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Johnny Unitas: il Migliore

Raccontare la storia di Johnny Unitas non è facile. Mettersi di fronte a una pagina vuota e riempirla di parole che rendano giustizia a un grande giocatore del passato non è mai semplice, soprattutto quando nella nostra memoria restano soprattutto brevi flash, sprazzi di partite in formati audiovideo moderni che soltanto in parte ci danno l’idea della grandezza di chi ha preceduto gli eroi della domenica che conosciamo oggi. Parlare di un qualcosa che non si è mai visto, o che si è visto poco, è la forma più difficile che ci sia per spiegare a chi legge per quale ragione un nome rimanga più impresso nella memoria rispetto ad altri. Quando il tutto va a toccare una leggenda come Johnny U la situazione si complica, perché la prima regola che bisogna imparare quando si parla del grande quarterback dei Colts è che i numeri non dicono nulla e che, per raccontarvi di lui, ce li dobbiamo dimenticare perché non sono tutto, anzi. Raccontare di lui senza aver assaporato quei tempi, sentito quei boati, respirato quegli odori è impossibile, ma la storia della NFL e del football passano per forza da lì.

Johnny Unitas ha chiuso diciotto stagioni da professionista a 40239 yards lanciate il che lo piazza al decimo posto della classifica di tutti i tempi, sovrastato in buona parte da gente venuta dopo di lui e, in alcuni casi, che di suo non aveva la metà del carattere, della classe, della forza in campo. Lo stesso Frank Tankerton, però, che con Johnny U ha incrociato buona parte della carriera (dal 1961 al 1973) lo ha superato senza riuscire in ogni caso a scrivere un terzo delle pagine leggendarie che il signore nato a Pittsburgh nel 1933 ha depositato negli archivi della storia del football. Per parlare di lui ci siamo affidati a ciò che la tecnologia moderna ci permette di sfruttare, allo studio, e alle parole di chi lo ha visto. Se un sito come il nostro vuole raccontare le gesta e la storia del football americano, siamo già in colpevole ritardo per non avervi parlato prima di lui.

Se oggi Unitas è considerato ancora il più grande di ogni tempo da giovani e più anziani osservatori americani, il motivo è da scoprire nel carattere di un uomo, visto ancora oggi come il migliore quarterback per quel che concerne la gestione delle partite, del cronometro, per il coraggio delle scelte sul campo e la leadership con la quale, da sempre, ha condotto i propri compagni in ogni sfida. Nato come John Constantine Unitas il 7 maggio del ’33, Johnny rimane orfano di padre a soli 5 anni ed è cresciuto da una immigrante lituana che solo con un doppio lavoro riusciva a sbarcare il lunario per mandare avanti la famiglia. All’età scolastica Unitas scopre il football e gioca sia come QB che come runningback per la St. Justin HS di Pittsburgh ottenendo discreti risultati; non saranno però sufficienti, visto che Notre Dame e Indiana University passeranno sopra di lui senza offrirgli un posto nei loro atenei, mentre l’ingresso all’università di Pittsburgh è solo responsabilità del ragazzo, il quale fallisce i test d’ingresso. L’opportunità di giocare football al college arriva così da lontano, ossia dal Kentucky, patria del pollo fritto più famoso al mondo e dell’università di Louisville. Louisville chiama Unitas risponde, l’accordo è fatto.

In NCAA la storia comincia ad essere scritta nel 1951; dopo un avvio deludente i Cardinals schierano in campo Unitas alla quinta giornata contro St. Bonaventure; gli avversari vinceranno la gara 22-21 grazie a un field goal nel finale, ma quel nuovo quarterback si metterà subito in mostra: undici completi consecutivi, tre touchdown e vittoria sfiorata quando il record stagionale è fisso sul 1-4. Una nuova sconfitta giunge, ma a Louisville cominciano a fregarsi le mani: quel talento venuto dalla fredda Pittsburgh sembra valere davvero la spesa. La prima vittoria di Unitas è l’inizio di una striscia che porterà i Cardinals a chiudere 5-5 senza più perdere una partita; i primi a cedere sotto i suoi colpi sono i ragazzi di Houston, sconfitti 35-28 con quello “scricciolo” (si era presentato al primo giorno di allenamento misurando 184 cm per 66 kg) di QB capace di tracciare il campo per 240 yards e 4 TD con una precisione tremenda.

Unitas è pronto a diventare il mito dell’università, ma la nuova politica della scuola presentata dal rettore Philip Davidson complica la vita di molti atleti/studenti e buona parte di loro non riescono ad ottenere gli standard per far parte di nuovo della scuola. Coach Camp si ritrova una rosa ridotta all’osso e non riesce a definire i team difensivi e offensivi, creando un unico solo squadrone. Unitas si trova costretto a giocare linebacker e safety in difesa, quarterback in attacco e returner per gli special team. L’inizio è comunque promettente, i Cards vincono le prime due gare e durante la seconda di queste, contro Florida State, Johnny U fa parlare di se con una eco tremenda tra tutti i collegiali degli Stati Uniti grazie a un lancio da giocoliere con palla fatta passare sotto la propria gamba prima del rilascio e passaggio completato per 15 yards. Le forze vengono però a mancare nel tempo e Louisville chiude 3-5. Nel 1953 le cose peggiorano, la squadra chiude 1-7 ma nonostante tutto Unitas mette in evidenza caratteristiche atletiche invidiabili e, soprattutto, quella dedizione, quel coraggio e quella passione per il gioco che diverranno il suo marchio di fabbrica. Pazzesca la prestazione contro Tennessee in una gara persa 59-6: Unitas lancia 9 su 19 per 73 yards, corre per 52 yards segnando l’unica meta della squadra, ritorna sette calci tra kick off e punt per 88 yards e piazza l’86% dei placcaggi della squadra. Un uomo solo in campo; un infortunio subìto nel quarto periodo lo obbliga a lasciare il campo mentre il pubblico gli dedica un’ovazione da leggenda.

Unitas diventa capitano nel 1954 di una squadra da soli 34 giocatori, di cui 21 esordienti. Una serie di infortuni ne condizionano la stagione e con 527 yards non riuscirà nemmeno ad essere leader nei passaggi della squadra; Unitas perderà buona parte di un campionato conclusosi 3-6 e con chance praticamente nulle di giocarsi un po’ di visibilità in vista del draft. Come previsto il giocatore scivola sino al nono round dove i Pittsburgh Steelers lo scelgono come 102^ chiamata assoluta per poi rilasciarlo prima dell’inizio della stagione. Unitas si sposa ed ha un figlio e, per mandare avanti la famiglia, lavora per un’impresa edile nella propria città natale; per arrotondare la domenica scende in campo con i Bloomfield Rams, team semi-pro che lo paga 6$ a gara.
Nel 1956 la svolta, quando lui e il suo compagno dei Rams, nonché amico di famiglia, Jim Deglau (anch’esso di origine lituana) vengono contattati da Weeb Ewbank per provare al camp estivo dei Baltimore Colts. I due si fanno prestare i soldi per la benzina del viaggio dagli amici e partono, benché lo zio di Unitas sia convinto che un nuovo taglio mortificherebbe le ambizioni del ragazzo e lo metterebbe sotto pessima luce nei confronti delle altre franchigie NFL. Tutto questo, ovviamente, dopo che la politica di Louisville ne aveva nettamente danneggiato la visibilità, così lo zio sconsiglia al nipote di partire.

Ewbank, invece, si rende immediatamente conto con chi ha a che fare; Johnny Unitas è un ragazzo intelligente, attento, concentrato, un gran lavoratore sul campo e una persona in grado di gestire al meglio le proprie potenzialità. I Colts firmano con lui un contratto, Johnny U entra nella NFL e dopo un anno di apprendistato prende pieno possesso del ruolo di quarterback di Baltimora nel 1957. L’anno seguente Unitas guida al primo di cinque championship NFL la propria squadra e dopo un record stagionale di 9-3 si prepara ad affrontare i New York Giants allo Yankee Stadium in diretta nazionale. Durante quella partita Unitas giocherà alcuni dei drive più incredibili di sempre, giocate che nella lega pro americana verranno emulate solo dal grande John Elway parecchi anni dopo.

I Colts chiusero il primo tempo in vantaggio 14-3 subendo la rimonta ed il sorpasso dei Giants sino al 17-14 per NY; in quella che verrà ricordata come la più grande partita di sempre nella storia NFL e che ridarà spinta ed entusiasmo al popolo nei confronti del gioco, Unitas piazzerà le giocate decisive prima per portare la squadra in overtime e poi per regalare a Baltimora il primo titolo di sempre. I Colts si ritrovarono dopo due incompleti a giocare un 3° e 10 a 79 secondi dal termine con 86 yards da ricoprire. Unitas giocò il play successivo prendendo tempo, fintando due volte sugli avversari, muovendosi nel backfield con pazienza e attenzione prima di trovare Raymond Berry per undici yards. Chiuso il down la coppia Unitas-Berry si esibì in altri due lanci chiusi rispettivamente con 16 yards in tuffo e 21 yards direttamente sulle 35 degli avversari. Qualche corsa aggiuntiva portò i Colts sulle 13 di NY e da lì un field goal mandò per la prima volta nella storia una finale al supplementare.
I Giants vinsero il lancio della moneta ma sciuparono il loro drive con un three and out che li costrinse al punt; i Colts sarebbero ripartiti dalle proprie 20 e Unitas promise ai suoi che quella sarebbe stata l’ultima azione della partita, che avrebbe portato i Colts fino alla endzone. Johnny U si caricò i compagni in spalla e cominciò bene il drive prima di ritrovarsi abbattuto da un sack che costrinse Baltimore a giocarsi un 3° e 15 dalle proprie 35 yards. Unitas trovò di nuovo Raymond Berry, secondo bersaglio di sempre trasformato quella notte in star assoluta; il guadagno fu di 21 yards e il resto lo fece Unitas, chiamando giochi speciali e coperture sul backfield corrette. Ancora due palloni in aria e Baltimora fu dentro le dieci avversarie. Poi il tutto sembra fermarsi; prima un’interruzione televisiva per colpa di un cavo staccato da tifosi dei Colts, dopo una sul campo per l’invasione di un fan che costrinse gli arbitri a interrompere il gioco per parecchi minuti.

Ewbank chiese al proprio QB di far correre il pallone tre volte prima di tentare, eventualmente, un calcio, ma dopo il guadagno di una sola yard Unitas sconfessò il proprio head coach pescando con un lancio rischiosissimo un proprio receiver ad una yards dalla meta. Il suo coraggio, dicevamo, un lato del carattere che lo ha spinto spesso a farsi intercettare, ma che gli ha anche concesso il lusso di riscrivere più volte la storia con le proprie mani. Il terzo down a un passo dalla gloria lo ricoprì Alan Ameche, detto “the Horse”, il cavallo, che sfruttò un buco immenso creato dalla propria linea offensiva per segnare il punto decisivo. La storia era scritta, Unitas sul tetto del mondo.

Nel 1959 Baltimora concede la rivincita ai Giants dopo un altro 9-3 stagionale, ma decide di concedere anche il bis ai propri tifosi. I Colts giocarono il secondo Championship consecutivo di fronte al proprio pubblico nel Memorial Stadium, ma per tre quarti fu uno shock vedere i giocatori di casa immobilizzati, quasi impauriti e sotto per 9-7 all’inizio del quarto periodo. L’attacco di Unitas guiderà solo drive vincenti negli ultimi quindici minuti segnando 24 punti; inutile la reazione dei Giants, il 31-16 finale regalerà il dominio completo dei Colts sulla NFL. Un dominio che s’interromperà subito, tenendo lontano Baltimore dalla postseason per quattro stagioni nonostante Unitas riesca, per la prima volta in carriera, a superare le 3000 yards in stagione nel 1960. Nonostante l’alto numero di intercetti, spesso subiti per un’eccessiva foga nel cercare lunghi guadagni, Unitas evidenzia sempre di più una grande maturità e un immenso spirito, oltre ad un braccio che, se spesso non è preciso come lui vorrebbe, è davvero uno dei più potenti mai visti.

Ciò non basterà ai Colts per rivincere il titolo nel 1964 quando, al secondo anno di Don Shula sulla sideline, Unitas, MVP stagionale, e soci usciranno con le ossa rotte dal Championship, battuti 27-0 dai Cleveland Browns. Il punto più duro da cui ripartire per il grande quarterback, il momento in cui ci si rende conto che si può uscire con 0 punti sul tabellino anche se in campo c’è Unitas, the Master.
L’anno successivo la NFL inserisce il Divisional Playoff, ma i Colts volano nella Frozen Tundra di Green Bay ed escono sconfitti 13-10 dagli uomini allenati dal leggendario Vince Lombardi. La squadra fatica ad avanzare fino alla postseason, e nemmeno le 3428 yards lanciate da Unitas nel 1967, al secondo anno dell’era Super Bowl, bastano per arrivare ai playoffs. Unitas è di nuovo MVP della stagione, ma la rincorsa al titolo NFL-AFL è rinviata di un anno.

Nel 1968 i Colts riescono infatti a giungere al Super Bowl di Miami, ma il loro capitano arriva da una stagione piena di infortuni e ha giocato solo 5 gare. A sostituirlo Earl Morrall, appena arrivato in squadra da New York e capace di trionfare come MVP della Lega grazie a 2909 yards. Morrall guida benissimo un attacco collaudato, spinge i Colts fino alla postseason dove vincono 24-14 contro Minnesota e si prendono la rivincita nella finale NFL battendo i Browns con uno shutout ancor più pesante di quello subito anni prima: 34-0. Ora servirebbe il Super Bowl per completare l’opera e la grandezza di Unitas esce nonostante la sconfitta subita dai NY Jets di un altro grande: Joe Namath. Shula osserva il suo attacco in difficoltà per tutto l’incontro e un Morrall sovrastato dalla difesa biancoverde che lo intercetta tre volte. Mettere in campo Unitas è l’unica speranza ma un solo unico lunghissimo drive da sette punti non bastano per ribaltare il pesante passivo. Il 16-7 finale è la consacrazione di Namath, la rivincita di tutta la AFL e il trionfo di Weeb Ewbank, primo maestro di Unitas nella NFL. A Unitas resta la consolazione di aver giocato il drive più bello della gara con una condizione fisica poco invidiabile.

Unitas riprende la guida della squadra a tempo pieno e continua a deliziare le platee degli Stati Uniti, anche se l’infortunio dell’anno prima ne ha limitato la mobilità. Non la sicurezza però e, nel 1971 con Don McCafferty in panchina, Unitas guida la squadra a un 11-2-1 e si sbarazza di Cincinnati e Oakland nei playoffs di una lega ora unificata e vincendo la American Football Conference. I Colts tornano a Miami per il secondo Super Bowl della loro storia, il quinto assoluto. Unitas arriva all’evento con nuovi problemi fisici, problemi che ormai sembrano non abbandonarlo più; nella partita ricordata come il Blunder Bowl (perché caratterizzata da 11 turnovers totali) Unitas riesce a farsi intercettare due volte e lancia solo 8 tentativi. Delle sue sole 88 yards totali, 75 sono dovute a un TD pass per John Mackey che porterà il risultato sul sei pari. Nel secondo tempo anche Earl Morrall troverà spazio per la propria rivincita personale, guidando definitivamente al successo i Colts per 16-13.

Con l’anello al dito Unitas si avvierà a chiudere la carriera ancora pieno di infortuni e giocando 21 partite in due stagioni (entrambe finite ai playoffs) prima di chiudere con 5 apparizioni a San Diego dove riuscirà a superare le 40000 yards in carriera (postseason compresa), primo quarterback di sempre. Dopo il ritiro Unitas diventerà commentatore per la CBS, ma sarà spesso visto a bordo campo per le partite casalinghe dei Colts, sempre accolto da un’ovazione del pubblico. Quando nel 1984 la franchigia verrà spostata a Indianapolis, Unitas, come ogni tifoso tradito dei Colts, rifiuterà di tenere ogni benché minimo rapporto con la squadra la quale manterrà, in ogni modo, i record di franchigia ottenuti nella vecchia locazione e confermando che (e ci mancava solo che non fosse così!) la maglia numero 19 era da considerarsi ritirata. La nascita dei Ravens lo riporterà allo stadio dove verrà accolto dagli stessi tifosi di sempre, con nuovi colori addosso ma molto più legati alla sua storia di quanto non possano esserlo nell’Indiana. Nella partita d’esordio dei Ravens in NFL è lui che va a centrocampo per il lancio della moneta mentre i giocatori gli regalano un ovale autografato da chi cercherà di riportare la gloria del football in città (i Ravens vinceranno il titolo per Baltimora prima che i Colts riescano a farlo per Indianapolis).

La storia di Unitas vive su grandi numeri, dai 290 lanci in touchdown ai (pessimi) 253 intercetti, passando per le 1777 yards corse, altra grande specialità che ha accompagnato il nostro nei momenti di pressione nella tasca, e non solo, fino al 1964, anno in cui i primi problemi fisici ne condizionarono atletismo e mobilità. Il numero più impressionante è quello però di partite consecutive con almeno un passaggio touchdown (47), primato stabilito tra il 1956 e il 1960 e spesso accostato a quello di Joe DiMaggio, altra leggenda dello sport, e costituito da 56 partite consecutive con almeno una battuta valida nella Major League di baseball. Unitas non può però essere accostato ai numeri, lo abbiamo detto subito iniziando l’articolo, perché superato dai tempi, dall’aumento del numero di partite, da allenamenti e farmaci che hanno fatto passi da gigante garantendo spesso maggior continuità al fisico degli atleti. Non può essere accostato a un presente fatto di giochi aerei sviluppatisi ormai nel migliore dei modi in un sport che negli ultimi 25 anni ci ha regalato dieci giocatori che potrebbero occupare altrettante posizioni in una ipotetica Top-Ten di quarterback.

Per lui parla chi lo ha visto, chi lo ha conosciuto, sempre al limite sul campo con decisioni che avrebbero spiazzato chiunque ma altrettanto spiazzante nella vita di tutti i giorni, come quando divorziò da Dorothy Hoelle, sua prima moglie con la quale ebbe cinque figli, per sposarsi con Sandra Lemon… un’ora dopo. Pazzesco. E altri tre figli, soprattutto. Pazzesco come quel Championship entrato nella storia, pazzesco come il lancio effettuato con pallone rilasciato da sotto la gamba, come i suoi infiniti drive, come il lancio da 75 yards in un Super Bowl mentre le ossa non lo sorreggono più. Un fine stratega, un atleta con pochi eguali, con un fisico risibile la prima volta che si presentò nel campus di Louisville, ma con un braccio forte e un cervello che ragionava troppo rapidamente per gli avversari. Poche le decisioni sbagliate prese sul campo, tanti i drive e le azioni che hanno tenuto col fiato sospeso ogni tifoso, sempre convinto che alla fine sarebbe successo qualcosa di pazzesco, che sarebbe arrivata una segnatura. Pazzesco come quando, durante il supplementare del Championship 1958, disse ai suoi “stavolta arriviamo in fondo”. Senza field goal, senza mostrare paura, senza fare cose sensate e ordinarie quando sei tu che puoi decidere cosa sia ordinario e cosa no.

Unitas è morto il giorno 11 settembre 2002 per un attacco cardiaco, proprio mentre l’America si raccoglieva per ricordare le vittime degli attentati di un anno prima. Un giorno pazzesco, di nuovo, e poco ordinario come se fosse ancora lui a decidere come e quando.
Lo ricordarono, insieme a tutti quelli che morirono nel World Trade Center, come un eroe, al pari dei pompieri e dei poliziotti finiti sotto le macerie. Lo ricordarono in tutta America, a Indianapolis, città che tradì il suo cuore di tifoso, e a Baltimora, città che gli ha dedicato la piazza di fronte allo stadio dove sorge una sua statua. Per lui coniarono il motto “Unitas we stand”, parafrasando quel “United we stand” divenuto credo nazionale dopo l’undici settembre 2001.

Se ne è andato da Hall of Famer (1979), con cinque finali per il titolo disputate di cui tre vinte (un Super Bowl), tanti record su lancio, due titoli di MVP, dieci convocazioni al Pro Bowl (record per un quarterback), una volta miglior passatore per TD (1970), due volte per numero di yards conquistate. E’ tuttora 10° in yards guadagnate, 12° in lanci tentati, 18° in quelli completati e 6° per TD pass. Quando nel 1970 la NFL festeggiò i propri primi cinquant’anni, Unitas fu eletto miglior quarterback di sempre, battendo Sid Luckman e Sammy Baugh ; dopo la cerimonia di premiazione Luckman disse: “è più forte di me, più forte di Sammy. Più forte di chiunque altro”. Leggendo e studiando su Unitas l’idea che mi sono fatto è che in quel periodo nella NFL trovasse dimora un quarterback freddo e coraggioso come John Elway, calcolatore, intelligente e potente come Peyton Manning, colui che ha ridato l’anello ai Colts. Praticamente un essere perfetto per il Gioco.

I Colts hanno ritirato la sua maglia #19, così come i Louisville Cardinals hanno fatto per la #16, mentre lui si è fregiato dell’All-Decade Team per gli anni ‘60 e dell’All-Time Team per i 75 anni della Lega. Insomma, i numeri non parlano per lui ma di lui ci dicono qualcosa, le onorificenze anche. Se qualcuno, dall’altra parte dell’oceano, ci dice però che avremmo dovuto conoscerlo e ammirarlo dal vivo per capire perché The Master (così venne ribattezzato) sia stato il migliore di sempre, bene, questo è un limite a cui non possiamo porre rimedio. Come ci sarebbe impossibile descrivere ogni sua singola azione, ogni sua gemma, ogni pallone che ha trasformato in oro. Servirebbe una enciclopedia e, forse, sarebbe ancora poco. Se i numeri non dicono tutto e non possiamo più conoscerlo o vederlo, ecco allora che queste parole non possono far altro che testimoniare il perché, quando qualcuno si prefigge l’idea di raccontare la storia del football americano, quello di Johnny Unitas dovrebbe essere uno dei primi tre nomi che vengono citati (Walter Payton il secondo, il terzo decidetelo voi); per questo siamo in ritardo, in grave ritardo. Ci consola sapere che, se Johnny U avesse dato retta allo zio, oggi sarebbe in ritardo tutta la storia del football.

Per completezza dell’articolo, oltre alle fonti citate in homepage, l’autore è ricorso anche alla lettura di “100 Greatest Quarterbacks”, di Roland Lazenby (USA, 1988 – Bison Books Corp.)

Legends | by Alessandro Santini | 07/04/07

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