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Kurt Warner

Cedar Falls, 1994. Un ragazzo sta sistemando i fiocchi d’avena sugli scaffali di un negozietto di generi alimentari. Ha 23 anni, sogna qualcosa di diverso, che però potrebbe non arrivare mai perchè la sua occasione l’ha già avuta e gli è già stato risposto, ragazzo, non sei male, ma non ci servi.
Spesso quando una persona non raggiunge l’obiettivo prefissato nella vita tende a trovarne la spiegazione con fattori contingenti non favorevoli, o comunque i meccanismi di difesa mentale portano a cercare motivazioni sulle quali la persona non ha alcun controllo. Ma non per tutti è così.

1971, Iowa. Centro degli Stati Uniti, terra delle grandi pianure, degli allevamenti di maiali, dei grandi campi e ovviamente terra di grande passione per la palla ovale. Il 22 giugno a Burlington nasce Kurtis, ragazzino che già dai primi anni scopre cosa significa vita piena di avversità. La situazione familiare non è delle più tranquille, ma lui riesce a dedicarsi allo sport. Gli piace il basket, ma sogna un futuro da QB, ruolo in cui diventa il titolare alla Regis high school.
Gioca su livelli che gli consentono di entrare nel roster della Iowa University, però per 3 anni rimane il terzo QB nelle gerarchie, ed è impossibile per un giocatore che per 3 anni non è nemmeno il backup immaginare un futuro da professionista. Impossibile o quasi.

L’exploit si verifica nel 1993, in cui Kurt, tutti abbreviano il suo nome, si guadagna il posto da titolare e inizia a mostrare quali sono le sue doti. Gioca bene, tanto da essere premiato come il miglior giocatore della Gateway conference.
Ma solo una campagna da senior, per quanto buona, difficilmente garantisce una scelta nel draft, e infatti il suo nome non verrà mai pronunciato nella cerimonia che spedisce gli universitari tra i professionisti.
Comunque gli viene data una chance. Viene invitato ad un try out, purtroppo per lui quella squadra sono i Green Bay Packers, il che significa che dovrà lottare per un posto a roster con Brett Favre, futuro hall of famer, Matt Brunell, che giocherà 3 pro bowl e di uno sarà pure MVP, e il terzo spot viene occupato da Ty Detmer, vincitore di un Heisman Trophy su cui la dirigenza ha dei dubbi riguardanti la fisicità, ma non certo riguardo al talento.
Insomma, non basta far bella figura, bisogna impressionare lo staff per strappare un contratto.
L’allora allenatore dei QB era Steve Mariucci, che riconosce nel ragazzo delle qualità, ma lo ritiene non pronto ora e con troppo lavoro da farci sopra per renderlo un passer da NFL.

Questa bocciatura lo spedisce a sistemare le provviste sugli scaffali dell’HyVee, un supermercato vicino a dov‘è nato e cresciuto, a 5 dollari l’ora “chi fa un lavoro del genere sogna un giorno di diventare il manager del supermercato, invece io lo facevo aspettando una nuova chiamata dalla NFL”. Il college è terminato da un anno, i pro lo hanno già scartato, e allora cerca altre vie per realizzare il suo sogno. Vicino a casa sua c‘è una squadra di Arena Football, gli Iowa Barnstormers, e allora decide di provare questa esperienza, senza nemmeno immaginare che questo ripiego gli farà sviluppare delle qualità che un offensive coordinator “pazzo” saprà sfruttare per rivoluzionare il modo di guidare un attacco.

Qua riesce a mettersi in mostra, e in 2 anni riesce a guidare i suoi ad altrettante finali con prestazioni tanto memorabili da essere nominato poco dopo uno dei 20 migliori giocatori di arena all time.
Sempre nel 1997 si sposa con Brenda, conosciuta al college, e nello stesso anno adotta due bambini. La sfortuna perseguita ancora Kurt, perchè nella luna di miele, un ragno lo punge sul braccio con cui lancia, rendendogli impossibile partecipare ai try out dei Bears che lo avevano convocato.

Sembra una maledizione, o forse destino, in ogni caso le porte della NFL non si schiudono ancora. O più semplicemente, non è ancora il momento. Riceve poco dopo una chiamata dai Rams, ma dopo aver provato, lascia il campo di allenamento dicendo alla moglie “il try out a St. Louis è stato il peggiore della mia carriera, e penso di aver bruciato la mia ultima chance di giocare nella NFL”. Ma Vermeil nonostante tutto vede che il ragazzo ha delle qualità, lo ritiene da raffinare, ma la situazione QB è così critica che decide valga comunque la pena scommettere su di lui “aveva alcune doti impressionanti, meccanica veloce, lancio rapido, braccio forte. E apri la porta a più persone quando non sei un team veramente forte” ammette il coach.
Viene quindi firmato, ma mandato a riprendere dimestichezza con il campo di 100 yards in Europa, negli Amsterdam Admirals, dove guiderà la lega in passaggi e TD.

Queste prestazioni gli valgono il biglietto di ritorno per gli Stati Uniti, ma deve ancora fare panchina, non riuscendo a scalare la depth e rimanendo inchiodato al terzo posto dietro Tony Banks e Steve Bono. Ad inizio 1999 i Rams vogliono dare un’altra marcia all’attacco, e così rivoluzionano il roster. Vengono rilasciati Bono e Banks, viene ingaggiato il QB coach dei Redskins Mike Martz che si porta dietro Trent Green dalla capitale, ad aprile viene imbastita una trade che porta nel Missouri il RB Marshall Faulk per una seconda e quinta scelta, e viene draftato il ricevitore Torry Holt alla sesta assoluta. L’attacco cambia completamente faccia e in una sola off season diventa uno dei più temibili mai visti su di un campo da football.

Ed ecco arrivare l’occasione della vita. In una partita di pre-season contro San Diego Trent Green viene colpito al ginocchio dal lato cieco. Non riesce ad alzarsi, e si dimena in modo tale che non lascia dubbi: l’infortunio è grave. Poco dopo arriverà la conferma, la stagione è già finita. E a St. Louis già i tifosi ed i media si fasciano la testa. Però Vermeil si rivolge ai suoi coordinatori “noi abbiamo un ragazzo che nessuno conosce. Noi adesso andiamo con Kurt e io credo sinceramente che lui possa farcela”
Le parole del coach non sono di facciata, perchè i Rams non si muove sul mercato per prendere un rimpiazzo, e soprattutto dichiara pubblicamente che lui crede nel ragazzo, facendo sentire la sua piena fiducia al nuovo starter.

Le prime tre partenze registrano 9 TD, 3 per partita, siglando il record NFL per uno starter debuttante. Negli ultimi minuti della week 1 contro Baltimora, Vermeil si rivolge ad un suo coordinatore “non è male il QB”. La risposta non lascia adito a fraintendimenti: “è fottutamente forte!”. Lo spot è quindi sistemato, si può ritornare a concentrarsi sull’obiettivo stagionale, portare la squadra ai playoffs. E Sport Illustrated gli dedica la copertina dopo neanche un mese di partite da titolare, pubblicando la domanda che tutto il nord America si stava ponendo.

Alla quarta domenica arriva San Francisco sino ad allora padrona della division e vincente in 17 degli ultimi 18 incontri. Il 3-0 non vuol dire niente se poi si perde contro San Francisco, perchè significa che loro sono ancora di un livello superiore. Non solo, i ‘niners avevano un dominio psicologico sui rivali, li prendevano in giro in campo ed in panchina. L’incontro aveva significati ben maggiori delle implicazioni di classifica che può dare la quarta partita della stagione. E i Rams lo sanno bene.
Ma Warner domina, è il protagonista dell’incontro con 5 TD, che diventano 14 nei primi 5 match.
La stagione si chiude con 4353 yards lanciate, 41 TD, 65,1% di completi e viene siglata la prima di tre stagioni in cui l’attacco dei Rams segna almeno 500 punti in stagione. Il QB guida un attacco composto dal RB Marshal Faulk, i ricevitori Isaac Bruce, Torry Holt, Az-Zahir Hakim e Ricky Proehl. Sotto Mad Mike Martz, è nato il più grande show sul sintetico, è nato il greatest show on turf. La nomina ad MVP per la stagione regolare è un fatto consequenziale.

Ma che cos‘è questo Show? Non è solo uno slogan che rende questo attacco immortale.
A St. Louis l’attacco viene guidato da Mike Martz, soprannominato “mad” per la sua interpretazione del football unica, che porta l’attacco al limite delle sue possibilità e oltre, sbilanciandosi sul gioco di passaggio e con un RB che necessariamente deve avere mani quasi da ricevitore per poter stare in campo. Inoltre le chiamate vengono effettuate senza paura, giocando ad esempio lanci su situazione di terzo e corto, per sorprendere le difese avversarie.
E ovviamente Mike ha in testa il tipo di QB che gli serve. Deve avere come caratteristica principale la rapidità di esecuzione, una meccanica veloce e capacità decisionale ancora più rapida. Ecco perchè l’esperienza all’Arena è stata tanto importante per Warner, perchè gli ha insegnato a ragionare e concludere in tempi che un campo grande la metà di quello da football richiedono “il nostro gioco ai Rams era un’estensione ed un miglioramento di quello che avevo imparato nell’arena” dirà poi.

La NFC West viene vinta. Ed arrivano i playoffs. Poteva non accadere qualcosa di leggendario con tutte queste premesse? Ovviamente no. Prima partita di sempre di post season a St. Louis. Primo gioco della partita contro i Vikings. Snap, Bruce taglia il campo, Warner lo centra. TD di 77 yards. Primo lancio di post season, primo TD a cui Kurt ne aggiungerà altri 4 prima della fine. Non è un caso. A fine carriera le sue statistiche vedranno un miglioramento nelle partite di playoffs. Ed è l’unico QB di sempre a non essere mai stato eliminato in casa. 7 vittorie in altrettanti incontri. Se non è grandezza questa…

Il championship si gioca contro Tampa Bay, squadra difensivamente fortissima, che solo un anno più tardi vincerà il suo anello. L’attacco fatica, i Bucs vanno avanti e solo la difesa tiene i Rams aggrappati all’incontro. Ma nel momento decisivo, quando ormai sembrava tutto finito, a 4 minuti dalla conclusione, Warner e compagni tirano fuori il drive della vittoria. Warner lancia su Ricky Proehl, fino a quel momento sconosciuto e senza TD, sotto doppia copertura, che riceve, segna e si guadagna il posto nella storia.

Al Super Bowl incontra i Tennessee Titans, altra squadra ostica e estremamente compatta in difesa. Nei primi 2 quarti lancia già più di 300 yards, ma tutto questo campo si traduce solo in 9 punti ed un sacco di botte subite, tanto che Vermeil teme che Kurt non riuscirà a giocare il secondo tempo. I suoi dubbi vengono fugati dal TD nel primo drive dei suoi, e risultato sul 16-0.
Da qua inizia la rimonta di Tennessee, che segna nei successivi possessi, arrivando al pareggio a 2 minuti dal termine.
Palla ai Rams sulle proprie 27, e Martz chiama al suo QB un 999, lo schema in cui schieri 4 ricevitori e tutti vanno sparati in end zone. Ecco come nascono i nickname. Palla su Bruce che riceve e realizza. 75 yards di passaggio. Reso ancora più indimenticabile perchè fatto con Jevon Kearse che stava colpendo durissimo Warner al momento del rilascio. Il coraggio del QB, che per completare il passaggio non è scappato dalla tasca.
I Titans provano a rispondere, nel drive successivo, 8 giochi, scrambling a ripetizione di McNair, linee che si stanno distruggendo nella battaglia per il QB, e in questo drive pazzo, percorrono tutto il campo e arrivano nella red zone avversaria. 6 secondi al termine. Snap, McNair ancora in scrambling, a tempo scaduto lancia su Dyson che viene placcato alle gambe. Nell’estremo allungo arriva a non più di 10 cm dalla end zone. Ma sono 10 cm di troppo.

I Rams vincono l’anello. E Warner setta il record di passaggi tentati in una finale senza un intercetto, 45, e di yards lanciate, 414. Sigla anche 2 TD, ma più importante delle statistiche sta la giocata che ha compiuto a fine incontro. Dopo Prohel da 77, Bruce da 75. Due lanci incredibili nei due momenti più importanti dell’anno. Ad oggi, i 2 momenti più importanti anche della franchigia. Di sempre.

A 28 anni, e alla prima stagione da starter, chiude con 107.6 di rating, vince 13 partite e la Nfc West dopo 15 anni, vince il Super Bowl e viene nominato MVP della finale, logica conseguenza per la straordinaria partita giocata. I due MVP, finale e regular season, lo fanno entrare nel club dei 5 hall of famer che ci erano riusciti prima di lui, ovvero Bart Starr, Terry Bradshaw, Joe Montana, Emmitt Smith e Steve Young.

L’anno successivo parte ancora benissimo, pareggia il record di Steve Young lanciando nelle prime 6 partite dell’anno sempre più di 300 yards condite da 19 TD. Però una frattura alla mano lo mette fuori a metà stagione, ed al rientro deve dividere il campo con Trent Green che ha reso molto bene nella sua assenza.
La fase offensiva dei Rams è ancora inarrestabile, le 5492 yards lanciate dai due QB sono il record all time per guadagno aereo, però la squadra non ha lo smalto di 12 mesi prima perchè la fase difensiva è inconsistente, partendo dagli infortuni patiti del DT D’Marco Farr, la star del reparto, incapace di rimanere sano e dare il suo solito contributo, e ritiratosi a fine anno per questo motivo. Così ai playoffs arriva subito l’eliminazione nella wild card contro i Saints.
La difesa è così in crisi che 8 degli 11 titolari vengono tagliati a fine stagione, e Trent Green viene mandato a Kansas City in una trade che libera spazio salariale e chiarisce definitivamente le gerarchie alla guida dei Rams.

Con questi auspici Warner ritorna in cattedra nel 2001, anche perchè non viene più fermato da alcun infortunio, e colleziona 36 TD e 4830 yards. Guida i suoi alla terza partenza 6-0, primo team di sempre a farlo, e chiude la stagione con il record di 14-2, primi nella NFL. Viene ancora nominato MVP della stagione e porta ancora i suoi al grande ballo, dove incontra ancora una squadra più quadrata a livello difensivo che offensivo. I pronostici sono sbilanciati in favore dei campioni della NFC che invece sbattono contro la nascente dinastia di Brady, all’epoca ritenuto solo un buon game manager conosciuto più che altro per essere riuscito a tenere il posto sul rientrante Bledsoe, e Belichick.
Warner si trova a dover sfidare un pacchetto di DB estremamente attrezzato, che comprende quello che allora era il CB più forte della lega Ty Law. Così realizza 365 yards, terza prestazione di sempre, ma vi sono anche 2 sanguinosi intercetti. I Patriots attenti a non fare errori con un Brady più impegnato a non causare turnover che a vincere la partita, si portano sul 17-3. A quel punto l’attacco dei Rams cambia ritmo e riesce a pareggiare l’incontro, però a tempo scaduto Adam Vinatieri calcia il primo dei field goal che lo fanno entrare nella storia, centrando la vittoria per la squadra del New England.

Da qui in poi sembra che la favola si stia dirigendo verso la fine. Kurt ha 31 anni, inizia la stagione 2002 giocando molto male e infortunandosi ancora. Ai Rams emerge il suo backup Marc Bulger che eleva le sue prestazioni ad un livello tale da guadagnandosi due convocazioni consecutive al pro bowl. Nel 2003 Kurt è lo starter in soli 2 incontri, e a St. Louis ritengono sia arrivato a fine corsa e lo tagliano a fine stagione. I Giants lo firmano per fare da chioccia all’appena draftato Eli Manning, arrivato dopo una costosa trade con i Chargers e ritenuto il salvatore della franchigia prima ancora di mettere piede in campo.
La volontà di vedere quanto Eli sia vicino al talento del fratello porta la dirigenza dei Giants a rimettere in panchina Warner anche se questi guida la squadra a 5 vittorie nelle prime 9 partite, mentre Eli giocherà in modo imbarazzante, tanto da vincere solo 1 partita nelle sue 7 partenze. Giants fuori dai playoffs, ma convinti comunque a puntare sul piccolo Manning, così viene lasciato libero Kurt, che per sua fortuna viene firmato dai Cardinals. O per fortuna dei Cardinals.

Il primo anno in Arizona non è facilissimo, un altro infortunio ne limita le performance, ma comunque dimostra di poter ancora guidare un attacco di NFL, così i Cardinals decidono di prolungargli il contratto per altri 3 anni, anche perchè nei loro piani c‘è la volontà che cresca il rookie QB Matt Leinart, loro decima scelta assoluta.
Però solo dopo 3 partite coach Dennis Green opta per promuovere Leinart titolare, ma l’esperimento non sembra rendere troppo bene.
Nella stagione successiva c‘è ancora il ballottaggio, con Warner più concreto da un lato, e la volontà di lanciare Leinart dall’altro, ma il prodotto di USC non progredisce, così si arriva alla pre-season 2008 con le gerarchie tutte da definire anche perchè è cambiato il coaching staff. Ken Wisenhunt vuole sfruttare lo strepitoso parco ricevitori a disposizione che con Boldin e Fitzgerald presenta la miglior coppia di starter della lega, e allora premia le migliori prestazioni del trentasettenne di Northern Iowa.

Le nove vittorie di stagione regolare bastano per portare a casa la mediocre NFC West. Warner guida un attacco esplosivo, simile come impostazione a quanto visto ai Rams, poche corse e set di ricevitori multipli. Il QB chiude l’anno con 4583 yards lanciate e 30 TD, ma la difesa è una delle peggiori della lega, così i Cardinals si presentano al primo turno di wild card contro Atlanta da sfavoriti. Hanno il peggior record del tabellone, e tutti ritengono che siano presenti ai playoffs solo come conseguenza della non competitiva division.
Eppure viene vinta la partita contro i Falcons, sorpresi da un attacco che non riescono ad arginare ed una difesa penetrabile ma estremamente aggressiva che causa pressione sul QB Matt Ryan e conseguenti 3 turnover. Nel turno successivo vanno in Carolina, contro i Panthers trionfatori della NFC South e detentori del miglior record della NFC. Sulla carta non c‘è incontro, e anche nella realtà sarà così, solo che i dominatori non sono quelli pronosticati. Vincono i Cardinals, grazie ancora al mix punti dall’attacco e turnover recuperati dalla difesa, e così si ritrovano in finale di conference. La loro presenza a questo punto è così inattesa che viene coniata la frase “shock the world” che Warner ripete ai compagni, incitandoli ad inseguire l’obiettivo impossibile del titolo.
La finale di conference viene giocata contro i più esperti e quotati Eagles, e ancora una volta la spuntano i Cardinals, che vincono la NFC e si presentano al Super Bowl al cospetto di Pittsburgh.

Anche qua il pronostico li vede dominati dagli Steelers, e il primo tempo si chiude con il risultato di 17-7 frutto anche di un intercetto lanciato da Kurt in situazione di goal line ritornato in meta a tempo scaduto. Colpo che potrebbe mettere a terra chiunque, ma Warner ne ha affrontate così tante da saper rialzarsi e reagire. Nel secondo tempo mette in piedi uno degli spettacoli più belli mai visti in una finale, guida i suoi alla rimonta sino al vantaggio a 2 minuti dal termine.
Purtroppo per loro l’ultimo possesso è degli Steelers, con Ben Roetlisbergher che non ci sta ad entrare nella storia dalla porta di servizio, così risponde con un drive finale leggendario che riporta l’anello a Pittsburgh.
Warner chiude con 377 yards, il che significa che le tre migliori prestazioni di lancio in finale sono tutte e tre firmate da lui.

La tremenda delusione, il contratto scaduto e i 37 anni gli fanno meditare il ritiro, però decide di firmare un biennale e tentare l’ultimo assalto al secondo titolo.
Però l’ossatura della squadra rimane analoga all’anno precedente, quindi se l’attacco rimane ai vertici della lega, la difesa rimane sul fondo. Nei playoffs tutto questo si traduce nella wild card forse più bella di sempre vinta per 51-45 contro Green Bay, Warner registra un rating di 154.1, secondo più alto di sempre nei playoffs, e con la seguente eliminazione subita ad opera di New Orleans. In due partite i Packers e i Saints realizzano 90 punti, e con un passivo del genere è veramente difficile immaginare di fare molta strada.

La partita del Superdome lascia il segno in Warner, non solo per la sconfitta e la consapevolezza che i problemi nella difesa non possono essere risolti in un anno, impedendogli quindi un ultimo attacco credibile al titolo, ma soprattutto per i colpi durissimi ricevuti dai Saints che hanno impostato un game plan estremamente aggressivo sul QB avversario, che in alcuni momenti della partita è persino costretto a stare sulla sideline per riprendersi dai colpi ricevuti.

Le botte prese si fanno sentire tutte su un fisico di 38 anni che ha subito molti infortuni. La decisione viene presa a stagione ancora in corso, e Warner lascia il football con una conferenza stampa quasi commovente in cui dice di essere preso ad esempio per la realizzazione dei propri sogni. E la conclude con “it’s been an amazing ride”.

La storia è una classica favola dello sport. Partito dal nulla più volte, scartato dal professionismo ma tenace nell’inseguire il suo sogno, fino non solo a sbarcare nella NFL, ma anche diventando l’orchestratore di un attacco che tutti ricorderanno per sempre.
Non è riuscito nell’impresa di vincere con Arizona, in una finale che, se vinta, avrebbe rappresentato uno dei due più grandi upset di ogni tempo.
Tenacia e carattere, dimostrato anche dal fatto che nei playoffs tutte le sue statistiche sono sempre lievitate.

Stagione regolare Playoffs
Record 67-49 9-4
Percentuale completi 65.5 66.5
Passing yards per partita 258.8 304.0
Partite oltre le 300 yards 52 (su 125) 6 (su 13)
Passaggi TD 208 31
Intercetti 128 14
Passer Rating 93.7 102.8

In un’epoca in cui i QB rookie firmano contratti pazzeschi prima ancora di mettere piede in campo per un allenamento, che vanno in holdout se non arrivano le cifre che chiedono, che non hanno nemmeno la voglia di lanciare alle combine o temendo il paragone con i colleghi, o perchè non ritengono valga la pena fare la fatica, un giocatore con il carattere di Warner ci mancherà ancora di più.

Legends | by Alvin Gabbana | 07/03/10

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