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Jim Kelly

Jim Kelly sarà sempre, purtroppo, ricordato per essere stato l’icona dei Buffalo Bills, sconfitti in quattro Super Bowl consecutivi agli inizi degli anni 90, definiti da molti come la squadra perdente per antonomasia della storia della NFL.

Lui era il leader di quella squadra, capace di strabiliare fino al grande evento per poi sciogliersi improvvisamente come neve al sole.

Nessuno, però, potrà mai togliere a Kelly, nonostante le sconfitte, quella sensazione di spettacolarità, capacità di lettura del gioco e tenuta fisica, che ha segnato la sua carriera, che ha segnato la sua carriera e che ne ha fatto uno dei più grandi quarterback della storia del football professionistico.

Nato nel 1960 a Pittsburgh e cresciuto a East Brady, paesino a 55 miglia dalla sua città natale, Kelly accetta nel 1979 l’offerta della Miami University, programma universitario emergente del panorama del college football, unica ad offrirgli il ruolo di quarterback dopo che Penn State e Pittsburgh avevano pensato ad un ruolo di linebacker, vista la stazza del ragazzo, Kelly pone le basi della sua fantastica carriera lanciando subito gli Hurricanes nel panorama nazionale (da cui poi nascerà la dinastia di “The U” degli ultimi 25 anni) e finendo in tutti i taccuini degli scouts NFL.
Un infortunio a metà dell’anno da senior, che frantumò le speranze di titolo nazionale per Miami e di Heisman Trophy per Kelly, gli fece perdere posizioni nel mitico Draft del 1983, in cui il primo pick assoluto fu John Elway.

Kelly fu scelto con la 14° chiamata dai Buffalo Bills, ma subito declinò le offerte NFL per accettare i dollari della emergente USFL, andando a guidare l’attacco degli Houston Gamblers.
Nei due anni trascorsi in USFL, Kelly guadagno’ quasi 10000 yards, segnando 83 touchdowns, un autentico dominio che ne fece l’ovvio MVP in entrambe le stagioni passate nella Lega concorrente alla NFL.

Alla fine del 1985 la USFL si sciolse e Kelly, firmando un contratto faraonico di 1,7 milioni di dollari l’anno (giocatore più pagato della Lega all’epoca) approdò nella squadra che lo aveva scelto nel 1983 e che veniva da due stagioni consecutive chiuse con il record di 2 vinte e 14 perse.
L’impatto dell’ex Miami e Gamblers fu subito tangibile sui Bills e la sua leadership in campo si fece sentire fin dai primi snap. La squadra però non era ancora completa per poter puntare ai playoff e così, a metà della prima stagione di Kelly in NFL, Buffalo licenziò il coach Hank Bullough per chiamare l’ex coach dei Kansas City Chiefs, Marv Levy.

Da quel movimento attraverso ottimi movimenti in sede di free agency, nonché scelte al Draft risultate decisive per le sorti del team, come quelle di Bruce Smith (primo pick assoluto del 1985), Cornelius Bennett (2° pick assoluto del 1987) e Thurman Thomas (nel 1988), i Bills iniziarono a vincere, senza più voltarsi indietro.

Kelly chiuse il suo primo anno da pro con 3593 yards lanciate e 22 td pass, dimostrando subito un braccio in grado di lanciare la palla ovunque, ma fu nel 1988, con l’arrivo del running back rookie Thomas, a completare con il ricevitore Andre Reed una coppia di star su cui Kelly modellò il proprio gioco, che Buffalo iniziò la sua prepotente cavalcata verso le vette della NFL, facendo nascere, grazie al genio offensivo di Marv Levy, il famoso attacco No Huddle, costruito su misura per le capacità di lettura immediata e rilascio rapido della palla del proprio quarterback.

I Bills chiusero quell’anno al comando dell’East Division della AFC e Kelly superò ancora le 3300 yards in stagione, vincendo la sua prima partita di playoff contro i futuri arci rivali degli Houston Oilers, per poi soccombere nell’AFC Championship di fronte ai Bengals di Boomer Esiason.
Il titolo divisionale venne replicato nel 1989, anno famoso per la più significativa delle 23 comeback wins della carriera di Kelly, nella casa del suo amico-rivale Dan Marino, a Miami, con due touchdowns negli ultimi cinque minuti, sfruttando a pieno le armi del No Huddle Offense e chiudendo con una leggendaria corsa in end zone, in mezzo alla offensive line dei Dolphins, da condottiero, immagine indelebile per tutti i fans di Buffalo.
Nei playoff, però, nonostante una prestazione da 405 yards e 3 td pass, i Bills persero al 1° turno contro Cleveland, causa anche un paio di intercetti di Kelly, capitalizzati dall’attacco dei Browns.

Nascono le prime critiche, sembra che Kelly non sia in grado di dare un segno tangibile della sua grandezza anche nei playoff e i paragoni con i suoi compagni di Draft e di ruolo, Dan Marino e John Elway, anche loro incapaci di essere decisivi nella postseason, si sprecano.

Nel 1990, dopo i dubbi della offseason, Kelly fu superlativo.

Non superò le 3000 yards lanciate, come nei due anni precedenti, anche grazie al fatto di poter variare il gioco con le corse di Thurman Thomas, ma completò il 63% dei passaggi, segnando 24 touchdowns con soli 9 intercetti, per uno strabiliante rating stagionale di 101.2, record NFL.

Guidò i Bills al terzo titolo dell’AFC East consecutivo, con un record di 13-3, frutto del miglior attacco della lega e di una difesa che metteva pressione su qualsiasi avversario.
Un accoppiamento beffardo regalò l’ennesimo duello con Dan Marino la partita fu una delle più spettacolari di sempre, con un duello all’arma bianca fra i due quarterbacks, vinto da Kelly, con il punteggio finale di 44 a 34, che chiuse con 19/29 per 339 yards e 3 td pass.
La Finale di Conference vide il massacro dei Bills ai danni dei Los Angeles Raiders, con Kelly ancora a 300 yards lanciate con soli 17 lanci e la sensazione di avere il totale controllo degli avversari.

Nel Super Bowl, però, spesso sono le difese ad essere protagoniste, e l’avversario dei Bills, i New York Giants, di Bill Parcells e del guru difensivo Bill Belichick, avevano già messo la museruola ai 49ers di Joe Montana e Jerry Rice nell’NFC Championship.

Fecero la stessa cosa anche contro il No Huddle Offense di Buffalo, riuscendo semplicemente a non farlo andare in campo.
Kelly non riuscì quasi mai ad imbastire un drive pulito, rimanendo spesso in panchina a guardare i Giants correre all’infinito, sviluppando drives interminabili.

Pur non segnando nemmeno un td pass, il quarterback dei Bills riuscì a portare in vantaggio la propria squadra con il poco concesso, venendo poi superato nel finale da una corsa in end zone di Ottis Anderson. Ciò nonostante, nell’ultimo drive, la magia dell’ennesimo e stavolta storico comeback si stava per compiere, con Kelly che portò la palla sulle 30 yards avversarie.

Il field goal di Scott Norwood dalle 47 yards finì fuori dai pali e la vittoria andò ai Giants per un solo punto. Quella fu probabilmente l’unica occasione vera per Kelly e per Buffalo di vincere un Super Bowl.

Nel 91, nonostante la batosta psicologica di un Super Bowl perso all’ultimo secondo, Buffalo vinse il titolo divisionale, con Kelly, coadiuvato da un Thurman Thomas infermabile, votato Offensive Player of The Year, raggiunse vette offensive irreali, sfiorando le 4000 yards, con il record personale di completi (304), il primato NFL di touchdowns (33) e il record personale nella percentuale di lanci completati (64,1%), arrivando al Super Bowl con le vittorie contro Kansas City e contro Miami, in una rara partita only defense dei Bills.
Scesero in campo da sfavoriti contro i Washington Redskins di Mark Rypien e in men che non si dica si ritrovarono sotto 24-0, senza alcuna possibilità di replica.
Kelly tentò ben 58 lanci (record per il Super Bowl), di cui solo 28 completati, con 4 intercetti, in una delle peggiori partite della sua lunga carriera.

L’anno successivo altra stagione da più di 3400 yards e 23 td pass, con la chicca delle 403 yards lanciate (career high) proprio nel confronto con l’emergente stella di Steve Young, che aveva appena chiuso il regno di Joe Montana ai 49ers.

Un infortunio alla spalla della propria stella, nell’ultima gara di regular season, costrinse i Bills a lasciare il titolo divisionale a Miami, e a disputare il wild card game contro gli Houston Oilers senza Kelly.
La partita del Rich Stadium, con il backup Jim Reich in cabina di regia, è ormai leggenda e permise a Kelly di rientrare nell’AFC Championship contro Marino e i Dolphins, da sfavorito, al Joe Robbie Stadium di Miami, pronto a celebrare il grande momento del proprio idolo.

Alla fine fu ancora Kelly ad uscire vincente dal duello, nonostante una gara sottotono, ma l’infortunio e il recupero troppo frettoloso si fecero sentire nel Super Bowl contro i giovani e invincibili Dallas Cowboys del trio Aikman-Smith-Irvin, nel quale partì in modo disastroso con due intercetti e un fumble, per poi venire sostituito e vedere dalla panchina i suoi Bills soccombere per 52 a 17.

Tutti credevano alla fine di un’epoca, ma il No Huddle Offense aveva ancora delle cartucce da spendere e Kelly dimostrò, nell’anno seguente, di non essere affatto finito, superando ancora una volta le 3300 yards, quinta volta in carriera, con 22 touchdowns e riuscendo a ritornare in vetta alla Division, per poi trovare vita facile nei playoff contro i Raiders e i Chiefs e approdare al quarto Super Bowl consecutivo.

Mai nessuna squadra NFL aveva giocato quattro Super Bowls di fila, e probabilmente mai nessuna li giocherà, ma per i Bills e per Kelly quello che contava era vincere, non partecipare.

L’unico problema erano gli avversari, ancora i mitici Cowboys, pronti a diventare una dinastia.

Kelly decise di giocare la partita da protagonista assoluto, insistendo sul passing game, e nel primo tempo, pur non segnando personalmente, riuscì a portare i Bills in vantaggio 13 a 6.
Nella ripresa però l’incubo di Buffalo si materializzò per l’ennesima e ultima volta, trasformando una corsa di Thomas nella metà campo di Dallas in un fumble riportato in meta dal defensive lineman James Whashington.

Da quel momento salì in cattedra Emmitt Smith e per i Bills fu notte fonda.

Kelly continuò a lanciare, finendo con 50 tentativi e 31 completi (record nel Super Bowl), ma non riuscì mai a varcare l’end zone avversaria e uscì sconfitto per la quarta volta.

La sua carriera continuò per altri tre anni, in cui i Bills raggiunsero la postseason altre due volte, dimostrando l’eccezionale tempra mentale di Kelly che, dopo quattro Super Bowls consecutivi persi, riuscì a mantenersi su livelli impensabili, con altre due stagioni da più di 3000 yards e 22 touchdowns.

Proprio i playoff, però, diedero l’ultima e definitiva delusione al quarterback dei Bills, quando la nuova franchigia dei Jacksonville Jaguars violò per la prima volta nella post season il Rich Stadium, nel wild card game del 1996.

Fu l’ultima sconfitta per Jim Kelly, che alla fine di quell’anno si ritirò.

Chiuse la carriera con numeri all-time, come le 35467 yards lanciate, i 2874 completi e i 237 touchdowns, tutti records per i Buffalo Bills, ma senza l’anello di campione, così come il suo grande rivale Dan Marino.

Nel 2002, al 1° anno di eleggibilità, fu introdotto nella Hall Of Fame di Canton, dedicando il suo discorso di introduzione al figlio Hunter, malato della leucodistrofia Krabbe e morto nel 2005 all’età di otto anni, regalando uno dei momenti più emozionanti della storia del football, quando disse, in lacrime:
“E’ stato scritto che il marchio della mia carriera è stata la durezza, ma la persona più dura che io abbia mai incontrato nella mia vita è mio figlio, il mio eroe, Hunter”.

Con questa frase Kelly chiuse il suo discorso e il suo percorso nella NFL, da protagonista, da vincente, nonostante quei maledetti 4 Super Bowls.

Legends | by Teo | 19/03/07

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