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Miami Dolphins: Perfect Season & Back to Back

Ci sarà mai un’altra “Perfect Season” nella storia della NFL ? Ogni anno che passa, questo punto interrogativo diventa sempre più grande, così come l’aura mistica intorno alle 17 vittorie e zero sconfitte dei Miami Dolphins del 1972.
I frutti dell’opera di Don Shula, un fanatico dei fondamentali del gioco e del duro lavoro, arrivarono in quella che fu la sua terza stagione al sole della Florida.
“Sono piacevole come un pugno in faccia”, fu la sua stessa ammissione. “In fondo sono soltanto un uomo che si rimbocca le maniche e lavora.”
L’età media di quella squadra era di appena 25 anni. I nomi di copertina ? Innanzitutto il fullback Larry Csonka e i running backs Eugene “Mercury” Morris e Jim Kiick, senza dimenticare gli offensive linemen Jim Langer e Larry Little e l’intera unità difensiva, la celebre “No Name Defense”, i cui componenti avrebbero presto perso la status di “sconosciuti”, specie il middle linebacker Nick Buoniconti (finora unico Hall of Famer di quel reparto), le safeties Dick Anderson e Jake Scott, i defensive linemen Bill Stanfill e Manny Fernandez.

La bontà dell’idea di partenza su cui lavorò Shula, quella secondo cui il collettivo prevale sulle singole individualità, emerse in maniera lampante quando nella quinta giornata si infortunò il quarterback titolare Bob Griese. Fine delle trasmissioni ? Neanche per idea: a Griese subentrò un 38enne dato per finito da tutti, Earl Morrall, che prese in mano l’attacco e tenette in vita la striscia per tutto il resto della regular season e nel divisional playoff game, vinto per 20-14 contro i Cleveland Browns .
Probabilmente qualunque altro coach avrebbe continuato con Morrall fino alla fine.
Ma Shula ridiede le chiavi della squadra a Bob Griese durante l’AFC Championship Game, vinto per 21-17 contro i Pittsburgh Steelers.
Due settimane, nel Super Bowl VII, Griese fu titolare dall’inizio e portò i suoi alla vittoria per 14-7 contro i Washington Redskins.
Fu la vittoria del gruppo, il trionfo del collettivo, come Nick Buoniconti avrebbe ricordato anni dopo: “Era una situazione che si poteva presentare una sola volta nella vita. C’era una grande chimica di gruppo, 45 uomini di talento messi insieme da un grande coach.”
Ma facciamo un passo indietro e risaliamo all’inizio della dinastia.

Don Shula arrivò a Miami nel 1970, all’età di 40 anni. Alle spalle, un’esperienza da head coach dei Baltimore Colts, marchiata in modo indelebile dall’inaspettata sconfitta nel Super Bowl III , per mano dei New York Jets.
“Con l’arrivo di Shula, noi giocatori capimmo subito che ci sarebbe stato un cambio radicale di attitudine. Per l’intensità degli allenamenti e dei meeting, le giornate sembravano durare 60 ore. Non aveva alcuna pietà e arrivò a proibirci di bere mentre ci allenavamo”, ricordò Manny Fernandez.

Ma il duro lavoro fu subito ripagato: nel primo anno dell’era-Shula, i Dolphins vinsero 10 partite: ben 7 in più rispetto all’anno precedente.
Nel 1971 ci fu il salto di qualità definitivo: dopo un pareggio di 10-10 con i Denver Broncos nella prima giornata, una vittoria contro i Buffalo Bills nella seconda e una sconfitta contro i New York Jets nella terza, i Dolphins infilarono una striscia di 8 vittorie consecutive, per poi chiudere la regular season con 2 sconfitte, contro i New England Patriots e i Baltimore Colts. Nei playoffs Miami sconfisse 27-24 i Kansas City Chiefs nel Divisional Playoff Game, una partita finita dopo due supplementari e che è tutt’ora considerata una delle più avvincenti di sempre. La vittoria per 21-0 contro Baltimore diede ai Dolphins il titolo AFC e il diritto di disputare il Super Bowl VI.
Su tutti, gli eroi della stagione 1971 furono Larry Csonka e Jim Kiick, anche conosciuti come “Butch Cassidy & The Sundance Kid”, come i due celebri banditi del vecchio West. Arrivati entrambi a Miami nel 1968, lo stile dell’uno completava alla perfezione quello dell’altro.
“Jim ed io siamo molto simili caratterialmente. Ci piace farci qualche birra e goderci la vita. Le statistiche sono secondarie: un runner si può giudicare solo dal numero di yards guadagnate. Alla fine di una stagione mi piace avere la sensazione di aver conquistato ogni inch possibile”, osservò lo stesso Csonka.
Questi conquistò 1051 yards in 195 portate, mentre Kiick accumulò 738 yards in 162 portate.

Un elemento chiave che permise di togliere pressione al duo Csonka-Kiick fu il wide receiver Paul Warfield, arrivato due anni prima dai Cleveland Browns e autore nel 1971 di 43 ricezioni per 996 yards e 11 TD.
La presenza di Warfield dava semplicemente una dimensione in più all’attacco di Miami nonchè un bersaglio affidabile al quarterback Bob Griese.
“Warfield mi ha reso un quarterback migliore”, spiegò Griese. “Mi era stato insegnato di non lanciare contro una doppia copertura. Ma Paul era costantemente sotto doppia copertura e mi mostrò come poterla battere”.

Nonostante queste premesse, i Dolphins non furono mai in partita, e uscirono sconfitti per 24-3 dai Dallas Cowboys.
La linea offensiva dei Cowboys annullò totalmente la difesa dei Dolphins, e per ammissione di Don Shula, “Non fummo mai in partita. Ci dominarono completamente”.
Per loro fortuna, quella disfatta fece scattare qualcosa.
“Quella sconfitta contro Dallas fu il primo passo verso la Perfect Season del 1972”, disse Larry Csonka.
Fin dal primo minuto del training camp era chiaro a tutti che l’obiettivo era uno solo: ritornare al Super Bowl per vincerlo.
“Non so quanti dei giocatori di quella squadra se lo ricordano, ma durante uno dei primissimi meeting Shula affermò che saremmo rimasti imbattuti. Non penso che ci credesse davvero, ma fatto sta che lo disse. Ricordo di aver pensato: ‘Oh mio Dio, questo qui è posseduto’ ” ricordò Larry Csonka.
La stagione regolare si aprì con la trasferta a Kansas City, dove veniva inaugurato l’Arrowhead Stadium. “Fu la giornata più calda che io ricordi in tutta la mia carriera. Quando mi sfilai dalla tasca il foglio con il gameplan, mi accorsi che l’inchiostro stava venendo via”, disse Shula.
Ma né quell’inconveniente, né il caldo asfissiante riuscirono a fermare i Dolphins, che riuscirono a imporsi per 20-10.
Dopo aver sconfitto gli Houston Oilers nella seconda giornata, i Dolphins ospitarono i Minnesota Vikings nella week 3. In quella occasione rischiarono come non mai di perdere l’imbattibilità.
Con la squadra in svantaggio 14-6 nell’ultimo quarto, il kicker Garo Yepremian realizzò un FG da 51 yards. Poi ci pensò Bob Griese che, con meno di 2 minuti da giocare, condusse i suoi alla segnatura decisiva con un passaggio in touchdown per il tight end Jim Mandich, quando tutti si aspettavano una corsa di Larry Csonka.
Quest’ultimo era un elemento fondamentale per l’attacco di quei Dolphins. Il suo stile di corsa era basato sul semplice concetto di sfida continua all’avversario. “Larry è stato l’unico giocatore offensivo a subire una penalità per ‘unnecessary roughness’ ai danni del difensore avversario. Quando arrivò il fischio pensai che ci fosse stata una svista, così chiesi spiegazioni e l’arbitro mi disse : ’Hey, guarda cosa ha fatto a quel poveretto’ ” ricordò Shula.
Nel 1972 il running game dei Dolphins si arricchì di un’ulteriore arma: Eugene “Mercury” Morris.
Morris era un running back talentuoso, la cui velocità completava alla perfezione il backfield di Miami. Quando era necessario correre in faccia agli avversari, palla al fullback Larry Csonka. Kiick era invece un giocatore versatile, bravo sia sulle corse off tackle che come ricevitore dal backfield. Morris era semplicemente velocità allo stato puro. Un concentrato esplosivo che aveva solo bisogno del detonatore giusto.

“Quando arrivai a Miami, nel 1970, Mercury era un ragazzo di talento ma era al tempo stesso poco affidabile. Così gli preferii Jim Kiick. Ma nel corso delle stagioni successive capii come utilizzare al meglio le sue capacità, e gli diedi sempre più spazio. Ad un certo punto alternavo Morris e Kiick a seconda delle evenienze. Mettevo Kiick nelle situazioni di passaggio, mentre in quelle di corsa mandavo in campo Morris. Forse fu la nascita del concetto di ‘situational player’ ” affermò Shula.
Avrebbe potuto essere anche l’inizio di una frattura insanabile all’interno dello spogliatoio, ma così non fu. Dei tre runners, Kiick fu quello ad avere meno portate, ma fu anche esemplare nel mettere da parte il proprio ego per il bene comune.
“Per me fu uno shock improvviso. Per quattro anni hai la maggior parte delle portate, e poi tutto d’un tratto ti ritrovi in panchina. Ma non ce l’ho con Mercury, che è un ottimo giocatore di football. Sono cose che capitano” , ricordò lo stesso Kiick.
La scelta di Shula non fu facile da digerire neppure per Larry Csonka, migliore amico di Jim Kiick nonché suo compagno nel backfield nei quattro anni precedenti. Ma ancora una volta, il bene della squadra veniva prima di quello del singolo individuo.
“L’anno precedente tutti i riflettori erano su di me e su Jim, ma perdemmo il Super Bowl contro Dallas. Così sembrava giusto inserire Mercury nel mix e dargli il giusto spazio dopo tutto il tempo che aveva trascorso in panchina” ammise Csonka.
Per la prima volta nella storia, due runners della stessa squadra, Csonka e Morris, avrebbero guadagnato più di 1000 yards in una singola stagione.
Kiick si rivelò un perfetto situational player, usato principalmente nelle situazioni di terzo down, e contribuì con circa 700 yards tra corse e ricezioni.
Come ulteriore dimostrazione tangibile dell’efficacia della gestione dei runners, il trio Csonka-Morris-Kiick segnò la bellezza di 24 touchdowns.

Nella quinta giornata, contro i San Diego Chargers, arrivò un colpo che avrebbe potuto compromettere definitivamente la stagione: l’infortunio al quarterback titolare Bob Griese.
“Quando Bob si ruppe una gamba in quella partita contro i Chargers, ricordo lo sguardo di sconforto che mi lanciò Bill Stanfill. Pensavamo entrambi alla stessa cosa: ‘siamo nei guai’ ” ricordò Manny Fernandez.
Con Bob Griese fuori combattimento, Shula si affidò al 38enne Earl Morrall, già suo giocatore ai tempi dei Baltimore Colts.
Morrall era stato il qb titolare dei Colts nella famosa sconfitta nel Super Bowl, e Shula lo portò con sé a Miami nonostante fosse di ben 7 anni più vecchio del giocatore più anziano allora a roster.
“Earl era addirittura più vecchio di diversi nostri coach… era quasi coetaneo di Shula !” osservò Manny Fernandez.
L’ambientamento a Miami non fu facile per il super veterano: durante il training camp del 1972 soffrì il caldo della Florida e sembrò totalmente fuori fase.
“Quando arrivò il turno di Earl Morrall, avevo totale fiducia in lui. Era un quarterback di grande esperienza e per questo motivo riusciva a leggere le diverse situazioni che si presentavano in campo” dichiarò Csonka.
I due passaggi in touchdown di Morrall per Paul Warfield e per Howard Twilley furono decisivi nel 24-10 con cui Miami si impose su San Diego.

Un ruolo principale in tutta quella stagione lo giocò la difesa, la cosiddetta “No Name Defense”, nomignolo nato da un’osservazione di Tom Landry, leggendario coach dei Dallas Cowboys, quando gli fu chiesto un parere su quell’unità.
Il linebacker Nick Buoniconti è l’unico membro di quella difesa ad essere stato finora eletto nella Pro Football Hall of Fame.
“Tutti parlavano dei Purple People Eaters, della Steel Curtain e della Doomsday Defense, mentre etichettarono noi come dei perfetti sconosciuti. Ma non mi interessa, perché quello che più conta è che eravamo la migliore difesa di tutta la NFL” disse Manny Fernandez.
Proprio quest’ultimo è legato a un curioso aneddoto. Defensive tackle uscito nel 1968 da Utah, fu ingaggiato come undrafted free agents dai Dolphins principalmente allo scopo di promuovere il football presso la foltissima comunità ispanica presente in Florida. Piccolo dettaglio… Fernandez non conosceva una sola parola di spagnolo !

La prova difensiva più eclatante avvenne nella nona giornata, quando Miami impose un umiliante shutout ai New England Patriots, spazzati via per 52-0. Quella vittoria fece di Don Shula il coach più giovane della Storia della NFL a raggiungere quota 100 vittorie.
Miami era sempre più lanciata, ma l’obiettivo restava sempre lo stesso: vincere il Super Bowl.
“A quel punto della stagione, dopo una partenza con 9 vittorie e nessuna sconfitta, Shula riuscì a non farci adagiare sugli allori” ricordò Csonka.
La marcia continuò nella decima giornata, quando le vittime di turno furono i New York Jets, battuti 28-24 grazie anche ad un’altra buona prova di Earl Morrall, autore anche di un touchdown su corsa.
La capacità di tenere la squadra costantemente sulla corda, senza mai alcun calo di tensione, fu la causa principale di quella stagione perfetta.
“Shula non era mai pienamente soddisfatto di quello che accadeva in campo. Ricordo che aveva delle critiche anche dopo la vittoria per 52-0 contro New England. All’epoca forse non lo capii, ma era il modo con cui ci teneva focalizzati verso l’obiettivo” osservò Csonka.
Lo spirito di osservazione di Shula era proverbiale. Nessun particolare, neppure quello apparentemente più insignificante, poteva sfuggirgli. Specialmente durante le sedute di allenamento.
“Riusciva a tenere sotto controllo tutto quello che accadeva sul rettangolo di gioco. Mentre seguiva i drill dei wide receivers riusciva a notare gli errori più impercettibili fatti dalla linea offensiva, a 80 yards di distanza !” ricordò sempre Csonka.
Dopo una vittoria a New York per 23-13 contro i Giants in week 13, i Dolphins ospitarono i Baltimore Colts nell’ultima partita di regular season.
Per la terza volta di seguito Shula riuscì a tenere a secco la sua ex squadra, imponendosi per 16-0.
E per la prima volta nella storia della NFL una squadra chiudeva imbattuta la stagione regolare.
Ma era chiaro che la stagione sarebbe stata fallimentare se non fosse arrivato il successo nel Super Bowl.
Nel Divisional Playoff Game contro i Cleveland Browns , Miami era in svantaggio nell’ultimo periodo. Ma dopo una ricezione miracolosa di Paul Warfield, ci pensò il bistrattato Jim Kiick a segnare il touchdown del 20-14 finale, staccando il biglietto per l’AFC Championship Game, di scena a Pittsburgh.
La settimana precedente, gli Steelers avevano sconfitto gli Oakland Raiders grazie ad una delle azioni più incredibili di sempre, la “Immaculate Reception” .
La buona sorte sembrò assistere gli Steelers anche nel Championship Game, quando un fumble di Terry Bradshaw fu recuperato nella end zone dall’offensive lineman Gerry Mullins per il touchdown.
Ma questa volta l’eroe della giornata fu il punter Larry Seiple. Questi aveva il via libera per il trick play quando sentiva l’opportunità di conquistare il primo down. “Aveva il via libera a costo che riuscisse a farcela”, ricordò tra il serio e il faceto Don Shula.

Con i Dolphins in una situazione di quarto down a metà campo, Seiple prese lo snap e finse di calciare. Tutti gli special teamers di Pittsburgh erano concentrati nel ritornare il punt, e nessuno si accorse che nel frattempo Seiple aveva iniziato a correre sulla sideline di destra. Lo riuscirono a fermare solo sulle proprie 12 yards, con il primo down abbondantemente conquistato.
Quel trick play spianò la strada al primo touchdown di Miami, arrivato con un passaggio di Earl Morrall per Larry Csonka.
All’intervallo arrivò un’altra mossa a sorpresa, questa volta da parte di Don Shula.
Con l’attacco a corto di idee e con il punteggio bloccato sul 7 pari, Shula mandò in campo Bob Griese per la prima volta dopo l’infortunio.
“Fu una delle decisioni più difficili di tutta la mia carriera. Guardai Griese dritto negli occhi e lui fece lo stesso. Mi disse che non condivideva la mia decisione di lasciarlo in panchina ma che la rispettava lo stesso. Così lo mandai in campo per dare una scossa alla squadra.” ricordò Shula.
La decisione fu azzeccata, e Griese lanciò un passaggio che Paul Warfield trasformò in un notevole guadagno. Poi ci pensò di nuovo Jim Kiick, che per la seconda volta di fila segnò il touchdown della vittoria, quello che fruttò a Miami il diritto di giocare il Super Bowl VII.

Clamoroso ma vero, gli imbattuti Dolphins, sull’onda di un record di 16 vittorie e nessuna sconfitta, erano sfavoriti di 3 punti contro i Washington Redskins.
“Quando arrivi al Super Bowl da imbattuto e nonostante questo sei considerato sfavorito, ti chiedi cosa hai fatto di male per non avere il giusto rispetto” osservò Shula.
L’unica colpa di Shula era di aver perso i due Super Bowl a cui finora aveva partecipato, e nella settimana che precedeva il Grande Evento tutti erano intenti a sottolinearlo.
A questo va aggiunto che George Allen, head coach di quei Washington Redskins, era un maestro nello spionaggio disposto a tutto per svelare i piani degli avversari.
“Shula stava diventando paranoico. Guardava con sospetto gli aerei che volavano sopra il nostro campo di allenamento, le persone a bordo campo e perfino i bambini che chiedevano autografi” ricordò Csonka.
Nonostante ciò, Shula trovò la forza di fare ironia: “Abbiamo pensato di spostare il nostro camp da Long Beach a Tijuana, così George può richiamare subito le sue spie dal nostro campo di allenamento”.
La pressione era alle stelle: Shula non si poteva permettere di perdere un altro Super Bowl, soprattutto adesso che la sua squadra era ad un passo dalla Perfect Season.
“Riuscite a immaginare cosa proverebbe Don se dovesse perdere un altro Super Bowl ?” si chiese Jim Mandich.
Nel Super Bowl VII, giocato al Memorial Coliseum di Los Angeles, Larry Csonka guadagnò 112 yards e fu ancora una volta il perno dell’attacco dei Dolphins, che si portarono in vantaggio per 14-0, grazie ad un passaggio ricevuto da Howard Twilley e ad una corsa di Jim Kiick.

Fu poi il turno della difesa, che riuscì ad annullare il temibile runner dei Redskins, Larry Brown. Manny Fernandez mise a segno ben 17 tackles, mentre la safety Jake Scott intercettò due passaggi di Billy Kilmer, che gli sarebbero valsi il titolo di MVP.
Con il Super Bowl praticamente in tasca, quale modo migliore di chiudere una Perfect Season con una vittoria per 17-0 ? Diciassette punti, come diciassette erano le vittorie conquistate in quella stagione irripetibile. Sembrava che l’appuntamento con il destino era praticamente compiuto quando Garo Yepremian si apprestava a calciare un comodo field goal, quello che avrebbe consegnato alla storia il doppio 17-0.
“Sembrava scritto nel destino. Ma a volte il destino ti dà un bel calcio nel sedere” commentò Csonka.
Quello che doveva essere il sigillo finale si trasformò invece in uno dei più celebri bloopers della storia dello sport professionistico a stelle e strisce.
Il calcio fu bloccato dal tackle Bill Brundige e il pallone rimbalzò indietro per diverse yards. Yepremian riprese possesso ma non fece altro che un goffo e maldestro tentativo di lanciare, lasciandosi scivolare la palla che fu riconquistata dal cornerback Mike Bass che si involò per 49 yards per il touchdown dei Redskins.

“Ero furioso con Garo, non tanto per essersi fatto bloccare il field goal, né per il fumble, ma per non aver avuto il coraggio di placcare Mike Bass. Garo era più codardo di quanto avessi potuto immaginare !” osservò divertito Manny Fernandez.
“Non ho mai pregato tanto quanto dopo quell’azione. Pensai che con quel passaggio avrei potuto fare qualcosa di buono per la squadra e invece ho quasi fatto un disastro. Vidi diverse divise bianche diverse yards più avanti, così pensai di lanciare ma la palla mi scivolò dalle dita” fu il ricordo di Yepremian.
Con il punteggio perfetto ormai andato, i Dolphins si focalizzarono nel chiudere la partita senza ulteriori patemi.
“Non dobbiamo neppure dirlo. Sappiamo tutti cosa fare, e allora facciamolo e basta” disse ai suoi compagni il tackle Norm Evans.

Mancava 1 minuto e 57 secondi alla fine, e Miami provò invano a far scadere il tempo con il running game e fu costretta al punt.
Con un solo minuto da giocare, i Redskins iniziarono il drive della disperazione. Due lanci di Billy Kilmer finirono incompleti, mentre un passaggio per Larry Brown non produsse altro che 4 yards perse. Ci pensò un sack di Bill Stanfill a far scadere il tempo rimasto sul cronometro, consegnando ai Miami Dolphins la Perfect Season.

Tornati a Miami, i Dolphins furono accolti da eroi. Erano la prima squadra della Florida a vincere un Super Bowl.
“Ricordo che dopo la Perfect Season fecemmo la parata celebrativa non solo a Miami, ma anche a Tampa, Jacksonville e Orlando. Tutta la Florida tifava per i Dolphins” ricordò la guardia Bob Kuechenberg.
E pensare che appena tre anni prima la situazione era completamente opposta: la Florida meridionale era del tutto disinteressata al football professionistico, e men che meno ai Miami Dolphins.
“A quei tempi c’erano appena 15.000 spettatori alle nostre partite. L’Orange Bowl, che ne poteva contenere 80.000, appariva vuoto”, osservò la safety Dick Anderson.
Il problema era semplice: nessuno comprava i biglietti. Perché sprecare il proprio tempo per seguire una squadra perdente ? I Dolphins arrivarono ad organizzare degli eventi pubblici per cercare di vendere il maggior numero possibile di biglietti.
La tendenza si invertì con l’arrivo di Shula. “Quello che Joe Robbie e Don Shula hanno fatto per la città di Miami e per tutta la Florida non ha prezzo. Ci hanno dato un enorme risalto e sono sicuro che continueranno a darcelo ancora per parecchi anni”, dichiarò l’allora sindaco di Miami, David Kennedy.
Dopo la Perfect Season del 1972, i Miami Dolphins erano un fenomeno mediatico nazionale.
Nel football professionistico, tutta quella gloria avrebbe potuto facilmente appagare una squadra vincente. Specialmente quando questa squadra aveva la propria casa in una città piena di distrazioni come Miami.
Don Shula fece il massimo per impedire tutto questo, così all’inizio del training camp della stagione 1973 riprese il discorso laddove era stato interrotto: lunghe sessioni di allenamento sotto il sole spietato della Florida.
Con ancora tutti i 22 titolari della stagione 1972 a disposizione, i Dolphins erano tra i favoriti anche per il 1973.
Dopo aver vinto la partita inaugurale contro i San Francisco 49ers , i Dolphins videro finire la striscia di 18 vittorie consecutive nella seconda giornata, quando affrontarono gli Oakland Raiders (12-7).

In week 3, i Dolphins affrontarono i New England Patriots. Nick Buoniconti inventò uno stratagemma per motivare Mercury Morris. “Nick si avvicinò e mi disse: ‘Ho sentito dire che i Patriots faranno di tutto per annullarti’. Gli risposi: ‘Davvero ? Ok, nessun problema’ ” ricordò lo stesso Morris.
Per Morris fu una giornata memorabile: in 15 portate stabilì il record di franchigia con la bellezza di 197 yards conquistate su corsa, segnando 3 touchdowns. Risultato finale, Miami 44, New England 23.
Nella stagione 1973, la media di 6.3 yards per portata di Morris fu la migliore di tutta la lega.
“Fu anche merito della nostra linea offensiva, una delle migliori di tutti i tempi nella storia della NFL” ammise Morris.
Una linea offensiva formata dal centro Jim Langer, dalle guardie Larry Little e Bob Kuechenberg, dai tackles Norm Evans e Wayne Moore.
Per una curiosa combinazione, tutti e 5 i titolari di quella linea offensiva erano stati tagliati o scambiati da un’altra squadra NFL, per cui il nickname di quell’unità divenne “The Expendables”.
Il left tackle Wayne Moore era stato tagliato dai San Francisco 49ers , il right tackle Norm Evans era arrivato dagli Houston Oilers con l’expansion draft, la right guard Larry Little fu scambiato dai San Diego Chargers, il centro Jim Langer era stato scaricato dai Cleveland Browns e la left guard Bob Kuechenberg era un journeyman che non riusciva a trovare la giusta collocazione.
“Non avevo mai giocato da guardia in tutta la mia vita, fin quando non fui scelto al terzo giro dai Philadelphia Eagles, nel 1969. Ma lo spogliatoio era schierato contro i rookies, così pensai di mollare il football. Tornai a Chicago, tenendomi in forma con i Chicago Owls della Continental Football League, con l’obiettivo di riprovarci nella stagione successiva. Così mi cercai una squadra dove giocare e vidi che la mia riserva ai tempi di Notre Dame, Ed Tuck, era diventato titolare nei Miami Dolphins. Pensai che se non fossi riuscito a togliere il posto a Ed Tuck allora era davvero il caso di smettere di giocare” ricordò lo stesso Bob Kuechenberg.

Dopo la vittoria contro i Patriots arrivarono altre 9 vittorie di fila, in cui il margine medio sull’avversario fu di 17 punti.
I Dolphins erano semplicemente la migliore squadra della NFL, e di partita in partita acquisivano sempre più fiducia e autoconsapevolezza.
Una ulteriore dimostrazione della qualità di quella squadra avvenne nella sesta giornata: avversari i Buffalo Bills di OJ Simpson , che in quello stesso 1973 sarebbe divenuto il primo giocatore a conquistare più di 2000 yards su corsa in una singola stagione. I Dolphins limitarono Simpson a sole 55 yards, mentre nella decima giornata, sempre contro i Bills ma stavolta a Buffalo, emerse ancora una volta la differenza tra la squadra di Shula e le altre. “I Bills erano in svantaggio e non facevano altro che dare la palla a OJ per fargli superare la barriera delle 2000 yards” osservò Nick Buoniconti.
“Ricordo che a un certo punto dissi ai giocatori dei Bills: ‘Perché non provate a vincere la partita anziché dare sempre la palla a OJ ?’” commentò Dick Anderson.
Al contrario, l’unico scopo dei Dolphins era quello di vincere, mettendo da parte qualunque record individuale.
Caso lampante della stagione 1973 fu il wide receiver Paul Warfield, che ricevette da Bob Griese solo 29 passaggi, ma ben 11 di questi furono dei touchdown.
Dal canto suo, Bob Griese era il quarterback perfetto per quella squadra. Disciplinato, poco propenso ad inseguire la gloria personale e sempre al servizio della squadra, Griese era semplicemente l’uomo giusto al posto giusto.
“Se avessimo scambiato Bob Griese con Joe Namath , ci avrebbero perso sia i Dolphins che i Jets. Namath non avrebbe avuto l’umiltà di dare palla a Csonka, Morris e Kiick, mentre se avesse giocato a New York, Bob sarebbe stato costretto a lanciare 40 volte a partita e il suo braccio sarebbe andato in mille pezzi”, ipotizzò Bob Kuechenberg.

Nonostante le due sconfitte, alcuni considerano i Miami Dolphins del 1973 migliori di quelli della Perfect Season.
Alla fine della regular season del 1973, i Dolphins avevano concesso appena 150 punti e soli 5 touchdowns su passaggio.
Dick Anderson fu leader NFL con i suoi 8 passaggi intercettati, che gli valsero il titolo di Defensive Player of the Year.
L’uomo che aveva messo a punto quella difesa era il defensive coordinator Bill Arnsparger, partner di Shula fin dai tempi di Kentucky, quando i due erano entrambi assistenti di Blanton Collier.
Arnsparger forgiò la “No Name Defense”, nota anche come “53 Defense”, dal numero di maglia di Bob Matheson. Questi veniva impiegato sia come defensive end che come linebacker, introducendo una variabile di difficile interpretazione per gli attacchi avversari. L’abilità di Matheson nell’andare in blitz rese la difesa di Miami la migliore nei sacks, e la pressione messa al quarterback spesso e volentieri si traduceva in un intercetto.
Alla dodicesima giornata i Dolphins ospitarono i Pittsburgh Steelers in un Monday Night Game che si rivelò uno show personale per Dick Anderson. Questi intercettò ben 4 passaggi, ritornandone 2 di questi in touchdown.

La settimana seguente, a Baltimore, arrivò la seconda sconfitta stagionale. Il motivo di preoccupazione non fu tanto la sconfitta, quanto il numero di giocatori costretti a lasciare il campo per infortunio. Il più grave di questi occorse a Bob Kuechenberg, che si ruppe un braccio. Nonostante questo, Kuechenberg saltò solo l’ultima partita di regular season per poi tornare in campo nei playoffs con una vistosa ingessatura.
Nell’AFC Divisional Playoff Game contro i Cincinnati Bengals, i Dolphins erano in vantaggio per 21-3 quando Neil Craig ritornò in touchdown un lancio di Bob Griese. Poi i Bengals misero a segno un field goal, e nel successivo kickoff la palla fece uno strano rimbalzo e Mercury Morris se la fece sfuggire. Cincinnati realizzò un altro field goal e andò al riposo in svantaggio per 21-16 ma sulle ali dell’entusiasmo per la rimonta in corso e con il momentum dalla propria parte.
La sfuriata di Don Shula negli spogliatoi ebbe l’effetto sperato, e i Dolphins si rimisero in carreggiata. Un passaggio intercettato da Dick Anderson aprì la strada ad un drive culminato con un passaggio di Bob Griese per il touchdown di Jim Mandich.

Archiviata la pratica-Bengals, i Dolphins affrontarono nell’AFC Championship Game gli Oakland Raiders, la cui difesa era stata in assoluto quella più efficace contro le corse. Di tutta risposta Miami guadagnò 292 yards sul terreno, con Griese autore di appena 6 lanci in tutta la partita, completandone 3 per 34 yards in totale. I Dolphins si affermarono per 27-10 ed ebbero accesso al terzo Super Bowl di fila, che si sarebbe giocato al Rice Stadium di Houston.
E per la terza volta di fila, i favori del pronostico erano contro di loro, tanto per cambiare.
Avversari di turno erano i Minnesota Vikings di Bud Grant.
“Non stavamo ad ascoltare tutte quelle stupidaggini messe in giro dalla stampa. Il nostro unico scopo era quello di vincere” disse Mercury Morris.
In ciascun incontro dei playoffs del 1973 i Miami Dolphins vinsero il lancio della moneta per poi segnare un touchdown nel primo drive. E questo successe anche nel Super Bowl VIII , aperto da una segnatura di Larry Csonka con una corsa centrale dietro Langer e Kuechenberg.

I Vikings non furono mai in partita e “Zonk” fu devastante, anche grazie allo splendido lavoro che Kuechenberg fece per contenere Alan Page, suo ex compagno di squadra a Notre Dame e fenomenale defensive tackle dei Vikings. L’attacco di Miami fece a pezzi quella che era stata la migliore difesa di tutta la NFC, mentre dal canto suo la difesa annullò Fran Tarkenton e tutta l’unità offensiva di Minnesota.
Bob Griese lanciò solo 7 volte, completando ben 6 passaggi. Larry Csonka fu proclamato MVP grazie ad una prestazione eloquente: 145 yards e 2 TD, battendo il record che Matt Snell stabilì nel Super Bowl III con 121 yards su corsa. Risultato finale, 24-7 e tanti saluti ai favoriti Minnesota Vikings.

Il trionfo nel Super Bowl VIII rappresentò di fatto l’epilogo della dinastia di Miami. Pochi giorni dopo, Bill Arnsparger lasciò il ruolo di defensive coordinator per diventare head coach dei New York Giants, mentre di lì a poco Larry Csonka, Jim Kiick e Paul Warfield avrebbero annunciato che dopo la stagione 1974 si sarebbero uniti ai Toronto Northmen (poi divenuti Memphis Southmen) della World Football League.
Nonostante l’aria di smobilitazione, Shula riuscì a portare la squadra ancora una volta ai playoffs, grazie ad un record di 11 vittorie e 3 sconfitte.

Il 21 Dicembre 1974, durante il Divisional Playoff Game ad Oakland contro i Raiders, partita che fu consegnata alla Storia come The Sea of Hands , si consumò simbolicamente la Fine del Sogno. A 24 secondi dalla fine, i Dolphins erano in vantaggio 26-21 e già accarezzavano l’ipotesi di threepeat. Ma il Destino guidò il passaggio della disperazione di Ken Stabler dritto tra le mani di Clarence Davis, in tripla copertura, dando ai Raiders il 28-26 finale. “A Simple Twist of Fate”, l’avrebbe definito Bob Dylan. E da quel momento niente sarebbe stato più come prima.

Le 10 vittorie conquistate nella stagione 1975 non furono sufficienti per garantire l’accesso ai playoffs, mentre il 1976, con il record di 6-8, rappresentò uno dei punti più bassi dell’era-Shula. I Dolphins vinsero di nuovo 10 partite nel 1977, e ancora una volta i playoffs furono fuori portata per un soffio. Per la franchigia della Florida gli anni ’70 si chiusero in maniera tutto sommato positiva, con il ritorno in postseason sia nel 1978 (sconfitta contro gli Houston Oilers nel Wild Card Game) che nel 1979 (sconfitta contro gli Steelers nel Divisional Playoff Game), ma era chiaro che la Dinastia era finita da un pezzo.
E’ arduo posizionare i Dolphins del triennio ’71-‘72-‘73 (volendo aggiungere anche il Super Bowl VI perso contro Dallas) in una ipotetica classifica della migliori dinastie di sempre. Giusto per restare nell’era moderna, gli Steelers dei 4 Super Bowls in 6 anni, i Packers di Vince Lombardi , i Browns di Paul Brown, i 49ers degli anni ’80 e i Cowboys degli anni ’90 vinsero più titoli e furono dominanti per un lasso di tempo più esteso rispetto ai Dolphins dei primi anni ’70. Ma fatto sta che nessuna di queste corazzate riuscì a compiere l’impresa della Perfect Season (per la cronaca, i Browns chiusero imbattuti la stagione 1948, ma all’epoca giocavano nella All-America Football Conference). E allora meglio affidarsi salomonicamente alle parole di Bart Starr: “E’ impossibile paragonare squadre di ere diverse. Troppe differenze. Se ci pensi, perfino una stessa azione non riesce sempre allo stesso modo. Ogni qualvolta parte lo snap, qualcosa rende ogni azione unica nella storia del football”.

Bibliografia

- http://www.sportingnews.com/
- 75 Seasons

Speciali | by Roberto Petillo | 07/08/07

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