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Terry Bradshaw: The Good Ol’ Country Boy

“La strada per la gloria passa attraverso la fogna.” Parole e musica di John Madden che negli anni ’70 fu, ironia della sorte, avversario di Terry Bradshaw in tante battaglie sui campi della NFL.
E la metaforica fogna che il biondo quarterback figlio della Louisiana dovette attraversare fu innanzitutto la frustrazione per il problematico adattamento alla NFL, dovuto principalmente alla scarsa precisione dei suoi lanci e alla difficoltà nel decifrare le difese avversarie.

Primo quarterback in assoluto a condurre la propria squadra, i Pittsburgh Steelers, a 4 vittorie nel Super Bowl, Bradshaw era famoso per la potenza dei suoi lanci, che spesso rappresentavano il colpo di grazia agli avversari stremati dal running game di Franco Harris e Rocky Bleier.
Come tutte le leggende del gioco, Bradshaw dava il meglio quando la situazione iniziava a scottare, e la prova di ciò è il fatto che delle 7 partite con più di 300 yards lanciate, ben 3 avvennero nei playoffs (compresi 2 Super Bowls).

Terry Paxton Bradshaw nacque il 2 Settembre 1948 a Shreveport, Louisiana. Frequentò la Woodlawn High School, dove dimostrò in maniera singolare la potenza del suo braccio destro… stabilendo il record nazionale nel lancio del giavellotto.
A causa di un punteggio scolastico insufficiente, il giovane Terry fu costretto a mettere da parte il sogno di iscriversi a LSU per ripiegare su Louisiana Tech, dove si guadagnò il soprannome di “Blonde Bomber”. Nel 1968, suo junior year, guidò i Bulldogs ad un record di 9-2, compresa la vittoria per 33-13 contro Akron nel Rice Bowl. Il suo impatto sulla squadra si può misurare con un paio di semplici osservazioni: prima che divenisse titolare Louisiana Tech aveva vinto soltanto 4 partite su 20. Oltre a ciò, Bradshaw fu il giocatore più produttivo della propria division con 2890 yards totali.
L’anno successivo, il 1969, Louisiana Tech vinse la Gulf State Conference e Bradshaw accumulò 2314 yards tra passaggi e corse.
Sia nel 1968 che nel 1969 fu nominato All-America e Atleta dell’Anno della Gulf State Conference. Nell’ultima partita di fronte al pubblico di casa, il 22 Novembre 1969, uscì a 7 minuti dalla fine ricevendo la standing ovation, onorevole tributo ad una carriera NCAA farcita da ben 25 records individuali, cui seguì il ritiro della maglia numero 12 da parte della sua Alma Mater.

Nel Draft 1970 fu la prima scelta assoluta, selezionato dai Pittsburgh Steelers. Coach Chuck Noll chiamò da parte il quarterback titolare, Terry Hanratty (seconda scelta del Draft 1969 nonché idolo locale uscito da Notre Dame), dicendo che la scelta era caduta sul miglior atleta di tutta la classe.
Da quel giorno, fino alla fine della stagione 1975, Hanratty avrebbe passato la maggior parte del tempo da riserva. Per Bradshaw il vero contendente per il ruolo di titolare si sarebbe rivelato il quarterback di colore Joe Gilliam, arrivato in Pennsylvania nel 1972 e andato via alla fine del 1975.
“Terry Bradshaw era il quarterback di maggior talento che io abbia mai visto”, osservò il runner Dick Hoak, il cui ultimo anno da giocatore coincise con il rookie year del biondo qb.
“Era uno dei migliori giocatori che abbia visto in tutta la mia vita”, dichiarò Dan Rooney, figlio del leggendario Art. “Chuck Noll lo gestì alla perfezione. Gli è stato vicino, lo ha istruito, ha lasciato che chiamasse i giochi. Chuck con lui fece uno splendido lavoro”.
“Terry non era una sorpresa”, ricordò lo stesso Noll. “Era indiscutibilmente il miglior prospetto della classe del 1970. Sapeva lanciare in profondità. Ma non era sufficiente avere un bravo quarterback. Puoi avere il miglior talento in circolazione in quel ruolo, ma se il resto della squadra non è all’altezza non vai da nessuna parte. Avevamo bisogno del supporting cast. Nel 1970 i nostri wide receivers non erano un granchè, e il nostro running game non era niente di speciale. Avevamo bisogno di potenziare la linea offensiva. Avevamo bisogno di armi.”

Tutti sapevano che Bradshaw aveva il talento dalla sua, specialmente una potenza di fuoco nel braccio assolutamente devastante. Ma i primi anni da professionista, quelli dal 1970 al 1974, furono duri e pieni di frustrazioni.
Il 1970, rookie year, fu assolutemente deludente: 6 TD e ben 24 passaggi intercettati, con una percentuale di completi di appena il 38.1 %.
“Non imparai a giocare a football al college”, fu la sua ammissione. “Non imparai affatto a leggere le coperture. Arrivato tra i pro, dovevo fare quel salto di qualità. Fossi stato più maturo, il mio anno da rookie non sarebbe stato così difficile.”
Il 1971 vide qualche piccolo barlume di progresso: 2259 yards su passaggio, 13 TD, 22 intercetti e percentuale di completi del 59.7 %.
La stampa locale non ci mise molto a bollarlo impietosamente come uno stupido bifolco di campagna, a causa delle proprie radici “sudiste”.

Ma la prima svolta era vicina.
Il Destino si ricordò di Terry e dei Pittsburgh Steelers il 23 Dicembre 1972, durante l’AFC Divisional Playoff Game contro gli Oakland Raiders, passato alla storia per la Immaculate Reception .
Gli Steelers erano in svantaggio per 7-6, in una situazione di 4 & 10 sulle proprie 40 yards, con soli 22 secondi da giocare e nessun timeout rimasto.
Chuck Noll chiamò un’azione di passaggio, la “66 Circle Option”, per il rookie receiver Barry Pearson. Questi però fu incapace di liberarsi dalla copertura avversaria, così Bradshaw lanciò il passaggio della disperazione per il fullback John “Frenchy” Fuqua. La safety Jack Tatum si fiondò su di lui e l’impatto fu così violento da tramortire Fuqua, mentre la palla schizzò indietro per diverse yards per poi essere raccolta a pochi centimetri dal suolo dal rookie Franco Harris, che volò indistrurbato verso il touchdown della vittoria.
Quell’azione resta ancora controversa, ma per molti commentatori rappresentò l’inizio della Dinastia, anche se la settimana successiva gli Steelers persero il Championship Game per mano dei Miami Dolphins, lanciati verso la loro Perfect Season .
Per la prima volta, gli Steelers divennero consapevoli delle proprie capacità.

Le cose sarebbero potute andare a rotoli nel 1974, quando Noll lo panchinò in favore di Joe Gilliam, autore di una preseason spettacolare.
“Bradshaw era un mistero. Alternava delle grandi prove a degli errori colossali”, osservò “Mean” Joe Greene.
Gilliam era al terzo anno da professionista, e aveva una sola apparizione da titolare, avvenuta nel 1973 al posto dell’infortunato Bradshaw.
Il futuro di Bradshaw sembrava compromesso, alla luce delle prestazioni del sorprendente qb di colore: più di 600 yards su passaggio nelle prime due partite di regular season.
Gilliam tornò violentemente coi piedi per terra dopo il 17-0 subito in casa dagli Oakland Raiders nella terza giornata, in cui completò solo 10 passaggi su 31, venendo intercettato 2 volte.
Nelle successive 3 partite Pittsburgh restò a galla solo grazie alla difesa, e Gilliam continuò ad arrancare, completando solo il 40% dei passaggi.
Bradshaw si riprese il posto di titolare in week 7, nel Monday Night Game vinto 24-17 contro Atlanta.
Dopo una sconfitta contro Cincinnati alla nona giornata, Noll lo spedì di nuovo sulle sidelines per dare il posto a Terry Hanratty.
Ma lo spogliatoio aveva ben chiaro chi fosse il legittimo proprietario del ruolo di quarterback titolare.
“Tutti noi sapevamo che Terry Hanratty non era il nostro futuro. Il futuro dei Pittsburgh Steelers si chiamava Terry Bradshaw”, commentò Franco Harris.
Volendo andarci leggeri, Hanratty fu a dir poco indaguato: contro i Cleveland Browns nella week 10 si fece intercettare 3 volte, completando solo 2 passaggi.

La situazione nel ruolo di qb era un disastro, ma ancora una volta gli Steelers vinsero grazie al running game e alla difesa.
La settimana seguente contro i New Orleans Saints al Superdome, Bradshaw era di nuovo titolare… facendosi valere più come runner, accumulando più yards su corsa che su passaggio.
Dopo una sconfitta casalinga al Three Rivers Stadium contro gli Houston Oilers in week 12, gli Steelers vinsero una partita-chiave per il morale della squadra contro i Patriots, sempre grazie alla difesa.
La settimana seguente, contro i Buffalo Bills di O.J. Simpson, Bradshaw fu autore della sua migliore partita da quando era tra i professionisti: 12/19 al lancio, 203 yards e 4 TD.
Il ghiaccio era finalmente rotto: Bradshaw avrebbe portato gli Steelers al primo Super Bowl, vinto 16-7 contro i Minnesota Vikings (partita in cui completò 9 passaggi su 14).

L’anno seguente, un suo lancio da 64 yards per il touchdown di Lynn Swann a poco più di 3 minuti dalla fine decise il Super Bowl X, vinto per 21-17 contro i Dallas Cowboys.
Quell’azione riassume tutte le caratteristiche del Bradshaw giocatore: estrema lucidità nei momenti che contano, destrezza nel trovare sul profondo il ricevitore libero, nessun timore nello scontro con l’avversario. Un istante dopo aver lanciato quel siluro, il defensive lineman Larry Cole lo stese al suolo.
“Mentre tutti correvano nella end zone per festeggiare il touchdown di Lynn Swann, io mi diressi verso Terry per vedere se era tutto ok. Non aveva la minima idea di quello che era successo in campo”, fu il ricordo divertito della safety Mike Wagner.
“Praticamente il nostro game plan non cambiò mai. Furono i fattori esterni a cambiare: dopo la mia quinta stagione a Pittsburgh non avevo più la pressione dovuta al timore di perdere il posto” dichiarò Bradshaw, a dimostrazione che tutto è inutile se mancano fiducia e accuratezza.

Infortuni vari al collo e al polso lo costrinsero a saltare 4 partite nella stagione 1976, che vide sfumare i sogni di un formidabile “threepeat” dopo la sconfitta contro Oakland nel Championship Game.
Dopo un 1977 abbastanza interlocutorio, Bradshaw conobbe il suo anno di grazia nel 1978, quando vinse il trofeo di MVP della lega. Completò 207 passaggi su 368, per un totale di 2915 yards e 28 touchdowns.
“Nel 1978 non c’era cosa che Terry non potesse fare. Oramai sapeva leggere le difese, aveva fiducia nei suoi mezzi e, soprattutto, aveva l’abilità nel cambiare in corsa i giochi suggeriti da Chuck Noll”, osservò Rocky Bleier.
Bradshaw era uno dei pochi quarterbacks ad avere la qualità di riuscire a chiamare gran parte delle azioni offensive, e a sfruttare in maniera esemplare il vasto arsenale che aveva a disposizione, come i runners Franco Harris e Rocky Bleier e i wide receivers Lynn Swann e John Stallworth.
“La cosa che dovetti imparare fu che era necessario contare su una difesa solida, su un running game efficace, controllare il cronometro e mettere insieme dei drive produttivi, per poi andare in play action e lanciare sul profondo quando l’avversario si aspettava una corsa. Giocavamo esattamente in questo modo, tutto qui.”
Oltre a questo, trovò anche il tempo di incidere anche un disco di musica country ed ebbe una parte nel film “Hooper”.

“Terry è un tipo divertente. Sa sempre trovare il modo di scherzare e di ridere, anche di se stesso”, disse il tight end “Rabbi” Randy Grossman.
Fu anche MVP del Super Bowl XIII , con 17/30 al lancio, 318 yards e 4 TD, prestazione che spinse gli Steelers a prevalere sui Cowboys per 35-31.
Fu la conferma che Bradshaw sapeva gestire la pressione in maniera esemplare.

E il 1979 portò il secondo titolo di fila di MVP del Super Bowl, con gli Steelers vittoriosi sui Los Angeles Rams per 31-16, con il biondo qb autore di 309 yards su passaggio, 14/21 al lancio e 2 TD.
Durante l’ultima quarto, con gli Steelers sotto di 2 punti e Lynn Swann fuori per infortunio, Bradshaw affrontò un difficile 3&8 chiamando un passaggio lungo per John Stallworth.
Il risultato? Touchdown di Stallworth e strada spianata verso la quarta vittoria in un Super Bowl.
Fu un anno trionfale per la città di Pittsburgh: l’affermazione degli Steelers nel Super Bowl XIV fu preceduta qualche mese prima dal successo dei Pirates nelle World Series di baseball. Sports Illustrated conferì il titolo di “Sportivo dell’Anno” ex aequo a Terry Bradshaw e Willie Stargell, prima base dei Pirates.

Alla gioia di aver stabilito un primato memorabile (4 Super Bowl vinti in 6 anni) si aggiunse l’inarrivabile sensazione data del titolo di MVP nei Super Bowls XIII e XIV.
“Ti dà un senso di appartenenza e di autorealizzazione. Volevo solo vincere, e abbiamo vinto. Pochissime persone possono dire di essere i migliori in quello che fanno nella vita di tutti i giorni. Io sono uno di quelli, e questo non solo per merito mio ma grazie anche al resto della squadra. Insieme abbiamo fatto qualcosa di grande che nessuno mai ci potrà togliere.”

La dinastia Black & Gold era oramai finita e gli acciacchi di tante battaglie cominciarono a diventare insostenibili: playoffs mancati sia nel 1980 che nel 1981, con un ritorno di fiamma nel 1982, anno segnato dal celebre sciopero dei giocatori. Bradshaw giocò tutta quella stagione con delle infiltrazioni di cortisone per lenire i dolori al gomito destro. Il cammino degli Steelers finì al Three Rivers Stadium contro i San Diego Chargers e per Terry fu l’ultima partita di playoffs, chiusa con 28 passaggi completati su 39, 325 yards, 2 TD e 2 intercetti.

Dopo la stagione 1982, il gomito destro di Terry Bradshaw era seriamente compromesso. L’intervento chirurgico non aveva dato l’esito sperato, ed era chiaro che il 1983 sarebbe stato il suo ultimo anno. Il dolore era troppo forte, e Bradshaw non riusciva a lanciare come avrebbe voluto. Gli Steelers avevano un record di 9-2 e cercavano di conquistare un posto nei playoffs. Dopo 3 sconfitte di fila erano con l’acqua alla gola, dovendo battere a tutti i costi i New York Jets, forti della temibile linea difensiva nota come “The New York Sack Exchange”.
Chuck Noll affidò le consegne al malconcio Bradshaw, con l’ordine di lanciare il meno possibile. Tutto quello che avrebbe dovuto fare era eseguire il compitino: controllare il gioco e dare palla ai running backs.
Bradshaw entrò nell’huddle con il ghigno dei bei tempi e fece di testa sua. Lanciò due passaggi in touchdown, dopodichè avvertì un dolore alla spalla destra e fu costretto ad uscire. Non sarebbe mai più rientrato in campo, ma la missione era compiuta: gli Steelers avevano spazzato via i Jets, 34-7.
Dopo la partita, il tackle Tunch Ilkin si avvicinò a lui e gli disse: “Hey Brad, pensavo che avremmo giocato sulle corse”. Bradshaw scosse la testa e rispose: “Tunch, non sono un postino. Sono un pistolero.”

Le cifre totali della sua carriera parlano chiaro: stabilì i record all-time di franchigia in quanto a yards totali su passaggio (27.989), yards su passaggio in una singola stagione (3.724), maggior numero di partite con più di 300 yards su passaggio (4), passaggi tentati (3.901), passaggi completati (2.025) e passaggi in touchdown (212).
Il riconoscimento finale arrivò nel 1989, con l’ingresso nella Hall of Fame.

“Chuck esaltò i miei punti forti. Avevo un braccio potente, ma ero impaziente e odiavo i passaggi corti. Volevo sfidare le safeties e i cornerbacks avversari. Così Chuck adottò quel sistema di gioco per me. Non era il West Coast offense. Era un solo passaggio, dalla East Coast alla West Coast, ed era divertente.”

Bibliografia

- 75 Seasons
- The Pittsburgh Steelers, Abby Mendelson
- http://www.mcmillenandwife.com/bradshaw.html

Legends | by Roberto Petillo | 20/06/07

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