanti alla schiena gli hanno reso difficile anche il semplice camminare, al punto da ricorrere in diverse occasioni alla sedia a rotelle.
D’altra parte il prezzo da pagare era chiaro. Mean Joe Green affermò che, tra i running backs affrontati, Earl Campbell fu quello ad aver prodotto più danni sulle difese avversarie.
Cliff Harris, safety dei Dallas Cowboys nonchè uno dei più grandi intimidatori di sempre, dichiarò che in caso di impatto con Campbell “Tutto quello che si può fare è chiudere gli occhi e pregare che non ti distrugga il casco”.

Heisman Trophy nel 1977, due volte All-American (1975, 1977), Cinque volte Pro Bowler (1978, 1979, 1980, 1981, 1983), tre volte All-Pro (1978, 1979, 1980), Offensive Rookie of The Year (1978), tre volte MVP ed Offensive Player of The Year (1978, 1979, 1980), un Bert Bell Award (1979).
Le cifre totali nella NFL recitano questo: 9407 rushing yards, 121 ricezioni per 806 yards, 74 touchdowns segnati.
Un pedigree del genere, sia a livello collegiale che professionistico non poteva che tramutarsi nel tributo definitivo alla carriera.
E infatti nel 1990 fu introdotto nella College Football Hall of Fame, mentre l’anno successivo avvenne il sacrosanto ingresso nella Pro Football Hall of Fame, al primo anno di eleggibilità.
A questi riconoscimenti così “canonici” per tutte le leggende del football se ne aggiunse uno molto più singolare: nel 1981 fu il quarto uomo ad essere proclamato “Official State Hero of Texas”, dopo Stephen F.Austin, Davy Crockett e Sam Houston. Quel ragazzo proveniente da una piccola cittadina del Texas orientale era entrato a far parte della schiera degli eroi dello stato, facendolo con l’umiltà tipica dei grandi: “Sono solo uno che crede che se si lavora duro, le onorificenze arrivano di conseguenza. Cerco solo di fare in modo che i miei risultati parlino da soli”.

Bibliografia

- 75 Seasons
- www.earlcampbell.com
- “Earl Campbell, The Tyler Rose” by Don Smith, published by The Coffin Corner: Vol.17, No.4 (1995)

Legends | by Roberto Petillo | 06/09/09

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